C’è qualcosa di profondamente sbagliato nel modo in cui questa storia è stata affrontata, non perché le regole non debbano essere rispettate, né perché un sistema sanitario non debba preoccuparsi della qualità delle prestazioni. Il problema è che, quando si parla di territori come il Cilento meridionale, i numeri da soli non raccontano tutto. Il punto nascita di Sapri non è arrivato alla chiusura da un giorno all’altro. La discussione sul suo futuro dura da molti anni e affonda le proprie radici nelle regole nazionali che hanno fissato in 500 parti annui lo standard di riferimento per i punti nascita, prevedendo la possibilità di deroghe in presenza di particolari condizioni territoriali.
Già nel 2019 la questione era arrivata al Ministero della Salute. La seconda richiesta di deroga per il punto nascita di Sapri, insieme a quelle relative ad altri presidi campani, aveva ricevuto un parere negativo dal Comitato Percorso Nascita nazionale. Il Ministero aveva precisato che la Regione aveva manifestato l’intenzione di procedere a una nuova programmazione della rete, ma che il relativo documento non era ancora arrivato, quello avrebbe dovuto essere il momento per affrontare seriamente la questione, non soltanto decidendo se mantenere o chiudere un reparto, ma costruendo un progetto per un territorio particolare, verificando i numeri, affrontando il calo delle nascite, valutando il personale e migliorando l’organizzazione. Soprattutto, sarebbe stato necessario chiarire quali condizioni avrebbero potuto consentire al presidio di continuare a garantire un’assistenza adeguata.
Gli anni, invece, sono passati. Nel frattempo il numero delle nascite è ulteriormente diminuito e la questione è tornata sul tavolo con maggiore urgenza. Nel riordino della rete dei punti nascita, la Regione Campania ha inserito Sapri tra le strutture destinate alla cessazione dell’attività, insieme ad altri due presidi regionali, motivando la scelta anche con il basso volume di parti registrato nel triennio.
Ma proprio nel 2025 è emerso un elemento difficile da ignorare. Mentre veniva programmata la chiusura, la Regione ha successivamente chiesto una nuova deroga e, nel luglio dello stesso anno, una legge regionale ha riconosciuto espressamente Sapri tra i Comuni considerati zone disagiate sotto il profilo della fruizione dei servizi sanitari. A questo punto una domanda diventa inevitabile: se il territorio viene riconosciuto come particolarmente problematico dal punto di vista dell’accesso ai servizi sanitari, perché questa condizione non dovrebbe essere considerata anche quando si decide il futuro del punto nascita? Non è una domanda ideologica, ma una questione amministrativa, territoriale e soprattutto concreta.
La vicenda è poi arrivata davanti alla giustizia amministrativa. I Comuni del territorio hanno presentato ricorso contro la decisione regionale e, nell’ottobre 2025, il TAR aveva sospeso temporaneamente la chiusura, accogliendo la richiesta cautelare e riconoscendo la rilevanza delle distanze dagli altri ospedali dotati dei servizi necessari. Nei mesi successivi il tribunale aveva nuovamente sospeso gli effetti della delibera, ponendo al centro della vicenda anche la necessità di una valutazione motivata della richiesta di deroga e della situazione territoriale. Sembrava quindi che la partita non fosse ancora chiusa, ma la sentenza depositata il 21 settembre 2026 ha respinto i ricorsi dei Comuni e confermato la legittimità della chiusura. Il ragionamento dei giudici mette al centro gli standard di sicurezza legati al volume di attività e ritiene che la distanza dagli altri punti nascita, da sola, non sia sufficiente a impedire la riorganizzazione.
