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Lo spopolamento dei piccoli borghi del Cilento raccontato da una casa abbandonata

Dalle partenze degli anni passati alle nuove possibilità di rinascita: le case vuote del Cilento raccontano lo spopolamento dei piccoli borghi, custodiscono la memoria delle comunità e aspettano nuove storie da vivere.

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Ci sono luoghi che sembrano raccontare molto di più quando diventano silenziosi, è quello che accade in tanti piccoli borghi del Cilento dove, accanto alle case ancora abitate, si incontrano porte chiuse da anni, finestre che non si aprono più e abitazioni che il tempo ha lentamente riconsegnato alla natura. A prima vista potrebbero sembrare semplicemente case abbandonate, in realtà sono qualcosa di molto più importante. Sono una parte della memoria dei nostri paesi e raccontano, attraverso i muri, le finestre, gli oggetti rimasti nelle stanze e i cortili ormai invasi dalla vegetazione, una delle trasformazioni più profonde che il Cilento abbia conosciuto negli ultimi decenni.

Lo spopolamento dei piccoli borghi non è arrivato improvvisamente, è stato un processo lento, quasi impercettibile, iniziato quando intere generazioni hanno cominciato a partire alla ricerca di un lavoro e di un futuro diverso. Prima sono andati via i giovani, molti hanno raggiunto le grandi città del Nord, altri hanno scelto l’estero, altri ancora si sono trasferiti nei centri più grandi della provincia, poi sono partite le famiglie e con loro sono rimasti nei paesi soprattutto gli anziani.

All’inizio sembrava che nulla fosse cambiato, chi era partito tornava per Natale, per l’estate, per la festa patronale, le case si riempivano nuovamente di voci e per qualche giorno i vicoli tornavano ad animarsi, poi i ritorni sono diventati sempre meno frequenti. Una generazione dopo l’altra le porte hanno cominciato a rimanere chiuse più a lungo e alcune non si sono più riaperte è così che tante abitazioni del Cilento sono diventate testimoni silenziose dello spopolamento. Sono case che non hanno soltanto una storia architettonica, hanno una storia umana. Dentro quelle stanze sono nati bambini, sono cresciute famiglie, si sono celebrati matrimoni, sono state vissute feste e ricorrenze e sono stati affrontati momenti difficili, ci sono stati amori, discussioni, partenze e ritorni.

Una casa conserva tutto. Conserva il rumore dei passi sul pavimento, il profumo della cucina, il calore del camino e persino il silenzio che arriva dopo che l’ultima persona ha chiuso la porta ed è proprio pensando a queste case che viene naturale immaginare di poterle intervistare. Non è un’intervista reale, naturalmente, ma un modo per provare ad ascoltare ciò che quei luoghi potrebbero raccontarci se avessero una voce.

L’intervista impossibile a una casa del Cilento

Dove ti trovi?

Sono in uno dei tanti piccoli borghi del Cilento. La mia strada un tempo era piena di gente. Le porte restavano aperte durante il giorno e bastava affacciarsi alla finestra per sapere chi fosse passato. Oggi è tutto più tranquillo, non direi però che sia una strada vuota. È semplicemente cambiato il modo di vivere.

Quando sei stata costruita?

Sono qui da molti decenni e ho visto passare più generazioni, quando sono stata costruita intorno a me c’erano famiglie numerose, i bambini correvano nei vicoli e gli adulti lavoravano nei campi, nelle botteghe o nelle attività del paese, la sera ci si incontrava davanti alle case e spesso non serviva nemmeno entrare. Bastava una sedia sulla porta per trasformare la strada in un luogo di incontro.

Quando hai capito che il paese stava cambiando?

Non c’è stato un momento preciso, ho visto partire una persona alla volta. Prima un ragazzo che cercava lavoro, poi suo fratello, poi una famiglia intera. Qualcuno partiva per il Nord, qualcuno per l’estero e qualcun altro semplicemente si trasferiva in un paese più grande. All’inizio tornavano spesso. Poi sempre meno, ogni partenza lasciava una stanza più silenziosa e una finestra che si apriva con minore frequenza.

Hai visto partire intere generazioni?

Sì. Ho visto ragazzi salutare i propri genitori con una valigia in mano e promettere che sarebbero tornati presto, alcuni sono tornati davvero. Altri hanno costruito la propria vita lontano. Ho visto arrivare lettere da città lontane e fotografie scattate dall’altra parte del mondo, per molti anni quelle fotografie sono rimaste appese alle mie pareti e hanno continuato a ricordarmi che chi era partito non aveva dimenticato da dove veniva.

Che cosa ricordi maggiormente della tua vita passata?

I bambini. Ricordo quando le mie stanze erano piene di voci e il cortile diventava un piccolo mondo. ricordo i giochi, le corse, le discussioni che duravano pochi minuti e finivano con una nuova partita. Molti di quei bambini oggi hanno i capelli bianchi, alcuni vivono lontanissimo da qui. Ma quando tornano riesco ancora a riconoscere i loro passi.

Hai conosciuto anche momenti difficili?

Certo. Una casa non conosce soltanto la felicità, ho visto malattie e lutti, ho visto persone piangere e famiglie affrontare momenti complicati. Ho visto partenze che sembravano temporanee diventare definitive. Ma ho visto anche la capacità delle persone di ricominciare. Forse è questa la cosa più importante che ho imparato.

Oggi ti senti abbandonata?

