Nei piccoli borghi del Cilento il silenzio non è poesia: è assenza. È il rumore sordo di una politica che arretra, di uno Stato che dimentica, di una modernità che passa altrove senza nemmeno rallentare. Qui le strade non finiscono: spesso non iniziano nemmeno. I servizi primari sono un favore, non un diritto. Un medico a giorni alterni, una scuola chiusa “per pochi iscritti”, un autobus che passa quando va bene. E poi ci si chiede perché i giovani se ne vadano. Il racconto ufficiale parla di “spopolamento inevitabile”, come se fosse una calamità naturale. Ma non lo è. È una scelta. O meglio, una somma di non-scelte, di rinvii, di fondi annunciati e mai spesi, di piani strategici scritti bene e applicati male. Il Cilento viene celebrato come parco, come cartolina, come patrimonio dell’umanità, ma trattato come periferia di serie C quando si parla di infrastrutture e diritti essenziali.
Non si può chiedere a una famiglia di restare dove l’acqua potabile va a “scartamento ridotto”, dove la connessione internet è un miraggio e dove per una visita specialistica servono due ore di curve. Non si può romanticizzare la “vita lenta” quando diventa vita difficile. La verità è che molti borghi non stanno morendo: vengono lasciati morire. Eppure la ricetta per salvarli esiste. Non è semplice, ma è concreta. Il primo ingrediente è l’accessibilità: strade sicure, manutenzione ordinaria, trasporti pubblici minimi ma affidabili. Senza collegamenti non c’è futuro, solo isolamento. Il secondo è la sanità di prossimità: presìdi territoriali veri, telemedicina funzionante, incentivi seri per i medici che scelgono di lavorare nelle aree interne. La salute non può dipendere dal CAP. Il terzo ingrediente è la scuola, anche in forme nuove: plessi digitali, didattica mista, laboratori territoriali. Chiude una scuola, muore un paese. Sempre. Il quarto è il lavoro: non assistenzialismo, ma opportunità. Smart working reale (quindi banda larga vera), sostegno a chi apre attività legate all’agricoltura di qualità, al turismo lento, all’artigianato evoluto. Meno sagre spot, più filiere stabili.
Ma c’è un punto che spesso viene taciuto, ed è forse il più scomodo: non può essere solo la politica a salvare i borghi del Cilento. Possiamo — e dobbiamo — essere anche noi, come singoli cittadini, fautori del cambiamento. Scegliere di abitare questi luoghi, di tornarci, di investirci tempo, competenze, relazioni. Fare rete tra residenti, associazioni, professionisti. Pretendere servizi, partecipare alle decisioni locali, vigilare sull’uso dei fondi pubblici. Raccontare i borghi per quello che sono davvero, non solo come scenografia folkloristica, ma come comunità vive che chiedono futuro. Anche una scelta individuale — aprire una partita IVA, lavorare da remoto, ristrutturare una casa, avviare un progetto culturale — può diventare un atto politico nel senso più alto del termine. Perché ogni presenza è resistenza, ogni attività è un argine allo spopolamento.
Infine, serve coraggio politico. Quello di spostare risorse dalle grandi opere inutili alla manutenzione quotidiana dei territori. Quello di ascoltare chi nei borghi ci vive ancora, invece di consultare solo consulenti e tavoli tecnici. Quello di ammettere che non tutti i territori possono competere allo stesso modo, ma tutti meritano dignità. Il Cilento non chiede elemosina. Chiede rispetto. Chiede di non essere ricordato solo d’estate o nei discorsi celebrativi. Chiede di poter scegliere di restare. E quella scelta, se davvero lo vogliamo, può cominciare anche da ciascuno di noi. Perché un borgo non si salva con la nostalgia, ma con i diritti, l’impegno e la responsabilità condivisa. Facciamo in modo che ogni borgo torni ad essere un luogo da cui partire, non da cui fuggire.

