È una scena che, soprattutto d’estate, può ancora capitare sulle spiagge italiane e anche lungo le coste del Cilento: un bambino entra in acqua con un retino, cattura un piccolo granchio, un pesciolino o un altro animale marino e lo porta sulla sabbia. L’animale finisce dentro un secchiello con pochi centimetri d’acqua, magari insieme ad altri esemplari, mentre intorno si continua a giocare. Per molti è soltanto un passatempo innocente, un modo per osservare da vicino ciò che vive nel mare. Ma il problema nasce quando l’animale rimane fuori dal proprio ambiente troppo a lungo. Infatti, viene esposto al sole, al caldo e a condizioni completamente diverse da quelle nelle quali è in grado di vivere.
Il messaggio da trasmettere ai bambini, quindi, è semplice: gli animali marini non sono giocattoli. Un secchiello lasciato sulla battigia può trasformarsi rapidamente in un ambiente ostile. L’acqua contenuta in pochi litri si riscalda velocemente sotto il sole. Inoltre, le sue caratteristiche possono cambiare in modo significativo. Per un animale abituato a vivere in mare, tra correnti, ossigenazione dell’acqua, temperatura e condizioni ambientali relativamente stabili, essere trasferito in un piccolo contenitore rappresenta una situazione di forte alterazione del proprio habitat. Non basta, dunque, pensare che alla fine della giornata l’animale verrà semplicemente riportato in acqua. Lo stress, le lesioni provocate dalla cattura o dalla manipolazione e una prolungata permanenza in condizioni inadatte possono comprometterne la sopravvivenza.
E qui entra in gioco anche la legge.
La normativa italiana tutela gli animali attraverso specifiche disposizioni del Codice penale. La legge 6 giugno 2025, n. 82, entrata in vigore il 1° luglio dello stesso anno, ha ulteriormente inasprito le pene per i reati contro gli animali. Il nuovo articolo 544-bis stabilisce che chi, per crudeltà o senza necessità, provoca la morte di un animale può essere punito con la reclusione da sei mesi a tre anni e con una multa da 5.000 a 30.000 euro. Nei casi in cui l’uccisione avvenga utilizzando sevizie oppure prolungando volontariamente le sofferenze dell’animale, la pena può arrivare da uno a quattro anni di reclusione. In aggiunta, vi è una multa da 10.000 a 60.000 euro.
È però fondamentale evitare allarmismi o interpretazioni semplicistiche: non significa che un bambino che mette per pochi minuti un piccolo granchio nel secchiello rischi automaticamente una multa di 60mila euro. La fattispecie prevista dalla legge richiede una condotta e conseguenze che devono essere valutate concretamente. La cifra di 60mila euro rappresenta il massimo della sanzione prevista per una specifica e più grave ipotesi di uccisione dell’animale. Tale ipotesi è caratterizzata da sevizie o dal volontario prolungamento delle sofferenze. Anche il reato di maltrattamento, disciplinato dall’articolo 544-ter del Codice penale, prevede oggi pene più severe rispetto al passato. Infatti, la norma punisce chi, per crudeltà o senza necessità, provoca una lesione a un animale o lo sottopone a sevizie o a comportamenti incompatibili con le sue caratteristiche etologiche.
La questione è quindi molto più seria del semplice “gioco del secchiello”, ma deve essere affrontata con equilibrio e conoscenza delle norme. Anche la giurisprudenza ha chiarito negli anni che la tutela penale degli animali può riguardare condotte capaci di provocare sofferenze non giustificate. La Corte di Cassazione, ad esempio, ha affrontato casi nei quali animali venivano sottoposti a condizioni incompatibili con le loro caratteristiche etologiche. In tali vicende, la Corte ha ribadito l’importanza della valutazione concreta delle sofferenze provocate.
Per il Cilento c’è poi un ulteriore elemento da considerare, lungo la costa esistono aree sottoposte a particolari forme di tutela ambientale. Nell’Area Marina Protetta Santa Maria di Castellabate, ad esempio, la disciplina vieta le attività che possono provocare turbamento alle specie animali e vegetali e, in particolare, le attività di cattura, raccolta e danneggiamento degli esemplari, secondo le specifiche regole previste per l’area. Analoghe forme di tutela interessano l’Area Marina Protetta Costa degli Infreschi e della Masseta, nel territorio del Parco Nazionale del Cilento, Vallo di Diano e Alburni. In tali aree le diverse zone sono sottoposte a differenti livelli di protezione e a specifiche limitazioni. Il disciplinare integrativo del 2026 è tra i documenti ufficiali pubblicati dall’ente gestore.
Questo significa che, in determinate zone del litorale cilentano, il problema non è soltanto quello del possibile maltrattamento dell’animale: possono esistere specifiche norme ambientali che disciplinano o vietano la cattura e la raccolta della fauna marina. La soluzione, però, non è trasformare la spiaggia in un’aula di tribunale. È soprattutto una questione di educazione. Un bambino che prende un granchio con il retino non lo fa necessariamente con l’intenzione di provocargli sofferenza. Molto spesso sta semplicemente cercando di conoscere il mondo che lo circonda. Ed è proprio in quel momento che l’adulto può trasformare un gioco in una piccola lezione di rispetto per la natura.
Si può osservare un granchio senza portarlo via. Si può fotografare un pesce senza rinchiuderlo. Si possono guardare le meduse mantenendo la distanza necessaria e senza toccarle. Si può spiegare ai bambini che il mare è la casa di quegli animali e che, proprio come noi stiamo meglio nel nostro ambiente, anche loro hanno bisogno delle condizioni naturali per vivere. Nel Cilento, dove il rapporto con il mare rappresenta una parte fondamentale dell’identità del territorio e dove esistono ecosistemi costieri di grande valore, questo messaggio assume un significato ancora più importante.
La Regione Campania, del resto, sta dedicando crescente attenzione alla tutela degli ecosistemi marini e alla biodiversità. Nel 2026 ha avviato anche un programma di monitoraggio scientifico sulla presenza del granchio blu, con l’obiettivo di prevenire possibili conseguenze sugli ecosistemi marini e sulle attività di pesca e acquacoltura. Tuttavia, il mare, insomma, non è un enorme acquario nel quale prendere ciò che capita.
È un ecosistema complesso, nel quale ogni specie svolge il proprio ruolo. Anche il più piccolo granchio nascosto tra gli scogli, il pesce che nuota vicino alla riva o l’organismo che osserviamo per pochi secondi durante una passeggiata rappresentano una parte di quell’equilibrio. Per questo, quest’estate, il consiglio ai genitori è semplice: retino e secchiello possono rimanere a casa. Se i bambini vogliono conoscere il mare, insegnamo loro a guardarlo, ad ascoltarlo, a fotografarlo e a rispettarlo. Infatti, la vera scoperta non è riuscire a catturare un animale. Piuttosto, è riuscire a lasciarlo libero.