Preferisco dire che sono rimasta, sono rimasta mentre gli altri partivano, sono rimasta mentre il paese cambiava e mentre la natura tornava lentamente a occupare gli spazi che un tempo erano curati ogni giorno. L’erba cresce nel cortile, l’edera sale sui muri e gli uccelli hanno trovato nuovi rifugi sotto il tetto, non mi piace pensare alla natura come a una nemica. È semplicemente arrivata quando gli uomini sono andati via.

È vero che la natura sta riprendendo possesso delle case?

Sì, e qualche volta è sorprendente, può capitare di trovare un vecchio libro dimenticato su un materasso e, accanto, vedere una pianta di fico crescere attraverso una stanza, è una sorta di staffetta. Gli uomini se ne vanno e la natura ritorna, ma questo non significa che la storia della casa sia finita.

Che cosa vorresti diventare?

Non necessariamente quella che ero, vorrei diventare qualcosa che abbia ancora un senso, potrei tornare a essere una casa per una famiglia, oppure uno spazio per un’attività, un laboratorio, una piccola biblioteca o un luogo nel quale qualcuno possa lavorare. Non ho bisogno di cancellare il passato. Vorrei soltanto aggiungere nuove storie a quelle che già custodisco.

Pensi che i piccoli borghi possano rinascere?

Non posso sapere cosa accadrà, ma posso dire una cosa, io sono ancora qui! E finché esistono case, strade, piazze e persone disposte a prendersene cura, esiste anche la possibilità di ricominciare, non bisogna scegliere tra memoria e futuro. La memoria può diventare il punto dal quale costruire il futuro.

Che cosa diresti alle persone che sono partite?

Non sentitevi in colpa, le persone partono perché hanno bisogno di costruire la propria vita e per molti anni partire è stato necessario il problema non è che siano andate via, la vera sfida è fare in modo che un giorno possano avere un motivo per tornare. Non per nostalgia. Per scelta e magari anche per restare.

Le case che aspettano una nuova storia

Forse è proprio qui che si trova il significato più profondo di queste abitazioni, una casa abbandonata racconta certamente qualcosa che non c’è più, ma può anche rappresentare qualcosa che ancora non esiste e che potrebbe nascere il recupero dei piccoli borghi non può infatti limitarsi alla ristrutturazione degli edifici. Sistemare una casa è importante, ma non basta se intorno non esiste una comunità capace di viverla. Servono servizi, collegamenti, scuole, assistenza, attività commerciali e soprattutto opportunità di lavoro. Serve la possibilità per un giovane di scegliere di restare senza sentirsi costretto a partire. Solo così una casa recuperata può diventare davvero parte della rinascita di un paese altrimenti rischia di essere soltanto un edificio restaurato in un borgo sempre più vuoto.

Il Cilento possiede però una risorsa straordinaria. Conserva ancora un patrimonio di case, vicoli, piazze, paesaggi e tradizioni che non appartengono soltanto al passato. Possono diventare strumenti per costruire nuove forme di vita e di economia, se accompagnati da una visione capace di mettere al centro le persone, forse dovremmo quindi cambiare anche il modo di guardare alle case abbandonate.

Non soltanto come simboli dello spopolamento, ma come luoghi nei quali il futuro potrebbe trovare uno spazio, quelle porte chiuse raccontano una partenza, ma non necessariamente una fine, dietro una di esse potrebbe tornare una famiglia. Potrebbe nascere un laboratorio. Potrebbe aprire una piccola attività. Potrebbe tornare un giovane che aveva lasciato il paese molti anni prima.

Potrebbe semplicemente riaccendersi una luce. E quella luce non sarebbe il ritorno al passato. Sarebbe qualcosa di nuovo, perché i piccoli borghi del Cilento non hanno bisogno di tornare esattamente a ciò che erano. Hanno bisogno di trovare un nuovo modo per continuare a essere vivi. Le vecchie case possono conservare la memoria mentre accolgono il futuro. Possono mantenere le loro pietre, i loro pavimenti, le loro travi e le loro storie senza rinunciare a ospitare una vita diversa da quella per cui erano state costruite. In fondo è questa la resilienza di un territorio.

Non pretendere che il tempo si fermi, ma imparare a trasformare ciò che il tempo ha lasciato, le case del Cilento hanno già resistito a molte cose, hanno visto partire generazioni, hanno conosciuto momenti difficili e hanno osservato cambiare il mondo fuori dalle loro finestre. Eppure sono ancora lì. Aspettano, non necessariamente qualcuno che torni indietro, aspettano qualcuno che abbia il coraggio di aprire una porta e cominciare una storia nuova, forse è questo il modo più giusto per raccontare lo spopolamento dei nostri piccoli borghi.

Non soltanto attraverso ciò che abbiamo perso, ma anche attraverso ciò che possiamo ancora costruire perché una casa vuota è una storia interrotta, ma una storia interrotta non è necessariamente una storia finita e in un borgo del Cilento, dietro una finestra che da anni non si illumina, potrebbe esserci ancora spazio per una nuova luce.

© Riproduzione riservata
Alessandro Giordano
Alessandro Giordano
Giornalista pubblicista e appassionato di scrittura, Alessandro Giordano è da sempre profondamente legato al Cilento e alla sua realtà. Nel corso della sua attività ha raccontato il territorio, le sue comunità, le trasformazioni, le criticità e le eccellenze, con particolare attenzione alla cronaca, alla politica locale, alla cultura e alle tematiche sociali. Fondatore e direttore di CilentoReporter.it, ha scelto di mettere la propria passione per la scrittura al servizio di un'informazione attenta al territorio, convinto che raccontare il Cilento significhi soprattutto conoscerlo, viverlo e dare voce alle sue persone e alle sue storie.
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