C’è una domanda che negli ultimi tempi mi torna spesso in mente: quando abbiamo deciso che per mangiare bene fosse necessario complicare tutto? La riflessione nasce da un’esperienza recente, quando sono stato ospite di un ristorante abbastanza quotato, uno di quei locali che si presentano come custodi della tradizione territoriale, ambasciatori della cucina cilentana e interpreti moderni della Dieta Mediterranea, una promessa importante, soprattutto in una terra come il Cilento, riconosciuta nel mondo come culla della filosofia alimentare studiata dal professor Ancel Keys. Eppure, una volta seduto a tavola, della tradizione ho trovato ben poco.
Nel menù comparivano nomi familiari, rassicuranti, quasi evocativi: lagane, ceci, grani antichi cilentani, fichi bianchi, alici, ortaggi locali, ma una volta arrivati i piatti, il legame con la tradizione sembrava essersi dissolto completamente, restava il nome, restava l’etichetta, restava il richiamo al territorio, ma il piatto era altro. Si trattava di creazioni certamente elaborate, probabilmente studiate con attenzione, magari perfino tecnicamente impeccabili, tuttavia mancava qualcosa di fondamentale: il rispetto dell’identità originaria delle ricette.
Negli ultimi anni si è affermata una tendenza sempre più diffusa: si prende un piatto della tradizione, lo si smonta, lo si destruttura, lo si ricompone in forme artistiche e spesso irriconoscibili, s conserva il nome, perché il nome vende, si conserva il riferimento al territorio, perché il territorio comunica autenticità, ma il risultato finale non ha quasi più nulla a che vedere con la storia gastronomica che pretende di rappresentare. Così capita di leggere “lagane e ceci” e ritrovarsi davanti una composizione minimalista di pochi elementi sparsi nel piatto, oppure si parla di “grani antichi del Cilento” come se bastasse utilizzare una farina locale per rendere tradizionale una preparazione che con la cucina contadina non ha alcun rapporto.
È qui che nasce il problema.
La tradizione non è un ingrediente, non è un’etichetta da appiccicare a un piatto per renderlo più affascinante, la tradizione è un insieme di gesti, di memoria collettiva, di sapori sedimentati nel tempo è il risultato di secoli di storia, di povertà trasformata in creatività, di famiglie che hanno tramandato ricette ben prima che esistessero chef televisivi e influencer gastronomici. La Dieta Mediterranea, quella autentica, non nasce nei ristoranti stellati né nelle cucine laboratorio, nasce nelle case, nasce nelle campagne, nasce dalla semplicità.
Il professor Ancel Keys non studiò emulsioni, spume, gelificazioni o destrutturazioni, studiò le abitudini alimentari delle famiglie cilentane. Osservò persone che consumavano legumi, cereali, ortaggi, olio extravergine d’oliva, pesce azzurro e frutta di stagione, piatti semplici, sostanziosi, accessibili a tutti. Oggi, invece, sembra che ogni cosa debba essere trasformata in spettacolo.
Forse è anche colpa dei talent show culinari e delle infinite trasmissioni televisive dedicate alla cucina. Abbiamo assistito alla nascita di una gastronomia che spesso sembra più interessata al racconto che al contenuto. Anni fa, quando avevi fame, uscivi di casa e andavi in pizzeria. Una margherita enorme, fumante, profumata, costava pochi euro e svolgeva perfettamente il suo compito: nutrire e soddisfare. Oggi per ordinare una pizza serve quasi una laurea in gastronomia.
Ti ritrovi a leggere descrizioni infinite: impasti ottenuti da lieviti selezionati secondo processi quasi mistici, pomodori coltivati da agricoltori che sembrano filosofi della terra, mozzarelle raccontate come opere d’arte e oli extravergini descritti con un linguaggio che ricorda più una degustazione di vini pregiati che una semplice cena. Lo stesso accade con la pasta, con i dolci, con i prodotti della tradizione, ogni ingrediente viene trasformato in una leggenda, ogni preparazione diventa una narrazione epica, ogni piatto pretende di essere un’esperienza. Ma il punto è proprio questo: siamo sicuri che mangiare debba necessariamente trasformarsi in un’esperienza filosofica?
Esiste una differenza sostanziale tra innovazione e snaturamento.
L’innovazione è fondamentale, la cucina è viva e deve evolversi e nessuno pretende che i cuochi del 2026 cucinino esattamente come i loro nonni. Sarebbe assurdo. Tuttavia evolvere non significa cancellare. Quando un piatto tradizionale perde completamente la propria identità, quando viene ridotto a una citazione estetica, quando diventa irriconoscibile persino a chi quella ricetta l’ha mangiata per tutta la vita, allora forse non siamo più nel campo dell’innovazione ma in quello della sostituzione. E il rischio è enorme.
Perché mentre si celebrano presunte reinterpretazioni della tradizione, la vera tradizione scompare lentamente dalle tavole. I giovani finiscono per conoscere soltanto la versione gourmet di un piatto e non quella originale, i prodotti locali diventano strumenti di marketing, i grani antichi, simbolo della biodiversità cilentana, vengono evocati come slogan pubblicitari più che valorizzati nella loro autenticità.
Nel frattempo assistiamo all’esplosione della cosiddetta cucina esperienziale, quella dei piatti che vanno contemplati prima ancora che mangiati. Portate minuscole che sembrano installazioni artistiche, presentazioni spettacolari che richiedono spiegazioni lunghe più della degustazione stessa. E naturalmente prezzi che spesso sfidano qualsiasi logica.
Il paradosso è che la cucina italiana ha conquistato il mondo proprio grazie alla sua semplicità. Un piatto di pasta al pomodoro, una parmigiana, una zuppa di legumi, una pizza margherita: nessuno di questi capolavori nasce dalla complessità, nascono dall’equilibrio. La forza della cucina cilentana e della Dieta Mediterranea risiede esattamente lì: nella capacità di trasformare ingredienti semplici in qualcosa di straordinario. Forse dovremmo recuperare questo principio.
Per carità, non si tratta di dichiarare guerra agli chef, né tantomeno all’alta cucina. Esistono professionisti straordinari che valorizzano il territorio con intelligenza e rispetto, il problema nasce quando il marketing prende il sopravvento sulla sostanza e quando il nome della tradizione viene utilizzato come una semplice etichetta commerciale. Perché la tradizione non ha bisogno di essere travestita per risultare interessante, ha bisogno di essere conosciuta, raccontata e rispettata.
In un’epoca in cui tutto sembra dover essere reinventato, forse il gesto più rivoluzionario sarebbe proprio questo: servire una vera lagana e ceci, una vera minestra contadina, un vero cavatiello fatto come Nonna comanda, senza effetti speciali, senza spiegazioni interminabili, senza paroloni altisonanti sul menù. Senza artifici. Perché la Dieta Mediterranea non è uno slogan da inserire nel menu. È una cultura e le culture si custodiscono non si stravolgono.




