La mattina del 28 febbraio resterà probabilmente come uno spartiacque della storia contemporanea. L’atteso attacco congiunto israelo-americano contro l’Iran non rappresenta soltanto un’operazione militare di vasta scala, ma l’ingresso ufficiale in una nuova fase delle relazioni internazionali: quella in cui la forza sostituisce apertamente la diplomazia e la guerra preventiva torna ad essere strumento ordinario di politica estera. Infatti, l’Attacco all’Iran segna anche un cambiamento profondo nell’equilibrio geopolitico.
Da un punto di vista militare, il momento scelto non appare casuale. Il dispositivo dispiegato dagli Stati Uniti in Medio Oriente — il più imponente dai tempi dell’invasione dell’Iraq del 2003 — costituiva una finestra operativa difficilmente replicabile. Israele sapeva che difficilmente avrebbe avuto una seconda occasione per sfruttare una concentrazione così massiccia di asset americani nella regione. L’operazione “Ruggito del Leone”, come confermato dallo stesso Benjamin Netanyahu, era stata pianificata mesi prima: l’attacco non è dunque una risposta improvvisa, ma l’esecuzione di una decisione strategica maturata nel tempo. In effetti, il tema dell’Attacco all’Iran ha dominato nel dibattito militare.
Washington ha giustificato la propria partecipazione attraverso la dottrina della “pace attraverso la forza”. Tuttavia, questa formula appare sempre più come una copertura retorica di una diplomazia ormai svuotata di credibilità. Dopo precedenti negoziali conclusi con rotture unilaterali — dal Venezuela all’Iran stesso — l’idea che i colloqui possano precedere un’azione militare senza costituirne il preludio è ormai difficilmente sostenibile. Per molti analisti, l’Attacco all’Iran rappresenta l’apice di questa nuova strategia.
La vera domanda riguarda Donald Trump. Presidente tradizionalmente pragmatico e sostenuto da una base ostile alle guerre infinite, perché impegnarsi in un nuovo conflitto proprio nell’anno dei midterm? Una possibile spiegazione risiede nel tentativo di anticipare un Congresso potenzialmente ostile, prima che una perdita della maggioranza limiti i poteri dell’esecutivo. Ma il dato politico più significativo resta l’intensità del rapporto con Israele: sette incontri con Netanyahu in un solo anno suggeriscono un livello di pressione strategica difficilmente ignorabile. In questo contesto, la strategia dietro l’Attacco all’Iran si intreccia con le priorità della Casa Bianca.
Non sorprende, allora, la dinamica con cui l’attacco è stato condotto. Dopo settimane di esitazione su chi dovesse colpire per primo, Stati Uniti e Israele hanno optato per una spartizione dei compiti: i jet israeliani contro obiettivi politici e istituzionali, i missili americani concentrati su infrastrutture militari. Una soluzione che consente a Washington di mantenere formalmente il ruolo di “difensore”, pur partecipando pienamente all’offensiva. Inoltre, l’Attacco all’Iran conferma la collaborazione tra i due Paesi.
La giustificazione ufficiale — la minaccia nucleare iraniana — appare però fragile. Lo stesso Trump aveva dichiarato pochi mesi prima di aver neutralizzato tale pericolo. Ancora più imbarazzante è la smentita proveniente dall’intelligence americana, che indebolisce la narrativa dell’attacco preventivo e rafforza le critiche interne, secondo cui la sicurezza nazionale statunitense non sarebbe direttamente minacciata da Teheran. Peraltro, il dibattito sulla reale motivazione dell’Attacco all’Iran è molto acceso nei circoli politici.
Se dunque l’interesse nazionale è il movente reale, la domanda inevitabile diventa: di quale nazione?
L’eliminazione dell’Ayatollah Ali Khamenei, insieme ai vertici militari iraniani, costituisce un evento senza precedenti. Israele rivendica apertamente l’uccisione di un capo di Stato straniero, segnando un ulteriore salto qualitativo nella normalizzazione dell’assassinio politico internazionale. Più che indebolire l’Iran, tuttavia, tale gesto rischia di trasformarlo in un catalizzatore identitario per l’intero mondo sciita, aprendo un arco di instabilità dal Libano all’Afghanistan, passando per Iraq e Yemen. È da sottolineare che anche questa reazione è collegata all’Attacco all’Iran.
La risposta iraniana dimostra che Teheran era preparata. A differenza dello scorso giugno, la reazione è arrivata nel giro di poche ore: missili contro basi americane in Qatar e Bahrein, attacchi su infrastrutture regionali, colpi diretti su Israele e la chiusura dello Stretto di Hormuz. L’obiettivo appare chiaro: regionalizzare il conflitto e trasferire il costo strategico della guerra sugli alleati degli Stati Uniti e sull’economia occidentale. Senza dubbio, l’Attacco all’Iran ha ampliato il coinvolgimento regionale.
Qui emerge il grande assente della crisi: l’Europa. Mentre Washington può contare su una relativa autosufficienza energetica — e Mosca persino beneficiare temporaneamente dell’aumento del petrolio — l’Unione Europea affronta uno scenario potenzialmente devastante. Prezzi energetici in rialzo, mercati sotto pressione e nuove interruzioni commerciali rappresentano l’ennesima conseguenza di decisioni prese altrove. Bruxelles, ancora una volta, subisce senza incidere. In fondo, i riflessi economici dell’Attacco all’Iran si fanno sentire anche in Europa.
Militarmente, il conflitto mostra già caratteristiche inquietanti. Non assistiamo a bombardamenti di massa, ma a un impiego immediato di missili avanzati e droni di precisione capaci di penetrare sistemi difensivi sofisticati. È il segnale di una guerra tecnologica di logoramento, in cui la vera variabile sarà l’esaurimento delle scorte più che la conquista territoriale. Un aspetto centrale dell’Attacco all’Iran è proprio l’uso di nuove tecnologie belliche.
L’Iran combatte ora una guerra percepita come esistenziale. La sua strategia mira a saturare le difese nemiche e a mettere sotto pressione ogni Paese arabo che ospiti basi americane, trasformando il conflitto in una crisi sistemica. Stati Uniti e Israele, dal canto loro, cercano di neutralizzare rapidamente capacità missilistiche e infrastrutture strategiche, nella speranza di favorire un cambio di regime. Nel frattempo, la direzione delle azioni è inevitabilmente segnata dall’Attacco all’Iran.
Ma proprio qui risiede il rischio maggiore: la storia dimostra che i cambi di regime raramente producono stabilità immediata. Più spesso generano conflitti lunghi, frammentati e incontrollabili.
L’azzardo di Trump inizierà a riflettersi già dalle prossime sedute dei mercati finanziari. Resta da capire se la pressione economica riuscirà a contenere l’escalation o se la logica della forza abbia ormai preso definitivamente il sopravvento sulla politica. La risposta, forse, non arriverà da Washington. Ma ancora una volta da Gerusalemme. Per concludere, l’Attacco all’Iran rimane al centro delle riflessioni globali.



