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Pescatori del Cilento. Storia di Biagio

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Odio passare il fine settimana oziando. E’ una bugia che racconto a me stesso per fare una lunga escursione sulle spiagge cilentane che a volte, con il bel tempo, durano anche un’intera giornata. In queste pagine, ho descritto più volte di come è cesellato in me l’amore per il mio mare. Certo, in molti so che commenterete: “ma il mare, è il mare ovunque sia”, concordo ed aggiungo che altre località al di fuori del Cilento, hanno suscitato in me, quasi le stesse sensazioni, ma perdonerete il mio campanilismo blasfemo “non c’è altro mare al di fuori del mio”.

Ed è in una delle mie tante peregrinazioni  sulle spiagge e nei borghi marinari che mi è capitato di incontrare Biasi (Biagio) un vecchio, ma non troppo nell’animo, pescatore che si accingeva a rientrare a casa dopo una piccola battuta di pesca. Lo incontro, in una stradina che dal piccolo porticciolo va verso il centro del borgo. La mia sete di sapere perché quell’uomo ormai avanti con l’età si avvii verso casa con alcune ceste  di vimini sotto le braccia mi induce a chiedergli: “Avete pescato oggi?” – “ Niente di che, poca roba” – mi risponde – “Ormai sono vecchio e le forze iniziano a mancarmi”.  “ Da quanto tempo fate questo mestiere?” – chiedo – “Ho cominciato molto presto ad andar per mare, avevo solo 10 anni – racconta -, mi imbarcavo con mio padre, erano tempi duri, non si guadagnava niente, ma oggi è peggio,  il gasolio è alle stelle  e il pesce scarseggia e poi, anche il tempo (clima) è cambiato e non sempre si può uscire.”
Biagio, il pescatore lo fa da quando era bambino e non ha  mai smesso un giorno. Solo ora che di anni ne ha 85  comincia a pagare i conti con le lunghe notti passate a sfidare freddo, vento e umidità. La schiena scricchiola, ma Biagio, non dispera di tornare a incontrare il mare da vicino appena arriverà il bel tempo.
Aveva frequentato per 15 giorni la prima elementare quando suo padre si presentò a scuola per cambiare il percorso della vita: la morte improvvisa della madre, in un attimo l’aveva proiettato nel mondo degli adulti.

«Ho cominciato subito a lavorare – racconta  Biagio, appoggiato al muro del piccolo vicolo che lo conduce verso casa  – , i miei compagni più fortunati andavano in classe, io a pescare con mio padre. Mi ha insegnato un mestiere che ho fatto senza interruzione per più di 70 anni. E ci ho campato la famiglia».

Intelligente e curioso, Biagio, ha imparato tutto a memoria: sa scrivere il suo nome («la firma l’ho sempre messa da solo») ma non sa leggere, i calcoli li fa a mente. Niente patente, si è sempre spostato a piedi o in barca, ha avuto solo una bici. Per una vita ha fatto lo stesso percorso: da casa al porto la mattina presto, poi il rientro, tardi, senza variare di un metro.
Apre il libro dei ricordi il vecchio pescatore, a tratti si commuove e si ferma, quasi a rivedere le immagini in bianco e nero. Non ha dimenticato niente, parla un po’ biascicato, a momenti serve il traduttore per capire ma ci pensa il figlio Domenico, incontrato poco dopo, a rendere comprensibile quello che dice l’anziano padre.

« Papà, – racconta Biagio –   aveva una piccola barca, il motore non esisteva, si faceva tutto a remi. Si pescava dal 20 giugno al 30 agosto: nasse e tramaglioni». Miseria e fatica, anche paura e situazioni drammatiche: «I calli ai piedi sostituivano le scarpe che spesso – quando le avevi – erano un impiccio. Eravamo in mare  quando abbiamo capito che la guerra era iniziata. “E’ scoppiata la guerra e ci gridarono, di fronte avevamo una scelta difficile: “Se volete potete tornare a casa”, ci dissero. Mio padre ci pensò solo un attimo, poi mi disse: Noi abbiamo solo questa barca e niente altro. Qui possiamo morire sotto le bombe, da un’altra parte di fame. Restiamo…».

