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Caro vita, la guerra invisibile che svuota i portafogli: il rischio è che i rincari diventino la nuova normalità

Dal carburante al supermercato, gli effetti del conflitto pesano sulle famiglie italiane. E anche se le tensioni internazionali dovessero diminuire, gli esperti avvertono: i prezzi potrebbero non tornare più ai livelli di prima

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C’è un paradosso che racconta perfettamente il tempo che stiamo vivendo: mentre il caldo estivo spegne i termosifoni e alleggerisce momentaneamente il peso delle bollette del gas, gli italiani continuano a pagare il conto della crisi ogni volta che fanno benzina o riempiono il carrello della spesa. Il conflitto internazionale, con le tensioni lungo le principali rotte energetiche mondiali, ha semplicemente spostato il bersaglio. Inoltre, non è più il riscaldamento domestico a preoccupare le famiglie. Ora il costo quotidiano della sopravvivenza crea ansia: muoversi, mangiare, acquistare beni essenziali. Il problema più grande è che questi aumenti non sembrano più essere temporanei.

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Secondo le ultime analisi economiche, i rincari di carburanti, energia e beni alimentari stanno producendo una vera e propria “tassa geopolitica” occulta sulle famiglie italiane. Consumerismo parla apertamente di un effetto “dal pieno al frigo”, spiegando come ogni aumento del diesel finisca inevitabilmente per trasferirsi sui prezzi dei supermercati. Questo accade perché in Italia circa l’85% delle merci viaggia su gomma. La conseguenza è ormai sotto gli occhi di tutti: fare il pieno costa sempre di più. Inoltre, anche acquistare prodotti base — pane, latte, frutta, carne, pasta — è diventato sensibilmente più oneroso.

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Federconsumatori ha stimato che gli effetti del conflitto abbiano già prodotto oltre 1.200 euro annui di aggravio medio per famiglia tra carburanti, energia, trasporti e alimentari. Solo i carburanti potrebbero arrivare a pesare fino a 360 euro in più l’anno per nucleo familiare. Il punto centrale, però, è un altro: se domani arrivasse una tregua o persino la fine del conflitto, i prezzi tornerebbero davvero indietro? La risposta degli analisti è prudente. Per certi versi, è anche preoccupante.

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Storicamente, i prezzi dell’energia reagiscono molto rapidamente alle crisi, ma scendono molto più lentamente quando la situazione si normalizza. È il meccanismo dell’inflazione “vischiosa”: gli aumenti si trasferiscono lungo tutta la filiera produttiva e commerciale, e una volta incorporati difficilmente vengono eliminati completamente. Inoltre, la stessa Banca d’Italia, nelle sue proiezioni macroeconomiche del 2026, prevede sì un graduale rallentamento dell’inflazione nei prossimi anni, ma non un ritorno ai livelli precedenti alla crisi energetica. I prezzi energetici potrebbero scendere progressivamente nel 2027 e 2028. Tuttavia, l’effetto accumulato sui consumi e sui beni di largo consumo resterà comunque elevato. In altre parole: alcuni rincari potranno attenuarsi, ma difficilmente spariranno del tutto. Ed è qui che emerge il vero rischio sociale ed economico: l’abitudine.

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Gli italiani si stanno lentamente adattando a pagare di più ogni cosa. Un caffè aumentato di 20 centesimi. Una spesa settimanale che costa 30 o 40 euro in più rispetto a due anni fa. Un pieno che supera stabilmente certe soglie psicologiche. Tutto diventa normale, quasi inevitabile, ma non dovrebbe esserlo, perché dietro questi aumenti non ci sono solo le dinamiche internazionali o il prezzo del petrolio. Ci sono anche speculazioni, rincari preventivi, margini commerciali che raramente tornano indietro una volta saliti.

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È il grande difetto del mercato contemporaneo: i prezzi salgono velocemente quando c’è paura, ma scendono lentissimamente quando la paura finisce. E il Sud, ancora una volta, rischia di pagare il prezzo più alto. Le regioni meridionali, come la Campania, risultano tra le più colpite dall’aumento dei carburanti proprio per la forte dipendenza dal trasporto su gomma e per un potere d’acquisto mediamente più fragile. Secondo la CGIA, proprio Campania e Puglia registrano tra gli incrementi percentuali più pesanti sui costi del carburante. Nel Cilento, dove l’auto non è un lusso ma una necessità quotidiana, ogni aumento del diesel o della benzina si trasforma in una tassa territoriale.

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Chi vive nelle aree interne, chi percorre decine di chilometri per lavorare, studiare o curarsi, sente questi rincari molto più di chi vive nelle grandi città servite dai trasporti pubblici. E allora la domanda finale diventa inevitabile: quanto può resistere una famiglia media prima che il caro vita smetta di essere una semplice difficoltà e diventi un’emergenza sociale? Perché il rischio reale non è soltanto il conflitto internazionale. Infatti, il rischio è che, finita la guerra, restino i prezzi di guerra.

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