Ogni estate il Cilento si presenta al suo appuntamento con il turismo mostrando il meglio di sé. Le spiagge premiate, i borghi affacciati sul mare, la Dieta Mediterranea, il Parco Nazionale, l’accoglienza dei piccoli paesi e un patrimonio naturalistico che continua a rappresentare uno dei più grandi punti di forza dell’intero Mezzogiorno. Le immagini delle spiagge affollate e dei lungomari pieni raccontano una stagione positiva. Le strutture ricettive lavorano, i ristoranti registrano il tutto esaurito e l’economia locale beneficia di un flusso turistico fondamentale per centinaia di imprese. Ma proprio nei momenti di maggiore successo bisogna avere il coraggio di fermarsi e guardare oltre l’immediato.
La domanda che dovremmo porci è semplice quanto scomoda: il Cilento è ancora una destinazione per tutti oppure sta lentamente diventando una meta sempre più costosa, destinata a una platea sempre più ristretta di visitatori? Non è una provocazione, è una riflessione che nasce ascoltando i turisti, confrontando i prezzi con quelli di pochi anni fa e osservando come il costo complessivo di una vacanza sia aumentato praticamente in ogni sua componente. Sia chiaro: nessuno mette in discussione il diritto degli imprenditori turistici di adeguare le proprie tariffe. Sarebbe ingiusto ignorare quanto siano aumentati negli ultimi anni i costi dell’energia, del personale, delle materie prime, delle manutenzioni, delle assicurazioni e della gestione delle attività, chi lavora nel turismo affronta ogni giorno sfide sempre più complesse, il punto, però, è un altro. La domanda non è se gli aumenti siano giustificati.
La domanda è fino a che punto il mercato possa assorbirli senza compromettere il futuro del turismo cilentano, per comprendere il fenomeno basta immaginare una situazione estremamente comune. Una famiglia composta da quattro persone che decide di trascorrere una settimana di Ferragosto nel Cilento deve oggi mettere in conto una spesa che può facilmente superare i 2.000 euro. Tra una casa vacanza, il servizio spiaggia, il parcheggio, la ristorazione e le spese di viaggio, il budget necessario è aumentato sensibilmente rispetto a pochi anni fa.
Non è difficile trovare appartamenti che, nella settimana di Ferragosto, vengono proposti a prezzi superiori anche del doppio rispetto alle stesse soluzioni disponibili a giugno o a settembre, è la logica dell’alta stagione, certamente. La domanda cresce e il mercato risponde. Tuttavia, è anche un fenomeno che rischia di allontanare proprio quella fascia di turismo familiare che per decenni ha rappresentato il cuore dell’economia cilentana. Il caro affitti, infatti, è soltanto una delle tante voci che incidono sul bilancio finale.
Anche il costo della sosta è aumentato. In molte località costiere i parcheggi che fino a qualche anno fa oscillavano tra i cinque e i sei euro giornalieri oggi arrivano facilmente a otto o dieci euro nelle giornate di maggiore affluenza, può sembrare una differenza contenuta, ma moltiplicata per un’intera settimana rappresenta un’ulteriore voce di spesa che si aggiunge al conto finale. Lo stesso discorso vale per la ristorazione.
L’aumento del costo delle materie prime ha inevitabilmente inciso sui menù e nessuno può ignorare le difficoltà affrontate dagli operatori tuttavia, anche il semplice pranzo in famiglia o una cena sul lungomare hanno oggi un peso economico ben diverso rispetto a pochi anni fa persino quei piccoli piaceri che rappresentano il simbolo dell’estate sembrano aver cambiato prezzo. Un aperitivo vista mare che una volta rappresentava una spesa contenuta oggi supera frequentemente i dieci o dodici euro. Le attività dedicate al tempo libero seguono lo stesso andamento: il noleggio di pedalò, canoe e tavole surf ha registrato rincari in linea con il trend nazionale, contribuendo ad aumentare ulteriormente il costo complessivo della vacanza. Presi singolarmente, questi aumenti possono apparire perfino comprensibili, ma è la loro somma a fare la differenza ed è proprio quella somma che molte famiglie iniziano a guardare con crescente preoccupazione.
Per decenni il Cilento ha costruito la propria fortuna su un turismo diverso da quello delle grandi località esclusive, qui arrivavano famiglie che trascorrevano due settimane, a volte anche un mese, tornavano ogni estate nello stesso appartamento, instauravano rapporti di amicizia con i proprietari, conoscevano i commercianti, frequentavano gli stessi ristoranti, diventavano parte integrante della vita del paese.
Era un turismo stabile, fedele, che garantiva economia diffusa e continuità. Oggi quel modello rischia lentamente di cambiare.
Sempre più famiglie riducono la durata del soggiorno. Chi trascorreva quindici giorni ne prenota sette. Chi sceglieva una settimana opta per un lungo weekend. Qualcuno, inevitabilmente, inizia a guardare altrove, la concorrenza, infatti, non arriva più soltanto dalle località vicine. Con pochi clic è possibile confrontare prezzi, servizi e offerte in Puglia, Calabria, Sicilia, Grecia, Croazia, Albania o Montenegro. Il turista moderno valuta il rapporto tra qualità e prezzo con estrema attenzione e prende decisioni sempre più razionali.
È qui che il Cilento deve interrogarsi sul proprio futuro, perché la competitività di una destinazione non dipende soltanto dalla bellezza del mare o dal numero di Bandiere Blu conquistate. Dipende dalla percezione di valore che il visitatore porta con sé al termine della vacanza, se un turista torna a casa pensando di aver speso il giusto per ciò che ha ricevuto, molto probabilmente tornerà ancora, se invece la sensazione è quella di aver pagato troppo, anche il ricordo di un mare meraviglioso rischia di passare in secondo piano.
Il vero patrimonio del Cilento non sono soltanto le sue spiagge, sono le migliaia di famiglie che da trent’anni continuano a scegliere questa terra, sono loro che hanno fatto conoscere il Cilento quando ancora non esistevano influencer, campagne social o strategie di marketing territoriale come la ridicola DMO, sono loro che hanno raccontato agli amici la bellezza di Acciaroli, Palinuro, Marina di Camerota, Castellabate, Pioppi, Casal Velino e di decine di piccoli borghi, sono loro il capitale più prezioso del nostro territorio. Ed è proprio quel capitale che non possiamo permetterci di perdere.
Nessuno auspica prezzi calmierati o interventi che limitino la libertà del mercato, ma sarebbe miope ignorare il rischio che una corsa continua agli aumenti possa trasformare il Cilento da terra dell’accoglienza familiare a destinazione percepita come troppo costosa rispetto ai servizi offerti, il vero obiettivo non dovrebbe essere quello di incassare il massimo possibile nei quaranta giorni centrali dell’estate. La vera sfida è costruire un turismo capace di vivere da maggio a ottobre, con presenze distribuite, visitatori fidelizzati e famiglie che continuino a scegliere il Cilento anno dopo anno.
Perché il successo di una destinazione non si misura con il tutto esaurito di Ferragosto, si misura con quella frase che ogni amministratore, ogni imprenditore e ogni cittadino dovrebbe sperare di sentire pronunciare alla fine di ogni vacanza:
“L’anno prossimo torneremo ancora nel Cilento.” Perché se un territorio perde le famiglie che lo hanno amato per generazioni, non perde soltanto dei clienti, perde una parte della propria identità.



