C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel dibattito che si sta sviluppando attorno all’ipotesi di una nuova ASL nel Cilento. Infatti, non è tanto perché sia illegittimo discutere di modelli organizzativi o di assetti amministrativi diversi. Quanto perché questa proposta arriva in un momento in cui la sanità territoriale è alle prese con problemi enormemente più gravi e urgenti. Questi sono problemi che nessuna nuova sigla, nessun nuovo organigramma e nessuna riorganizzazione burocratica potrà risolvere.
L’idea che una nuova ASL possa rappresentare la svolta per la sanità cilentana appare oggi più come uno slogan politico che come una soluzione concreta. In effetti, è una narrazione costruita attorno alla convinzione che modificare il contenitore possa migliorare automaticamente il contenuto. Una convinzione che la storia della sanità italiana ha già smentito decine di volte. Il Cilento non soffre per mancanza di enti. Non soffre perché manca un nuovo direttore generale. Non soffre perché manca una nuova sede amministrativa o un nuovo centro di comando. Il Cilento soffre perché da anni la sanità è distante anni luce dalle necessità reali dei cittadini. Inoltre, è distante da chi vive nelle aree interne. È distante dagli anziani che affrontano viaggi interminabili per una visita specialistica. È distante dalle famiglie che attendono mesi per esami e prestazioni. In più, è distante dai pazienti che si sentono abbandonati da un sistema sempre più complesso e sempre meno accessibile. È distante da un territorio vastissimo che continua a essere trattato come una periferia amministrativa anziché come una comunità con caratteristiche ed esigenze specifiche.
In questo scenario, sostenere che una nuova ASL possa cambiare il corso della sanità nel Cilento significa ignorare volutamente le vere cause del problema. La crisi della sanità cilentana non nasce dalla struttura amministrativa. Nasce da decenni di programmazione insufficiente, da investimenti discontinui, da scelte politiche spesso guidate da convenienze elettorali e da una gestione che ha progressivamente allontanato i centri decisionali dalle persone.
L’ospedale di Agropoli rappresenta l’emblema di questo fallimento.
Negli anni si sono susseguite inaugurazioni, annunci, proclami e conferenze stampa. Ogni stagione politica ha lasciato la propria impronta, il proprio slogan, la propria promessa di rilancio. Intanto i cittadini hanno assistito a una lunga sequenza di illusioni, rinvii e occasioni perdute. L’ospedale è diventato il monumento all’incapacità della politica di trasformare gli annunci in risultati. Si tratta di un luogo utilizzato troppo spesso come palcoscenico istituzionale e troppo raramente come centro di una vera strategia sanitaria.
Le dirigenze si sono alternate con una frequenza impressionante, spesso seguendo gli equilibri dei piccoli e grandi potentati politici locali, regionali e nazionali. Ogni cambio di governance veniva raccontato come l’inizio di una nuova fase. Ogni nuova nomina avrebbe dovuto rappresentare la svolta decisiva. Eppure, il risultato finale è sempre stato lo stesso: cittadini delusi e servizi insufficienti. Pensare che oggi basti creare una nuova ASL per invertire questo percorso significa riproporre lo stesso schema che ha prodotto i problemi attuali. Ecco il classico vizio della politica italiana: quando non si riesce a risolvere un problema, si crea una nuova struttura. Quando manca una risposta concreta, si istituisce un nuovo organismo. Se i servizi non funzionano, si cambia il nome sulla porta dell’ufficio.
Ma i cittadini non vivono di organigrammi, i cittadini vivono di servizi. Un malato non ha bisogno di una nuova ASL. Ha bisogno di un medico disponibile. Ha bisogno di un pronto soccorso efficiente. Inoltre, ha bisogno di tempi di attesa ragionevoli. Ha bisogno di strutture operative ed ha bisogno di sapere che la propria salute non dipenderà dalla fortuna o dalla capacità di spostarsi verso altri territori.
La proposta di una nuova ASL rischia invece di trasformarsi nell’ennesima fabbrica di aspettative destinate a scontrarsi con la realtà. Perché una nuova ASL non produce automaticamente personale sanitario, non crea posti letto o reparti, non assume specialisti, non risolve le carenze croniche che affliggono il territorio e non elimina il divario che separa i vertici della sanità dai bisogni quotidiani dei cittadini.
