C’è una fotografia del Cilento che racconta più di molte statistiche il cambiamento economico e sociale del territorio, è quella delle saracinesche dei negozi, alcune continuano ad alzarsi ogni mattina, altre rimangono abbassate per sempre, in mezzo ci sono locali che cambiano insegna, attività stagionali che provano a sopravvivere, nuovi supermercati che aprono e piccoli esercizi che fanno sempre più fatica a mantenere un equilibrio economico. Il fenomeno non è nuovo, ma negli ultimi anni è diventato molto più evidente anche nel Cilento. E soprattutto non può essere letto semplicemente attraverso il numero complessivo delle imprese presenti sul territorio, una provincia può registrare un saldo positivo di imprese e, contemporaneamente, perdere una parte della propria rete di negozi tradizionali. È proprio questa la contraddizione che occorre osservare quando si parla di commercio cilentano.
Nel 2024 la provincia di Salerno ha registrato 5.811 nuove iscrizioni al Registro delle Imprese contro 5.232 cessazioni, con un saldo positivo di 579 imprese. Le imprese registrate erano complessivamente 119.609. Il dato, apparentemente positivo, deve però essere letto insieme alla dinamica dei singoli settori: il commercio ha infatti registrato una contrazione dello 0,67% ed è proprio nel passaggio dal dato provinciale al territorio che emerge la questione più delicata per il Cilento. Un’attività che chiude non viene necessariamente sostituita da un’attività dello stesso tipo. Può sparire un piccolo alimentari e aprire un’altra attività completamente diversa, può chiudere un negozio di abbigliamento indipendente mentre aumenta la presenza di una catena commerciale. Può cessare un esercizio storico e contemporaneamente nascere un supermercato in una zona periferica o lungo una strada ad alta percorrenza.
Per questo il semplice saldo tra imprese nate e imprese cessate non è sufficiente per capire cosa stia succedendo nei paesi cilentani, bisogna osservare la composizione delle attività, la loro distribuzione geografica e soprattutto la differenza tra commercio di prossimità e strutture commerciali più grandi. Il piccolo negozio rappresenta infatti qualcosa di diverso da una semplice attività economica, nei centri dell’interno del Cilento, dove la popolazione è ridotta e l’invecchiamento demografico è più marcato, un alimentari, un bar, un’edicola o un negozio di generi essenziali possono rappresentare uno degli ultimi servizi raggiungibili senza automobile.
Quando chiude l’ultimo esercizio commerciale di un paese, il problema non riguarda più soltanto il commerciante che perde il proprio lavoro. Cambia la vita quotidiana di chi rimane, per una persona anziana significa spesso dover raggiungere il comune vicino anche per una spesa di pochi prodotti. Per una famiglia significa aggiungere tempo e costi agli spostamenti. Per il territorio significa perdere un punto di incontro e, spesso, un presidio quotidiano. È qui che il commercio si intreccia con lo spopolamento, il meccanismo è semplice e difficile da interrompere: meno residenti significano meno clienti; meno clienti significano minori ricavi; minori ricavi rendono più difficile mantenere aperta un’attività; la chiusura di più attività rende il paese meno attrattivo e più dipendente dai centri maggiori, nel Cilento questo rischio è particolarmente significativo perché la struttura territoriale è frammentata in decine di comuni, molti dei quali caratterizzati da piccoli centri abitati e frazioni distanti dai principali poli commerciali.
La situazione è diversa nei comuni costieri e nei centri con maggiore capacità di attrazione. Agropoli, Capaccio Paestum, Castellabate, Vallo della Lucania, Sapri e altri centri maggiori possono contare su bacini di utenza più ampi, sulla presenza turistica e su una rete viaria che favorisce gli spostamenti. Qui il commercio può continuare ad attirare investimenti, anche se cambia profondamente la sua struttura. Un esempio significativo arriva da Capaccio Paestum, dove nel 2026 è stato aperto un nuovo punto vendita della grande distribuzione. L’investimento conferma l’interesse degli operatori verso le aree del Cilento che dispongono di un bacino di utenza sufficientemente ampio e di una posizione strategica rispetto alla viabilità.
