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Dietro le pagine anonime del Cilento: la politica social senza volto che non aiuta il territorio

Da Sessa Cilento a Casal Velino, passando per Lustra: profili anonimi, pseudonimi e gruppi “misteriosi” animano il dibattito politico locale. Ma senza identità, confronto diretto e responsabilità pubblica, il rischio è trasformare la partecipazione democratica in una guerra di tastiera sterile e dannosa per le comunità

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Nel Cilento della politica locale sempre più combattuta sui social network, c’è un fenomeno che negli ultimi anni è diventato quasi una costante: quello delle pagine anonime, dei profili senza identità e dei gruppi dai nomi fantasiosi dietro i quali, spesso, si nascondono malcontenti, simpatizzanti politici, ex amministratori, aspiranti candidati, candidati falliti o semplici “leoni da tastiera” che preferiscono parlare senza metterci la faccia. È un fenomeno che riguarda ormai diversi comuni del territorio e che, puntualmente, si intensifica durante le campagne elettorali. Una sorta di politica parallela fatta di post allusivi, insinuazioni, attacchi velati, ironie pesanti e critiche continue, quasi sempre prive di un confronto diretto e trasparente.

A Sessa Cilento, ad esempio, tra il 2019 e il 2020 fece discutere la comparsa del profilo “Gino La Porta”, personaggio virtuale diventato improvvisamente protagonista del dibattito politico locale. Post pungenti, osservazioni al vetriolo, accuse più o meno velate: per mesi quel nome circolò tra commenti, screenshot e condivisioni, tutti ne parlavano, ma nessuno (o quasi) sapeva realmente chi ci fosse dietro; Oggi lo schema sembra ripetersi altrove. A Lustra compare “Il Lustrese Impertinente”, mentre a Casal Velino c’è chi anima il dibattito attraverso il gruppo “Apriamo Le Finestre”, nome evocativo ma identità sconosciute. Cambiano i comuni, cambiano i nomi, ma il copione resta identico.

La domanda, però, è semplice: a cosa serve davvero tutto questo?

Perché se l’obiettivo è contribuire alla crescita del territorio, denunciare problemi, proporre idee o sostenere un candidato, allora sarebbe molto più utile farlo apertamente, con “faccia, nome e cognome, assumendosi la responsabilità delle proprie parole, la politica, quella vera, non dovrebbe avere paura della luce del sole. Nascondersi dietro un nickname può forse garantire libertà di attacco, evitare conseguenze personali, forse penali o permettere di dire ciò che pubblicamente non si avrebbe il coraggio di sostenere. Ma spesso produce l’effetto opposto: alimenta sospetti, tensioni sociali, divisioni personali e un clima tossico che avvelena intere comunità già piccole e fragili.

Nei paesi del Cilento tutti conoscono tutti ed è proprio per questo che il confronto dovrebbe essere più maturo, più trasparente e soprattutto più responsabile, invece, troppo spesso, il dibattito pubblico si riduce a una caccia continua al “chi c’è dietro quella pagina”, distogliendo l’attenzione dai problemi reali: spopolamento, lavoro che manca, giovani che vanno via, servizi carenti, strade dissestate, turismo stagionale e sanità sempre più debole.

Ma il problema non è soltanto locale. L’inquinamento da fake oggi rappresenta una delle grandi emergenze delle democrazie moderne, non solo in Italia ma in tutta Europa. Un anno fa la Commissione Europea, nella comunicazione “Contrastare la disinformazione online: un approccio europeo”, aveva già lanciato l’allarme sulla necessità di maggiore trasparenza nella pubblicità politica online e di un controllo più rigoroso sui profili falsi, già nel settembre 2018 Bruxelles chiese a Google, Facebook, Twitter e agli altri grandi operatori del web di sottoscrivere un “Code of Practice on Disinformation”, un codice di condotta contro la disinformazione digitale.

E non si tratta di semplici account innocui.

Dietro milioni di profili fake si nascondono spesso strategie coordinate e vere infrastrutture operative: le cosiddette social media farms o troll farms strutture create appositamente per pilotare il dibattito pubblico, sostenere candidati, demolire o infangare reputazioni, polarizzare l’elettorato e alterare la percezione collettiva della realtà. Queste “fabbriche di consenso” (o di dissenso) operano spesso da paesi dove il costo del lavoro è basso e la regolamentazione digitale quasi inesistente. Utilizzano software automatici, bot programmati per interagire con contenuti e utenti, ma anche operatori umani che gestiscono centinaia di profili falsi contemporaneamente. Esistono persino deepfake account: identità virtuali complete di fotografie generate dall’intelligenza artificiale, biografie costruite a tavolino e storie apparentemente credibili. Il loro obiettivo è uno solo: influenzare il dibattito pubblico, amplificano polemiche, diffondono disinformazione, seminano discordia, alimentano rabbia sociale e creano false percezioni collettive. Alcuni sono facilmente riconoscibili, altri invece risultano ormai indistinguibili da persone reali.

Naturalmente nessuno può affermare che le “pagine anonime” dei piccoli comuni cilentani siano strutture organizzate di questo tipo, sarebbe scorretto e irresponsabile sostenerlo, ma il meccanismo culturale che si alimenta è lo stesso: creare consenso o dissenso senza assumersi apertamente la responsabilità delle proprie idee, ed è qui che nasce la vera stortura. Perché la critica è sacrosanta. Una democrazia senza opposizione e senza dissenso sarebbe pericolosa, criticare un’amministrazione, denunciare problemi o esprimere opinioni diverse è non solo legittimo, ma necessario, tuttavia esiste una differenza enorme tra il confronto civile e il tiro al bersaglio anonimo.

Chi amministra — bene o male — firma atti, prende decisioni, affronta elezioni, espone il proprio nome al giudizio pubblico, chi invece agisce dietro pagine anonime spesso pretende di influenzare la comunità senza alcuna responsabilità diretta. Se davvero si vuole aiutare il proprio comune, sostenere un progetto politico o cambiare le cose, il modo migliore resta ancora quello più semplice e più coraggioso: parlare apertamente, partecipare, candidarsi, intervenire nei consigli comunali, scrivere articoli firmati, organizzare incontri pubblici, confrontarsi guardandosi negli occhi.

Perché la politica fatta nell’ombra difficilmente costruisce qualcosa, al massimo crea sospetti, alimenta rancori e consuma energie che potrebbero essere investite molto meglio. Il Cilento ha bisogno di idee, non di identità nascoste, ha bisogno di cittadini presenti, non di fantasmi digitali e soprattutto ha bisogno di una nuova cultura del confronto, dove il valore di una critica non dipenda dal numero di condivisioni, ma dal coraggio di chi la pronuncia apertamente. Metterci la faccia, oggi, è forse il gesto più rivoluzionario che si possa fare.

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