Dieci anni fa il Cilento incantava il mondo con oltre 600mila presenze straniere. Nel 2022 – ultimo dato ufficiale disponibile dell’Istituto Nazionale di Statistica – le presenze si fermano a 186mila: -67,6% in otto anni. Il dato è reale. È ufficiale. È certificato. Ma ciò che lascia perplessi non sono i numeri: è l’uso che di quei numeri viene fatto. Dal 2024 questa notizia rimbalza ciclicamente sui giornali online, con titoli allarmistici e toni da bollettino di guerra. Curiosamente, però, non ha trovato spazio su carta stampata con approfondimenti seri, analisi strutturate o confronti temporali più articolati. Perché? Perché online funziona meglio l’effetto shock. Funziona meglio la frase ad effetto. Funziona meglio il “Cilento crolla”, piuttosto che una lettura complessa dei fenomeni turistici post-pandemia. Inoltre, La narrazione tossica del declino viene amplificata dai formati digitali.
E così il Cilento diventa il bersaglio perfetto. Nessuno nega la flessione. Ma quanti articoli hanno spiegato che il periodo considerato attraversa una pandemia globale? Quanti hanno analizzato la diversa struttura ricettiva del territorio rispetto alle isole partenopee o alla Costiera Amalfitana? Quanti hanno distinto tra presenze straniere e mercato interno? La narrazione tossica del declino alimenta in molti casi la percezione di una crisi irreversibile.
Si cita l’Istituto Nazionale di Statistica come fonte ufficiale – giustamente – ma poi si piega il dato a una narrazione semplificata: declino, immobilismo, incapacità. Il Cilento diventa così la “patria che si è accontentata”. Un verbo che sa di resa, di sconfitta morale, più che di fotografia statistica. Si mettono sul piatto le performance delle isole campane e della Costiera Amalfitana, come se si trattasse di territori sovrapponibili. Ma il Cilento non è Capri, non è Positano, non è un brand costruito su un turismo elitario e concentrato.
Il Cilento è altro. È natura diffusa, è piccoli borghi, è economia familiare, è lentezza. È l’Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, uno dei parchi nazionali più estesi e affascinanti d’Italia. È la terra riconosciuta dall’UNESCO come culla della Dieta Mediterranea. Ridurre tutto a una percentuale significa ignorare la complessità di un territorio vasto, frammentato, che ha pagato più di altri la mancanza cronica di infrastrutture, collegamenti ferroviari veloci e strategie regionali integrate.
Quanti articoli hanno raccontato il lavoro delle DMO territoriali? Quanti hanno riportato le strategie di destagionalizzazione? Quanti hanno dato spazio alle reti di operatori che cercano di costruire un’offerta integrata? Marco Sansiviero, presidente di Cilento Autentico Dmo, parla chiaramente di “approccio strategico e lungimirante”. Ma questa parte della notizia spesso finisce in fondo, relegata a dichiarazione di circostanza o demonizzata come ho avuto la “sventura” di leggere oggi sul “cartaceo” di qualche impavido (è sono stato buono) giornalaio. Tuttavia, La narrazione tossica del declino spesso oscura i risultati positivi di questi sforzi.
Eppure, mentre si scrivono editoriali severi, il territorio prova a reinventarsi: cammini religiosi, cicloturismo, turismo esperienziale, enogastronomia legata alla Dieta Mediterranea, valorizzazione dei borghi interni. Non è propaganda. È lavoro quotidiano. C’è una differenza sostanziale tra analizzare un dato e usarlo per costruire una narrazione demolitoria. Quando una notizia viene riproposta per mesi – dal 2024 in poi – quasi esclusivamente online, con titoli sempre più carichi e senza un vero approfondimento su carta, viene spontaneo chiedersi se l’obiettivo sia informare o generare click. Perché la statistica non è un’opinione. Ma nemmeno lo è la responsabilità di chi scrive.
L’Organizzazione Mondiale del Turismo stima che entro il 2030 oltre 2 miliardi di persone viaggeranno ogni anno nel mondo. È una previsione ambiziosa. È una prospettiva. Eppure, anche qui, la narrazione prevalente è: “Il Cilento rischia di restare indietro”. Forse. In conclusione, La narrazione tossica del declino va superata per valorizzare le vere potenzialità del territorio.
Oppure potrebbe intercettare quel turismo lento, autentico, sostenibile che sempre più viaggiatori cercano. La vera domanda è un’altra: chi aiuta il territorio a crescere e chi, invece, contribuisce a costruire un’immagine depressa e depressiva? I dati dell’Istituto Nazionale di Statistica non sono un’arma. Sono uno strumento. La differenza la fa chi li usa. E oggi, più che i numeri, a pesare sul Cilento è una narrazione che sembra scritta non per comprendere, ma per colpire.

