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Nuova luce per un emblema del Cilento antico: palazzo Coppola

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Sembra che il “peggio” sia passato, per una delle più belle ed interessanti dimore storiche del Cilento Antico: Palazzo Coppola a Valle di Sessa Cilento. La caparbietà e l’amore profuso dal Maestro Ruggiero Cappuccio hanno “graziato” quella che poteva essere l’ennesima disfatta, dopo l’abbattimento dell’imponente Opera Pia P. Lebano di Sessa Cilento, di un’ennesimo “pezzo” di memoria storica del territorio. Grazie anche al fattivo impegno dell’amministrazione Comunale di Sessa Cilento, i lavori di restauro conservativo della dimora sembrano giunti al termine. Acquistato anni or sono dalla Provincia di Salerno dai proprietari, eredi del Barone Gian Vincenzo Coppola, la struttura era, dopo qualche anno e dopo l’eliminazione degli Enti provinciali così come li conoscevamo, ricaduto nuovamente nel dimenticatoio delle incompiute Italiane. Ma è, lo scrivevo prima, grazie al Maestro Ruggero Cappuccio che la macchina amministrativa ed organizzativa si è rimessa in moto.

Emblema del Cilento Antico, Palazzo Coppola ha avuto i suoi albori nel 1750, anno in cui il feudo di Valle fu acquistato dalla famiglia Coppola. L’edificio, però, esisteva sicuramente già da molto tempo, anche se non nell’aspetto attuale. La grande torre quadrata, infatti, risale al sec. XVI e fu a lungo adibita a carcere feudale.
Nello stesso periodo la famiglia Altomare, proprietaria del feudo, costruì l’edificio centrale, a corte. Nel ‘700 i Coppola ampliarono l’edificio aggiungendo nuove stanze (fra cui la cappella) e il torrino circolare. L’edificio, compreso il cortile interno, occupa una superficie di circa 700 m’, con un corpo centrale quadrato e due “ali” che ne prolungano la facciata. Ad una estremità c’è l’antica torre cinquecentesca alta circa 20 m e composta da tre camere sovrapposte più il sottotetto.

All’altra c’è il torrino detto “del belvedere” la cui sommità, circondata da un’inferriata, non raggiunge il tetto del palazzo. La facciata è scandita da tre ordini: in basso una serie di oblò in pietra; più su le finestre con inferriata del piano servitù e deposito; in alto le finestre e i balconi del piano nobile. Come tutti gli adolescenti che hanno vissuto, come me, gli anni d’oro del Palazzo, esso ha sempre suscitato grande fascino. Avendo io frequentato per qualche tempo, le mura del palazzo, ricordo ancora la mia prima visita. Credo avessi 9 o 10 anni ed era sicuramente Natale, a quei tempi anche il clima era diverso, faceva molto freddo. A condurmi in quell’enorme “casa” fu mia cugina, parente prossima del Barone Gian Vincenzo. Sceso dall’auto, la prima cosa che mi colpì fu il grande, enorme portone che di lì a poco, presumibilmente qualcuno ci aveva visto arrivare,  si aprì, ma si aprì lentamente, come i portoni dei castelli medievali che avevo visto nei film di cavalieri, mostrandomi l’ampio androne del cortile interno, a cui ne faceva seguito un altro con un secondo ingresso, opposto al primo, che si apriva sull’ampio giardino alle spalle del palazzo.

Da lì si vedeva l’altra metà del cielo , grigio in quei giorni con sfumature di azzurro che sovrastava gli alberi da frutto spogli. La luce era quella stanca , senza ombre, dei pomeriggi invernali. Lungo le mura esterne, si arrampicavano scheletri di viti senza foglie. In quell’enorme atrio erano molte le porte, le scale che inducevano me ragazzino ad esplorarle, ma non c’era tempo un “rapido saluto allo zio” mi comunicava mi cugina –  e saremmo andati via. Dobbiamo salire al primo piano – mi disse. Salgo le scale di pietra avvolte dalla penombra.

Nel cerchio rosso il Barone Gian Vincenzo Coppola

Esse, sono larghe e profonde con l’alzata bassa, come tutte quelle degli antichi palazzi nobiliari. Le pareti erano giallo ocra e trasmettevano un calore che contrastava con l’aria fredda di fuori. Alla fine di ogni rampa di scale c’era un pianerottolo illuminato da una fievole luce alla quale grandi aperture concedevano di entrare. Passo dopo passo, scalino dopo scalino, eccoci. Si palesavano ai miei occhi stanze fuori dal comune, non vi era fine, non vi era inizio. Un susseguirsi di mastodontiche sale contornate sempre da quella tinta giallo ocra che dava a quegli ambienti un concetto di continuità quasi infinita.

Nella stanza adibita a salotto e sovrastata sul soffitto dallo stemma nobiliare ci sedemmo per questa breve visita al barone che trovammo intento alla lettura. Affabile nel colloquio per qualche minuto si intrattenne con mia cugina nei vari saluti, io, nel frattempo ero attratto dagli innumerevoli libri che il padrone di casa custodiva gelosamente, tanti da ricoprirne alcune pareti.
Amabile anfitrione e gentiluomo vecchio stampo, il barone mi accolse facendomi da guida nello splendore delle stanze, nella suggestione degli ambienti rigorosi e carichi di storia, generoso di aneddoti e memorie che attraversano la Sua famiglia da generazione in generazione, mostrandomi quadri  di suoi  illustri antenati che restavano testimoni muti e severi della nostra visita. La nostra chiacchierata finirà poco dopo.

Spesso, oggi, ho la voglia di tornare in quel luogo, la tentazione sarebbe quella di rientrare in quegli ambienti ovattati dove regnava l’eleganza, non solo estetica, ma dei pensieri….del sentire. Non è possibile, però! Un percorso ad ostacoli quello intrapreso e che restituirà lo storico palazzo al territorio. Nel lungo periodo e dopo la scempiaggine dei lavori precedenti,  sicuramente si sarà cercato di ricostruirne le prospettive, aprendo delle “porte” e chiudendone altre per restituire l’assialità ottica con le quali era stato pensato per così non annullare in un solo colpo secoli di storia del Cilento Antico.

Notizie storiche a cura del Prof. A. Malatesta

Video Palazzo Coppola _ 1

Video Palazzo Coppola _ 2

© Riproduzione riservata
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