Ed è proprio qui che torna la questione che interessa davvero il territorio. Non basta sapere che il punto nascita chiuderà, bisogna sapere cosa accadrà dopo. Da Sapri a Vallo della Lucania la distanza stradale è nell’ordine dei 48 chilometri e il normale viaggio in automobile può richiedere indicativamente tra i 40 e i 50 minuti, in condizioni ordinarie. Ma questo non è il tempo di un’emergenza sanitaria. In caso di una complicazione ostetrica, prima del viaggio ci sono la chiamata ai soccorsi, l’arrivo dell’ambulanza, la valutazione della paziente, le eventuali procedure necessarie, il trasferimento e infine la presa in carico nell’ospedale di destinazione. Il dato che il territorio dovrebbe conoscere è quindi un altro: quanto tempo passa realmente dal momento in cui una donna ha bisogno di assistenza urgente a quello in cui viene presa in carico in una struttura attrezzata?
Questa informazione dovrebbe essere pubblica, misurata e aggiornata, perché quaranta minuti indicati da un navigatore non sono la stessa cosa di quaranta minuti di emergenza sanitaria. La differenza diventa ancora più importante in un territorio nel quale la viabilità può essere condizionata dal traffico, dai lavori, dagli incidenti, dal maltempo o da problemi lungo la rete stradale. La Regione e l’azienda sanitaria hanno previsto, dopo la chiusura del punto nascita, la permanenza a Sapri di una guardia ginecologica e ostetrica attiva 24 ore su 24 per le emergenze ostetriche non differibili, con la possibilità di attivare il trasporto materno verso Vallo della Lucania o verso una struttura dotata di terapia intensiva neonatale. È un elemento importante, ma ora bisogna verificare come questo sistema funzionerà nella pratica. Quanti mezzi saranno disponibili? Quali saranno i tempi medi di intervento? Quali quelli effettivi di trasferimento? Cosa accadrà se, nello stesso momento, sarà necessario intervenire per un’altra emergenza?
Sono domande semplici, ma decisive, perché una rete sanitaria non si valuta soltanto dalla sua esistenza formale. Si valuta dalla capacità di rispondere quando serve, con personale adeguato, mezzi disponibili e tempi compatibili con la situazione. Nessuno può negare che la sicurezza di un punto nascita dipenda anche dall’esperienza del personale e dal numero di parti gestiti. È una questione seria, che riguarda direttamente la tutela delle madri e dei neonati. Ma altrettanto seria è la domanda su come garantire lo stesso livello di attenzione quando una struttura viene chiusa in un territorio periferico. Non si può pensare che il problema scompaia semplicemente spostando il parto di decine di chilometri. La sicurezza deve essere valutata anche lungo il percorso che conduce alla struttura alternativa, ed è questo il punto sul quale il Cilento merita risposte.
La vicenda di Sapri racconta anche un’altra storia, quella dello spopolamento. Quando diminuiscono le nascite, diminuisce anche l’attività dei servizi. Quando i servizi diventano più difficili da mantenere, vivere in quel territorio diventa più complicato e, per una famiglia giovane, la scelta di andare via può diventare più concreta. È un meccanismo che non può essere ignorato. Non si può parlare di contrasto allo spopolamento delle aree interne e, nello stesso tempo, considerare ogni servizio perduto come una conseguenza inevitabile dei numeri, perché anche i numeri hanno una causa.
I bambini non nascono soltanto perché esiste un punto nascita, ma una comunità che perde progressivamente servizi, collegamenti e opportunità diventa meno attrattiva per chi vorrebbe costruire lì il proprio futuro. La domanda, allora, non dovrebbe essere soltanto quanti parti vengono effettuati a Sapri. Bisognerebbe chiedersi perché sono diminuiti, quante donne scelgono altri ospedali, per quali ragioni e quanto pesa sulla scelta la percezione della qualità dell’assistenza. Bisognerebbe capire se esisteva un progetto concreto per rendere il presidio più attrattivo e sicuro e, soprattutto, cosa è stato fatto negli anni per evitare di arrivare al punto in cui il basso numero di parti diventasse una delle principali ragioni della chiusura.