È una dinamica che deve far riflettere. La grande distribuzione non sta necessariamente sostituendo tutti i negozi tradizionali, ma intercetta una domanda diversa e dispone di caratteristiche difficilmente replicabili dal piccolo commerciante: maggiore capacità di acquisto, prezzi competitivi, ampi assortimenti, parcheggi e possibilità di concentrare molti acquisti in un’unica struttura, il consumatore, naturalmente, sceglie anche sulla base del prezzo e della comodità. Non è quindi possibile trasformare il problema in una contrapposizione semplicistica tra “buoni” e “cattivi”. La questione è capire quale equilibrio commerciale vogliamo per il Cilento, perché se da una parte è positivo che arrivino investimenti e nuove attività, dall’altra non possiamo ignorare ciò che accade nei piccoli centri quando la rete dei negozi di vicinato si assottiglia progressivamente. Il fenomeno è confermato anche dal quadro nazionale. Secondo le elaborazioni diffuse da Confesercenti, tra il 2019 e il 2025 in Italia sono scomparse oltre 111 mila imprese del commercio al dettaglio. Nello stesso periodo sono diminuite anche migliaia di attività nel settore dei bar.
Sono numeri nazionali, ma aiutano a comprendere una trasformazione che ha effetti molto concreti anche nel Mezzogiorno e nei territori caratterizzati da forte frammentazione demografica e il Cilento è proprio uno di questi territori, qui, inoltre, esiste un’altra particolarità: la stagionalità. Un’attività commerciale può avere un’estate positiva e incontrare grandi difficoltà nei mesi invernali. Nei comuni costieri la presenza turistica può sostenere numerose attività durante la stagione estiva, ma non sempre è sufficiente a garantire un equilibrio economico durante tutto l’anno, questo significa che il numero delle attività aperte nel mese di agosto non racconta necessariamente la reale situazione commerciale del territorio. La vera fotografia del Cilento si vede soprattutto in inverno, è allora che si comprende quali attività riescono a vivere grazie alla domanda locale e quali invece dipendono quasi completamente dai flussi turistici ed è anche in questo periodo che diventa evidente la differenza tra i grandi centri e i piccoli comuni dell’interno.
Il rischio più grande non è quindi semplicemente quello di avere meno negozi, è quello di avere meno servizi essenziali distribuiti sul territorio. La Camera di Commercio di Salerno mette a disposizione strumenti statistici che permettono di analizzare la dinamica delle imprese anche a livello comunale, distinguendo attività, iscrizioni e cessazioni. È proprio da questo tipo di analisi che sarebbe possibile costruire una vera mappa del commercio cilentano, comune per comune, sarebbe interessante sapere, ad esempio, quanti negozi hanno chiuso negli ultimi cinque anni nei comuni dell’interno, quanti ne sono stati aperti, quali categorie sono maggiormente in difficoltà e dove invece il commercio continua a crescere.
Perché dietro il dato provinciale di un saldo positivo delle imprese può nascondersi una realtà molto diversa da paese a paese ed è questa probabilmente la fotografia che oggi manca al Cilento non basta sapere quante imprese esistono, bisogna capire dove sono, cosa vendono, quanto durano e cosa sostituisce quelle che chiudono, il commercio cilentano non sta semplicemente scomparendo, sta cambiando.
La domanda è se questo cambiamento sarà governato oppure se sarà lasciato esclusivamente alle dinamiche del mercato e dello spopolamento, perché un nuovo supermercato può rappresentare un investimento, nuovi posti di lavoro e un servizio importante per migliaia di persone. Ma l’apertura di una nuova grande struttura non può automaticamente compensare la perdita dell’ultimo alimentari di un piccolo paese. Sono due fenomeni differenti. Il primo riguarda la crescita commerciale, il secondo riguarda la tenuta sociale del territorio. Ed è proprio su questo punto che il Cilento dovrebbe aprire una riflessione seria. Perché salvaguardare il commercio di prossimità non significa necessariamente proteggere attività inefficienti o impedire l’arrivo della grande distribuzione. Significa creare le condizioni affinché anche un piccolo esercizio possa avere un futuro, soprattutto nei comuni dove rappresenta un servizio essenziale.
Ridurre la burocrazia, sostenere le attività nei piccoli centri, incentivare il recupero dei locali sfitti, favorire la multifunzionalità dei negozi e collegare commercio, turismo e servizi possono essere alcune delle strade da percorrere, perché nel Cilento un negozio non è soltanto una partita IVA, è una vetrina illuminata in una strada, è una persona che conosce i propri clienti, è un servizio raggiungibile a piedi, è un luogo dove ci si incontra. E quando l’ultima saracinesca si abbassa definitivamente, a chiudere non è soltanto un’attività economica, chiude un altro pezzo di comunità.






