C’è una domanda che nel Cilento migliaia di cittadini si pongono ormai da anni: a cosa serve inaugurare nuove strutture sanitarie se poi mancano medici, infermieri, pronto soccorso funzionanti e reparti in grado di garantire cure vere? La sanità cilentana vive una delle fasi più contraddittorie e drammatiche della sua storia recente. Da una parte arrivano milioni di euro del PNRR, si progettano Case di Comunità e Ospedali di Comunità. Si moltiplicano conferenze stampa, rendering e annunci istituzionali. Dall’altra, però, gli ospedali storici del territorio vengono lentamente svuotati, depotenziati o lasciati agonizzare tra carenze strutturali e personale insufficiente.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i cittadini del Cilento si sentono sempre più lontani dal diritto alla salute. Il paradosso è enorme. Mentre l’Italia parla di “medicina territoriale”, nei territori periferici si continua a perdere la sanità vera, quella che salva la vita quando il tempo diventa decisivo. Nel Cilento, dove le distanze sono enormi, la viabilità spesso disastrosa e l’età media della popolazione molto alta, smantellare o indebolire gli ospedali equivale a togliere sicurezza a intere comunità.
Il caso simbolo resta quello dell’ospedale di Agropoli, una ferita ancora apertissima. Un presidio che avrebbe dovuto rappresentare il punto di riferimento sanitario per una vasta fascia costiera e che invece è diventato negli anni il simbolo del fallimento della programmazione sanitaria regionale. Ci sono state chiusure, promesse di riapertura, annunci politici, proclami elettorali: tutto già sentito, moltiplicato per quattro. Intanto, però, il pronto soccorso non è mai realmente tornato operativo come i cittadini chiedono da anni.
Eppure Agropoli non è un piccolo centro isolato, è la porta del Cilento. È una città che in estate moltiplica la popolazione con il turismo e che avrebbe bisogno di una struttura ospedaliera pienamente efficiente. Pensare di gestire una citta ma soprattutto un territorio così vasto senza un presidio ospedaliero completo significa ignorare la realtà.
Ancora più grave è il silenzio che circonda l’ospedale di Ospedale San Luca, teoricamente il principale presidio sanitario del Cilento. È una struttura che continua a vivere in equilibrio precario tra carenze di personale, difficoltà organizzative e un pronto soccorso spesso in sofferenza. Medici insufficienti, reparti sotto pressione, turni massacranti: condizioni che non possono essere considerate normali. Il personale sanitario continua a fare miracoli quotidiani, ma la politica sembra essersi abituata a chiedere eroismo permanente a medici e infermieri. Tuttavia, non si può costruire una sanità efficiente sulla buona volontà di chi lavora oltre ogni limite.
La situazione non migliora guardando agli altri ospedali del territorio. Dall’ Ospedale Luigi Curto, all’Ospedale Immacolata fino all’Ospedale Civile di Roccadaspide le difficoltà legate alla carenza di organico sono diventate strutturali. Mancano specialisti, si fatica a coprire i turni, i concorsi spesso vanno deserti perché lavorare nelle aree interne è diventato poco attrattivo rispetto ai grandi centri urbani.
Ed è qui che emerge tutta la fragilità della strategia sanitaria attuale.
Gli Ospedali di Comunità e le Case di Comunità nascono da un’idea teoricamente condivisibile: alleggerire i pronto soccorso e avvicinare la medicina ai cittadini, soprattutto anziani e pazienti cronici. Ma il problema è che queste strutture rischiano di diventare scatole vuote se non vengono accompagnate da un piano serio di assunzioni e potenziamento della sanità ospedaliera. La Campania ha annunciato numeri imponenti: 172 Case di Comunità programmate e oltre 500 milioni di euro di investimenti. Ma i dati raccontano una realtà meno trionfale. I lavori risultano avviati nella maggior parte dei cantieri, ma le strutture realmente completate sono ancora pochissime. Soprattutto resta una domanda fondamentale: chi ci lavorerà dentro? Perché il vero nodo non sono i muri, sono le persone.
Si può inaugurare un edificio nuovo, installare apparecchiature moderne, tagliare il nastro davanti alle telecamere. Ma senza medici, infermieri, operatori sanitari e specialisti, quella struttura resta un contenitore vuoto. Questo è il rischio concreto che oggi corre il Sud Italia e che nel Cilento appare persino più evidente.
La sensazione diffusa è che si stia puntando tutto sulla sanità territoriale dimenticando però che il territorio, nei momenti critici, ha bisogno anche di ospedali veri. Un paziente colpito da infarto, un trauma grave, un’emorragia o un ictus non può essere curato in una Casa di Comunità, ha bisogno di un pronto soccorso efficiente, di una rianimazione funzionante, di specialisti presenti. E invece il Cilento continua a fare i conti con ambulanze costrette a percorrere chilometri su strade difficili, con tempi di intervento spesso incompatibili con le emergenze più gravi e con cittadini che si sentono abbandonati.
La politica regionale e nazionale dovrebbe avere il coraggio di dire la verità: la sanità nelle aree interne non può essere gestita con gli stessi criteri delle grandi città. Il Cilento non è Napoli, qui le distanze pesano, l’orografia complica ogni spostamento e l’età media della popolazione rende il bisogno sanitario ancora più urgente.
L’uscita della Campania dal Piano di Rientro potrebbe davvero rappresentare un’occasione storica. Dopo anni di commissariamenti, tagli e rigidità contabili, finalmente ci sarebbe la possibilità di investire seriamente sul personale e sulla riqualificazione degli ospedali, ma il tempo degli slogan è finito. Servono scelte nette.
Serve decidere se il Cilento debba continuare a essere considerato una periferia sacrificabile oppure un territorio con pari dignità rispetto al resto della regione. Serve capire se l’ospedale di Agropoli debba tornare a vivere davvero o restare per sempre ostaggio della propaganda. Inoltre serve rafforzare concretamente il San Luca di Vallo della Lucania, evitando che il presidio centrale del territorio venga lentamente logorato dall’assenza di investimenti strutturali adeguati. Ma soprattutto serve smettere di raccontare che basti aprire una Casa di Comunità per risolvere il collasso della sanità territoriale. Perché una sanità fatta solo di strutture senza personale rischia di diventare l’ennesima incompiuta italiana. Una vetrina costosa, buona per i comunicati stampa ma incapace di rispondere ai bisogni reali delle persone.
Nel Cilento il diritto alla salute non può essere un concetto teorico, deve significare avere un ospedale raggiungibile, un pronto soccorso funzionante, medici presenti e cure tempestive. Il resto sono soltanto promesse.



