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Nel Cilento, ci sono luoghi che meritano il nostro tempo.

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Il fenomeno di abbandono dei paesini interessa da sempre numerose realtà della penisola italiana. In passato si lasciavano i borghi al proprio destino per i motivi più disparati: carestie, invasioni, alluvioni. Intorno al fenomeno sono sorte, inoltre, numerose leggende che hanno accresciuto il fascino di questi abitati. Nel Cilento, per fortuna (o purtroppo!), presenta un ampio ventaglio di abitazioni o borghi abbandonati, dove sembra che la clessidra sia stata posta in orizzontale dal dio Chronos. Dai monti alla costa è un ribollire di case fantasma, dove, certamente, le  storie di cui hanno fatto parte, ne accrescono il  fascino . “ ahh se queste mura potessero parlare”…. riportava un vecchio adagio ed è questo che un giorno, in una delle mie tante passeggiate, mi sono “sentito narrare”  da quella casa diroccata.

Stivali alti in gomma, camicia a maniche lunghe, una mini roncola…..non si sa mai, ed un, ormai, vecchio ed incancrenito dagli anni, bastone di bambù  sono gli amici servili e fidati che mi accompagnano. Vado alla ricerca di asparagi selvatici, la finta missione che mi prefiggo e che comunico a chi mi chiede dove sono diretto – e gli asparagi li trovo, d’altronde la nostra terra ne è ricca ed io, non lo nego, ne sono un estimatore.
La ricerca di questo “frutto” della terra, per chi come me ne è un cultore, significa soprattutto vagare senza meta tra boschi collinari da favola, nascondigli di briganti, cammini millenari, muri in pietra diroccati, ed i profumi del sottobosco che si materializzano, tra un passaggio di nubi in lontananza e lo spirito del tempo, che invita a smarrirsi nelle pieghe collinari . Ed è subito dopo un arbusto, o un cespuglio spinoso che capita, a volte, di attraversare un confine invisibile, un confine tra due mondi distanti tra loro.  A volte è un confine simbolico, a volte emotivo, a volte fisico e reale.  Mi è capitato, qualche giorno fa, di trovarmi di fronte ad uno dei tanti ruderi, oramai inghiottiti da madre natura, probabilmente era una casa di contadini dediti alla pastorizia, viste le numerose assi ormai marce che ne cingevano le pertinenze,  ed entrare nell’unica stanza ancora in piedi dell’intero fabbricato.

Al suo interno,  il grande camino, parzialmente demolito, resisteva ancora, e così il lavello di pietra, accanto ad esso; a fianco le scale di legno, che portavano al piano superiore, e di fronte ad esse una porta faceva accedere ad una ormai inesistente sala da pranzo. Qui nulla restava, dell’antico arredamento, se non una vecchia stufa a legna, sventrata e divelta, e uno sgangherato comodino da letto, ma, tra il sudiciume, quasi del tutto incolume, c’era una vecchia tazza di porcellana. Una tazza come quelle che avevo già visto, bianca, col bordo sottile con ricamature in simil-oro.

Nel prenderla in mano ho rivisto e ritrovato il mondo dei contadini, un mondo ormai svanito, secoli di tradizioni perduti in pochi lustri dopo le rivoluzioni culturali e sociali del dopoguerra. In quella tazza ho ritrovato un mondo ormai lontano, racconti di vita quotidiana, compreso su quello che costituiva la dieta dei contadini del secolo scorso. La vita, per chi viveva in campagna, non era semplice né agiata.
Al mattino occorreva alzarsi prestissimo per andare a lavorare i campi, e la colazione era immancabilmente sempre la stessa: una tazza di latte, spesso quello delle proprie mucche o capre, in cui intingere, quando c’era, tozzi di pane raffermo. Il pane era quello della sera o dei  giorni  precedenti.


Era, questa, la colazione di un’infinità di persone, legate a doppia mandata alla vita e ai lavori della campagna. Una colazione sostanziosa, adatta a chi doveva affrontare un lavoro duro che sarebbe terminato solo a sera, spesso solo con una breve pausa per il pranzo nel mezzo. Trovare quella tazza è stato un po’ ritrovare le esistenze di quelle persone. L’ho presa, con la promessa di ripulirla, e fotografandola riportarla in vita consegnandola a nuovi momenti di quotidianità. E quando avrà terminato di fare da modella, pulita e lustra verrà riportata nel suo “regno” e dal suo ormai svanito proprietario della casa abbandonata, perché anch’egli possa ritrovare una parte della propria storia.

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