Sono domande che non possono essere liquidate con una statistica. Il punto nascita di Sapri è arrivato alla fine di un percorso lungo anni: una deroga è stata chiesta e respinta nel 2019, una nuova programmazione è stata annunciata, il problema dei bassi volumi è rimasto, nel 2025 è arrivata la decisione regionale di chiudere, poi sono arrivati i ricorsi dei Comuni, la sospensione cautelare, una nuova richiesta di deroga e il riconoscimento legislativo di Sapri come zona disagiata. Infine, nel settembre 2026, la decisione del TAR ha confermato la chiusura. Una cosa, quindi, appare evidente: il problema era conosciuto da tempo. Ed è proprio per questo che è legittimo chiedersi se, negli anni a disposizione, sia stato fatto tutto ciò che era possibile per affrontarlo prima di arrivare alla chiusura.
Oggi non basta indicare l’esistenza di altri ospedali. Bisogna dimostrare che siano raggiungibili in tempi compatibili con le emergenze. Non basta prevedere il trasporto materno, bisogna dimostrare che sia operativo, tempestivo e adeguatamente organizzato. E non basta annunciare che a Sapri resteranno servizi per le emergenze: bisogna spiegare come funzioneranno, con quale personale e con quali tempi di risposta. Il Cilento meridionale non chiede necessariamente che ogni servizio rimanga immutato per sempre. Chiede qualcosa di più semplice: che prima di togliere un servizio essenziale venga spiegato con chiarezza cosa viene costruito al suo posto e che questa spiegazione non sia affidata alle parole, ma ai dati.
Il punto nascita può essere chiuso. La questione sanitaria, però, non può essere considerata chiusa insieme al reparto. Una sentenza può stabilire la legittimità di una decisione amministrativa, ma non può cancellare i chilometri, accorciare le strade o far arrivare un’ambulanza più velocemente. Non può modificare la geografia del Cilento e soprattutto non può rispondere alla domanda che resterà sulle spalle di chi dovrà affrontare una gravidanza in questo territorio: quanto tempo servirà davvero per arrivare dove potrò essere curata?
A questa domanda servono dati, mezzi, personale, organizzazione e tempi verificabili. Per questo, ora, la Regione e l’azienda sanitaria dovrebbero pubblicare un piano dettagliato e verificabile della nuova assistenza ostetrica e neonatale a Sapri, indicando il personale disponibile, i mezzi di soccorso, le modalità di attivazione, i tempi medi di intervento e i tempi effettivi di trasferimento verso il presidio di riferimento. Non è sufficiente annunciare che il sistema funzionerà: bisogna misurarlo. Sarebbe inoltre necessario sottoporre la nuova organizzazione a una verifica periodica pubblica, rendendo noti i dati sugli interventi e sui trasferimenti, comprese eventuali criticità. Se dovessero emergere tempi incompatibili con la sicurezza delle pazienti, la programmazione dovrebbe essere immediatamente riesaminata.
Questa dovrebbe essere la richiesta del territorio: non una battaglia contro una sentenza già pronunciata, ma la pretesa di sapere, numeri alla mano, se la soluzione adottata garantisca davvero le condizioni di assistenza che vengono promesse. Il diritto alla salute non dovrebbe dipendere dal fatto di vivere in una grande città o nell’estremo sud del Cilento. E se il territorio è stato riconosciuto come disagiato sotto il profilo dell’accesso ai servizi sanitari, quella condizione non può rimanere una definizione scritta in una legge. Deve tradursi in scelte concrete.
Adesso la richiesta è precisa: un piano pubblico, tempi certificati, mezzi adeguati e una verifica indipendente dell’effettivo funzionamento della rete di emergenza. Il punto nascita può essere chiuso per decisione amministrativa. La sicurezza delle donne e dei neonati, invece, non può essere affidata a una promessa. Su questo il Cilento ha il diritto di pretendere risposte.





