Ci sono delitti che segnano una comunità e poi ci sono delitti che finiscono per segnare un’intera nazione. L’omicidio di Angelo Vassallo appartiene senza dubbio alla seconda categoria. A quasi sedici anni da quella tragica notte del 5 settembre 2010, quando il sindaco di Pollica fu assassinato ad Acciaroli con diversi colpi di pistola mentre rientrava a casa, il quadro giudiziario appare ancora drammaticamente incompleto. L’ultima pagina di questa storia è stata scritta con l’assoluzione di Romolo Ridosso, ex collaboratore di giustizia. Egli è stato giudicato con rito abbreviato dal Gup del Tribunale di Salerno. Questa è una sentenza che era nell’aria, come hanno ammesso gli stessi familiari del Sindaco Pescatore, tuttavia, rappresenta l’ennesimo tassello di un mosaico che continua a non mostrare l’immagine finale.
La Procura di Salerno aveva chiesto una condanna a sette anni e quattro mesi, sostenendo che Ridosso avesse avuto un ruolo nella fase preparatoria dell’agguato. Invece, il giudice ha ritenuto insufficienti gli elementi accusatori e ha assolto l’imputato con la formula “per non aver commesso il fatto”. Le motivazioni saranno depositate nei prossimi mesi. Tuttavia, l’effetto immediato della sentenza è evidente: la ricerca della verità si allontana ancora una volta, eppure, ciò che colpisce maggiormente non è l’assoluzione in sé. In uno Stato di diritto le sentenze si rispettano sempre, soprattutto quando sanciscono l’insufficienza delle prove. A inquietare è piuttosto il tempo trascorso. Infatti, sedici anni rappresentano un’eternità giudiziaria, un periodo nel quale si sono alternate piste investigative, pentiti, ritrattazioni, arresti clamorosi, scarcerazioni, ricorsi, annullamenti e colpi di scena.
Nel frattempo, una domanda continua a restare senza risposta: chi ha ucciso Angelo Vassallo?
La figura del Sindaco Pescatore, nel corso degli anni, è diventata molto più grande del ruolo istituzionale che ricopriva. Vassallo era l’emblema di una politica locale diversa, concreta e profondamente legata al territorio. Aveva trasformato Pollica e Acciaroli in modelli di sostenibilità ambientale e valorizzazione turistica. Inoltre, aveva anticipato temi che sarebbero diventati centrali solo anni dopo. La sua battaglia per la tutela della costa cilentana, contro l’abusivismo e contro ogni forma di degrado ambientale, gli aveva fatto guadagnare il rispetto di cittadini e amministratori. Tuttavia, proprio questo impegno ha contribuito a generare, negli anni, numerose ipotesi sul movente dell’omicidio.
L’inchiesta ha attraversato fasi alterne. Nel novembre 2024 gli arresti eccellenti di alcuni indagati avevano alimentato la convinzione che la svolta fosse finalmente arrivata. Per la prima volta sembrava delinearsi una ricostruzione organica capace di spiegare quanto accaduto. Poi, però, il castello accusatorio ha iniziato a mostrare crepe sempre più evidenti. Le decisioni successive della magistratura hanno ridimensionato molte delle ipotesi formulate dagli inquirenti, riportando il caso in una zona grigia fatta di dubbi e interrogativi. A marzo scorso è arrivato il non luogo a procedere nei confronti del colonnello dei carabinieri Fabio Cagnazzo, si tratta di una decisione contro la quale la Procura di Salerno e la Procura Generale hanno successivamente presentato appello, chiedendo il rinvio a giudizio. Nel frattempo, restano in piedi le posizioni dell’ex carabiniere Lazzaro Cioffi e dell’imprenditore Giuseppe Cipriano,essi dovranno affrontare il processo con rito ordinario. Un nuovo capitolo si aprirà nelle prossime settimane e potrebbe riservare ulteriori sviluppi.
Ma è inevitabile chiedersi se, dopo così tanto tempo, esista ancora la possibilità concreta di arrivare a una verità definitiva. Tuttavia, la sensazione diffusa, soprattutto nel Cilento, è quella di una giustizia che procede a fatica. Essa appare quasi intrappolata in un labirinto investigativo dal quale non riesce a uscire, una percezione che alimenta sfiducia e amarezza, non è un caso che i fratelli e la famiglia di Angelo Vassallo abbiano espresso profonda delusione per l’esito del procedimento. Essi annunciano ulteriori valutazioni e persino la possibilità di sollecitare un intervento del Ministero della Giustizia. Pur ribadendo il rispetto per il lavoro della magistratura, la famiglia continua a denunciare un quadro che appare ancora incomprensibile e frammentario.
Ed è proprio qui che emerge il vero nodo della vicenda.
Quando un processo dura quasi due decenni senza riuscire a consegnare una verità condivisa, il problema non riguarda soltanto i familiari della vittima, in realtà, riguarda l’intera collettività, perché la giustizia non ha solo il compito di punire i colpevoli; ha anche il dovere di fornire risposte. In questa storia le risposte continuano a mancare. Il rischio è che il nome di Angelo Vassallo finisca intrappolato in una sorta di limbo giudiziario permanente. Un simbolo celebrato nelle commemorazioni ufficiali ma ancora privo di quella giustizia sostanziale che dovrebbe accompagnare ogni memoria pubblica.
Eppure il Sindaco Pescatore continua a parlare al presente.
Parla attraverso le sue battaglie per l’ambiente, attraverso l’idea di una politica fatta di servizio e non di potere, attraverso il coraggio di chi amministrava un territorio senza piegarsi a interessi più grandi. Forse è anche per questo che la sua morte continua a suscitare emozioni così forti anche dopo tanti anni. Ogni assoluzione, ogni rinvio, ogni nuova udienza non rappresentano soltanto un passaggio processuale, sono ferite che si riaprono in una comunità che non ha mai smesso di chiedere la stessa cosa: sapere perché Angelo Vassallo è stato ucciso e chi ha deciso che dovesse morire. La sentenza che ha assolto Romolo Ridosso non chiude questa vicenda, anzi, la rende ancora più complessa, perché cancella una delle ipotesi accusatorie senza sostituirla con una verità alternativa. Così, mentre il calendario giudiziario continua il suo corso e nuovi processi si preparano ad aprirsi, resta una certezza amara: a sedici anni dall’omicidio del Sindaco Pescatore, la giustizia non ha ancora trovato il suo approdo.
E forse è proprio questa l’eredità più dolorosa lasciata da una delle vicende più oscure della storia recente italiana: non l’assenza di processi, ma l’assenza di risposte.



