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Maldive e Palinuro, due tragedie negli abissi unite dallo stesso destino

Dalle grotte sommerse del Cilento agli atolli dell’Oceano Indiano: quando esperienza e tecnologia non bastano contro i pericoli del mare

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Il mare affascina, richiama, seduce. Ma nelle sue profondità più estreme può trasformarsi in una trappola senza via d’uscita. La tragedia avvenuta alle Maldive, dove cinque sub italiani hanno perso la vita durante un’immersione in una grotta sommersa, ha riportato alla memoria una delle pagine più drammatiche della subacquea italiana: la tragedia di Palinuro del 1998. Due storie lontane quasi trent’anni, ambientate in scenari completamente diversi — le acque tropicali dell’Oceano Indiano e le grotte rocciose del Cilento — ma legate da dinamiche impressionanti. In effetti, in entrambi i casi, il teatro della tragedia è stato un ambiente estremo: cavità sommerse profonde, correnti difficili da prevedere, visibilità ridotta e margini di errore praticamente inesistenti.

Secondo le prime ricostruzioni, il gruppo di sub italiani alle Maldive stava effettuando un’immersione tecnica nella cosiddetta “Grotta degli Squali”, nell’atollo di Vaavu; Qui un sistema di cunicoli sommersi che si sviluppa tra i 45 e i 60 metri di profondità. Inoltre le operazioni di recupero sono state rese ancora più complicate dal maltempo e dalle forti correnti. Durante le ricerche ha perso la vita anche un soccorritore maldiviano, probabilmente a causa di problemi legati alla decompressione.

Le autorità stanno cercando di capire cosa sia accaduto negli ultimi minuti dell’immersione. Tra le ipotesi ci sono un improvviso disorientamento all’interno della cavità, il sollevamento dei sedimenti che avrebbe azzerato la visibilità e possibili difficoltà tecniche legate alle miscele respiratorie utilizzate. Ed è qui che il pensiero torna inevitabilmente a Palinuro. Nel 1998 alcuni sub esperti rimasero intrappolati in una grotta marina durante un’immersione esplorativa nelle celebri cavità sommerse del promontorio cilentano. Anche allora il mare mostrò il suo volto più crudele: perdita di orientamento, difficoltà nel ritrovare l’uscita e una corsa disperata contro il tempo.

Palinuro è considerata da decenni uno dei paradisi della speleosubacquea europea. Le sue grotte attirano appassionati da tutto il mondo, ma proprio quella bellezza nasconde insidie mortali. In ambienti chiusi e profondi basta pochissimo per perdere il controllo della situazione. Può succedere una corrente inattesa, un consumo d’aria superiore al previsto o semplicemente la visibilità compromessa dal sedimento smosso. Il parallelismo tra le due tragedie colpisce soprattutto per un aspetto: le vittime erano subacquei esperti. Non erano turisti improvvisati, ma persone preparate, allenate e abituate a immersioni complesse. Ed è proprio questo a rendere ancora più evidente quanto la speleosubacquea resti una disciplina ad altissimo rischio. Anche l’esperienza può non essere sufficiente.

Nelle ultime ore, forum specializzati e comunità di sub stanno discutendo proprio dei limiti delle immersioni in ambienti “overhead”, cioè quelle situazioni in cui il sub non può risalire direttamente in superficie perché sopra di lui c’è una grotta o una parete rocciosa. In questi contesti ogni errore si amplifica e ogni imprevisto può diventare fatale.

C’è poi il tema dei soccorsi. Recuperare corpi in una grotta sommersa è una delle operazioni più pericolose per qualunque squadra di emergenza. Lo dimostra anche quanto accaduto alle Maldive, dove un soccorritore ha perso la vita durante le ricerche dei sub italiani.

Dalle Maldive a Palinuro, il mare continua dunque a raccontare la stessa verità: gli abissi non perdonano. E anche quando tecnologia, preparazione e esperienza sembrano garantire il controllo, basta un dettaglio fuori posto per trasformare l’esplorazione in tragedia. A quasi trent’anni dalla tragedia di Palinuro, resta una domanda ancora senza risposta: fino a che punto l’uomo può spingersi negli abissi senza sfidare un limite che il mare, prima o poi, presenta sempre il conto?

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Massimo Cercola
Massimo Cercola
Laureato in Ingegneria Ambientale e ricercatore presso il CNR, Massimo Cercola è appassionato di scrittura e di tematiche legate alla scienza, all'ambiente e alla sostenibilità. Cilentano di adozione, ha scelto di mettere le proprie competenze e la propria curiosità al servizio del territorio, attraverso gli approfondimenti della sezione GeoBlog – Scienza e Ambiente di CilentoReporter.it. Nei suoi articoli affronta temi scientifici e ambientali con l'obiettivo di renderli comprensibili e vicini ai lettori, con uno sguardo particolare alle trasformazioni del territorio, alla tutela dell'ambiente e alle sfide che riguardano il futuro del Cilento.
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