Anzi, esiste il rischio concreto che accada l’esatto contrario. Di conseguenza, si alimenti una nuova stagione di scontri politici per la conquista delle future posizioni di potere. Si apra una lunga fase di trattative, nomine, spartizioni e competizioni territoriali. Che il dibattito si concentri sulle poltrone anziché sui pazienti. Che l’attenzione venga nuovamente distolta dai problemi reali per inseguire un progetto la cui utilità concreta resta tutta da dimostrare. In questo contesto si inserisce anche la recente assemblea dei sindaci del Distretto Sanitario 70, convocata per discutere della prospettiva di una nuova ASL nel Cilento. Un confronto che, almeno nelle intenzioni, dovrebbe rappresentare un momento di riflessione seria sul futuro della sanità territoriale. La speranza, tuttavia, è che non si trasformi nell’ennesima occasione per alimentare personalismi e protagonismi politici. Troppo spesso, infatti, questioni fondamentali per i cittadini vengono utilizzate come palcoscenico per mettere in evidenza figure che sembrano più interessate alla propria visibilità che alla risoluzione concreta dei problemi.
Il rischio è che il dibattito sulla nuova ASL diventi uno strumento per accreditare qualche personaggio prestato alla politica, magari nel tentativo di costruirne una futura candidatura o di aumentarne il peso negli equilibri regionali e nazionali. Sarebbe un errore gravissimo. La sanità del Cilento non può diventare il trampolino di lancio per carriere politiche né il terreno sul quale costruire consenso personale. I cittadini attendono risposte, non campagne elettorali permanenti; attendono medici, servizi e strutture efficienti, non nuovi leader da promuovere mediaticamente.
Se davvero l’assemblea dei sindaci vuole lasciare un segno positivo, dovrà dimostrare di saper mettere da parte appartenenze, ambizioni e logiche di schieramento. Dovrà concentrarsi esclusivamente sugli interessi del territorio. Perché la credibilità delle istituzioni si misura nella capacità di produrre risultati concreti e non nella quantità di fotografie, dichiarazioni o passerelle che accompagnano ogni iniziativa pubblica. La sensazione è che qualcuno stia tentando di vendere come rivoluzione ciò che in realtà è soltanto un cambiamento amministrativo. Di fatto, si tratta di una sorta di maquillage istituzionale che rischia di lasciare immutati tutti i problemi esistenti.
Il buon senso suggerirebbe un approccio completamente diverso, prima si sistemano i servizi, poi si ragiona sulle strutture. Prima si costruisce una rete sanitaria efficiente, poi si discutono eventuali riforme organizzative. Prima si garantisce la piena funzionalità dell’ospedale di Agropoli, poi, eventualmente, si affronta il tema di una nuova governance.
È il principio che qualunque buon padre di famiglia applica nella gestione della propria casa. Nessuno costruisce una dependance quando il tetto dell’abitazione principale perde acqua, nessuno investe in nuovi spazi quando quelli esistenti versano in condizioni precarie. Lo stesso vale per la pianificazione urbana, dove prima si realizzano strade, reti, servizi e infrastrutture poi si costruiscono i palazzi. Nel Cilento, invece, sembra che qualcuno voglia costruire il municipio prima ancora di aver tracciato le strade che dovrebbero collegarlo ai cittadini. La verità è che la sanità cilentana non ha bisogno di nuove scatole burocratiche, c’è bisogno di credibilità, di programmazione, di coraggio.
Il Cilento ha bisogno di amministratori capaci di affrontare i problemi senza nascondersi dietro progetti che producono titoli sui giornali ma difficilmente risultati tangibili. Soprattutto, serve smettere di inseguire illusioni perché la distanza tra la sanità e i cittadini non si misura in chilometri né in confini amministrativi. Si misura nella capacità delle istituzioni di ascoltare, comprendere e rispondere ai bisogni delle persone. Ed è proprio questa distanza, enorme e crescente, il vero male della sanità nel Cilento. Si tratta di una distanza che nessuna nuova ASL potrà colmare se prima non cambierà radicalmente il modo di concepire e governare la salute pubblica.
Tutto il resto rischia di essere soltanto l’ennesimo esercizio di burocrazia travestito da progresso.



