Confesso: ho seguito la carriera di Luigi Di Maio con la stessa curiosità con cui si osserva un esperimento sociale. Prima ministro, poi ex ministro, poi emissario europeo nel Golfo. Una traiettoria che, più che lineare, è stata acrobatica. Devo essere sincera: non mi ha lasciato un ricordo indelebile. Non una riforma epocale, non una svolta strategica, non un lampo destinato ai manuali di scienza politica. Anche nel ruolo di rappresentante speciale dell’Unione Europea per il Golfo Persico, il volume percepito è stato piuttosto basso. Forse parlava sottovoce. Forse eravamo noi senza apparecchio acustico. E ora, colpo di scena: professore onorario al Dipartimento di studi sulla Difesa del King’s College London. Sipario. Applausi. O quantomeno sconcerto.
Perché la questione non è personale. È simbolica. Le università non sono solo aule, biblioteche e badge magnetici. Sono templi laici del merito. O almeno così raccontiamo agli studenti mentre li invitiamo a studiare fino alle due di notte per un esame da 12 crediti. E allora l’immagine che passa è potente: puoi passare anni tra triennali, magistrali, master, dottorati, pubblicazioni in riviste che leggono in sette (inclusa tua madre), oppure puoi fare politica per qualche stagione e ritrovarti a insegnare – pardon, a essere “onorato” – in uno dei college più prestigiosi d’Europa.
Il punto non è che un politico non possa insegnare. Il punto è: insegnare cosa? E in base a quale percorso accademico coerente con la Difesa, la strategia, la geopolitica?
Perché mentre c’è chi accumula specializzazioni come fossero figurine rare, qui sembra che il vero titolo abilitante sia l’esperienza istituzionale – anche se breve, anche se controversa, anche se non esattamente memorabile. Il messaggio subliminale è devastante: l’etica dello studio è una bella storia da raccontare ai ragazzi, ma la scorciatoia del prestigio passa altrove.
E intanto la distanza tra cittadini e politica cresce. Perché ogni nomina di questo tipo suona come l’ennesima conferma di un sospetto diffuso: esiste un circuito parallelo in cui i ruoli si riciclano, i titoli si ridefiniscono e le competenze diventano un concetto flessibile, quasi creativo. Magari al King’s College London avranno intravisto doti pedagogiche nascoste, profondità strategiche non ancora apprezzate dal grande pubblico, visioni difensive che noi comuni mortali non siamo stati in grado di cogliere. Può darsi. Le università, si sa, vedono oltre.
Ma per chi crede ancora che la classe dirigente si costruisca con studio rigoroso, coerenza tra formazione e ruolo, fatica e competenza certificata, questa nomina suona come una beffa elegante. In giacca e cravatta, naturalmente.
Un saluto, dunque, all’“etica dello studio”.
Quella che ti promette che l’impegno paga.
Specificando, però, che dipende da dove giochi la partita.