Biasi ormai 85enne, non si è mai rassegnato a lasciare il passo ai propri figli che ormai da più di dieci anni, ma lo facevano anche prima insieme al loro papà, hanno preso il comando della “Maria seconda” il loro piccolo peschereccio. Biagio,  continua a solcare il mare con il suo gozzo a motore immergendo nelle acque semi-gelide del periodo ed  in punti ben definiti le sue piccole reti, sempre sotto costa e mai nei periodi di mare agitato anche se solo per pochissime ore e solo, se va bene, per due volte a settimana si reimmerge in un mondo che gli è appartenuto per oltre 70 anni. Ora  quella barca in legno è la sua seconda casa. Le reti calate e salpate a mano. Nessuno strumento tecnologico a bordo, i punti di pesca memorizzati e ritrovati utilizzando i “segnali a terra”, incrociando monti e luci, sole e luna. «Un giorno di lavoro in mare non è come un giorno a terra. Vale doppio – dice ancora Biagio – la pesca è un mestiere difficile ma non ti lascia senza mangiare. I giovani stanno crescendo, non si sono fermati solo alle reti. Se fanno sacrifici i soldi a casa li portano sempre». «Si non è una sfida, il mare non è mio avversario: ci ho vissuto dentro, l’ho affrontato. Qualche volta ho avuto paura, ma l’ho sempre rispettato. Come un pescatore leale».
Cos’è che spinge Biagio ad andare in mare da vecchio? Lo spinge il mare. Niente altro. Se sei pescatore, se tuo padre era pescatore, se tuo nonno era pescatore, il mare non è uno sfondo che puoi mettere da parte nello scatolone dei paesaggi eventuali. Ragioni e senti come il pesce che hai appena pescato, con l’appartenenza a qualcosa che non conosci mai del tutto, ma che conosce te.

La vita del pescatore è dura: la fatica del mare, l’incertezza del “raccolto”, i consumi del pesce fresco che calano, così come la redditività del pescato, i costi che crescono, il fermo pesca di alcune specie per evitare l’esaurimento degli stock ittici, e così via. Eppure c’è una generazione di pescatori “giovani e amanti dell’azzardo”, che continuano a credere in un mestiere antico e di grande tradizione come quello del pescatore, soprattutto se si tratta di piccola pesca quella che utilizza metodi artigianali, fatta di rispetto per il mare prima che di avidità, di conoscenza profonda più che di uniformità superficiale.

Il mestiere del pescatore non si impara sui libri o almeno non solo: una lunga gavetta è necessaria per imparare tutte le nozioni necessarie; saper governare una barca, avere dimestichezza con il mare e i venti, conoscere gli attrezzi del mestiere, le specie marine e le normative, richiede tempo, pazienza e impegno. Ogni luogo, ogni mare poi è diverso dagli altri, cosa che rende obbligatoria anche una conoscenza specifica e locale. Cent’anni fa era normale salire la prima volta sulla barca a 10 anni e rimanervi fin oltre i sessanta. È un lavoro del quale si può leggere la durezza nei volti segnati dal sole e dalla salsedine, volti che però sono anche di uomini fieri, uomini innamorati del mare e della vita libera, all’aria aperta. Chiamano le loro barche per nome, come fossero delle compagne fedeli e in quei nomi spesso si celano storie, segreti, aneddoti che hanno segnato una vita.

Nella figura del pescatore che, nonostante il progresso tecnologico, è ancora in grado di suscitare rispetto e curiosità, si incontrano saperi e gesti antichi che si tramandano di padre in figlio, da vecchio a giovane, da centinaia e centinaia di anni lungo il ciclo del tempo.

La foto di copertina è di repertorio e non referente all’articolo

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