Le motivazioni del gup Giovanni Rossi sul proscioglimento del colonnello Fabio Cagnazzo nell’inchiesta per l’omicidio di Angelo Vassallo avrebbero dovuto mettere un punto. Invece hanno riaperto domande, dubbi e polemiche. E soprattutto hanno provocato la dura reazione di Antonio Vassallo, figlio del “Sindaco Pescatore”, che affida a parole cariche di amarezza una riflessione che va oltre il piano strettamente giudiziario.
“Ho appena letto le motivazioni del giudice Rossi e sono ancora più perplesso di prima”, dice. Una perplessità che nasce da quello che considera il vero nodo del provvedimento: non una dichiarazione di innocenza, ma una decisione che ferma tutto prima ancora di arrivare a un processo. “Non dice che l’imputato sia innocente, ma che non ci sono prove sufficienti e quindi il processo non si fa. Il punto è proprio questo: si ferma tutto prima ancora di un vero dibattimento, davanti a un’accusa che invece ritiene l’imputato colpevole”.
È una distinzione che Antonio Vassallo sente cruciale. Perché, nel suo ragionamento, il problema non è contestare il principio garantista secondo cui nessuno può essere processato senza basi solide, ma chiedersi se in una vicenda così complessa e ancora piena di zone d’ombra non fosse proprio il processo il luogo in cui provare a fare chiarezza.
Ed è difficile non cogliere il peso di questa osservazione. Perché il punto sollevato dal figlio di Angelo Vassallo tocca una questione che supera il singolo procedimento: quando un caso si arresta nella fase preliminare, resta inevitabilmente il dubbio che alcune domande siano rimaste senza risposta.
Le motivazioni del giudice Rossi smontano l’impianto accusatorio sul presunto depistaggio, ritenendo che non vi sia prova di un accordo precedente all’omicidio. Ed è proprio questo passaggio che Antonio Vassallo contesta sul piano logico prima ancora che processuale. “Sul depistaggio, il giudice sostiene che non c’è prova di un accordo prima dell’omicidio. E quindi cade l’impianto accusatorio. La mia domanda è: certi comportamenti e certe ricostruzioni non meritavano almeno di essere vagliati in un processo?”
È una domanda che resta sospesa e che in molti, anche fuori dalle aule giudiziarie, si pongono. Perché il tema non è sostenere una colpevolezza già scritta, ma capire se gli elementi raccolti fossero davvero così fragili da impedire persino il confronto dibattimentale. Lo stesso ragionamento Antonio Vassallo lo estende all’accusa di associazione finalizzata al traffico di droga. “Si dice che non c’è prova piena di partecipazione, ma restano elementi che, secondo me, andavano approfonditi in aula”.
Parole che non hanno il tono dell’accusa definitiva, ma quello di chi reclama un approfondimento mancato. E qui sta forse il punto politico e simbolico più forte della sua presa di posizione: non rivendicare una verità già acquisita, ma contestare che la ricerca di quella verità si interrompa troppo presto.
Anche perché il delitto di Angelo Vassallo non è mai stato percepito come un omicidio qualsiasi. Da sedici anni rappresenta uno dei grandi misteri irrisolti del Paese, intrecciato a ipotesi di criminalità, traffici illeciti e possibili coperture. Ogni decisione giudiziaria che lo riguarda ha inevitabilmente un peso che va oltre il fascicolo processuale. Ed è in questo contesto che le parole di Antonio Vassallo assumono il valore di una critica più ampia.
“Non posso dire che ci sia una colpevolezza certa. Sto dicendo che così il caso si chiude senza arrivare davvero a un processo, senza dare la possibilità di chiarire fino in fondo colpa o innocenza”. C’è in queste parole una distinzione che spesso nel dibattito pubblico si perde: chiedere un processo non equivale a chiedere una condanna. Significa chiedere che il confronto sulle prove avvenga fino in fondo.
Il proscioglimento di Fabio Cagnazzo, peraltro, non esaurisce l’intera vicenda giudiziaria. Restano altri filoni aperti e la Procura di Salerno valuta eventuali ulteriori mosse. Ma il tema posto da Antonio Vassallo resta lì, difficile da rimuovere: quanto pesa, per la ricerca della verità, fermarsi un passo prima del dibattimento?
“Perché fermarsi prima del processo significa, di fatto, rinunciare a cercare fino in fondo la verità”. È la frase che più di tutte riassume il senso della sua posizione. E forse anche il motivo per cui questa decisione, pur formalmente motivata, non appare capace di chiudere davvero il caso. Perché una decisione può chiudere un procedimento, non sempre chiude le domande che quel procedimento aveva aperto ed è forse proprio questo che continua a rendere il delitto Vassallo una ferita ancora irrisolta.

