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Mela annurca. L’oro rosso del Cilento

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Non abbiamo nulla da invidiare agli amici del Trentino ed alla loro coltivazione di mele. La nostra mela annurca, (il Cilento non è uno dei produttori primari di questo frutto, ma ve ne sono in abbondanza) da secoli presente nella nostra regione ed anche nella nostra terra, ha da sempre, come l’olio e il vino, procurato sostentamento alle tante famiglie che vivevano di agricoltura. Questa è la storia di un frutto che si perde nei meandri del tempo e di chi, con amore e diletto,  ne cura la produzione e la commercializzazione.

E’ a ridosso dei primi giorni autunnali che nei prati attigui alle campagne cilentane si vendono distese colorate di mele che approfittando dell’ultimo tiepido sole,  si crogiolano ai suoi raggi permettendo cosi alla loro “pelle” di ammantarsi di quel colore rosso vivo, tipico di un prodotto naturale e giunto a maturazione spontaneamente. L’incontro con chi da anni amorevolmente cura piante e raccolto, è avvenuto qualche mese fa, nel territorio di Omignano Cilento, borgo da anni dedito alla coltivazione di questa delizia che rigogliosamente viene coltivata alle pendici del Monte della Stella.
Storia che parte da lontano e affonda le sue radici nella passione degli agricoltori e dei melicoltori del Cilento interno, che rispettano le tradizioni, il loro territorio e tutelano la purezza di un ecosistema ricchissimo e nel gusto unico della genuinità.

L’invito alla scoperta di questa storia, mi viene dato da uno dei tanti percorsi che io sono solito fare nei momenti di “tregua”, momenti in cui  per passione o diletto  continuò nella mia ricerca spasmodica  di una storia, un profumo, un ricordo. Era difficile che durante la mia passeggiata non potessi notare, già in lontananza, quel “lago” rosso sangue e poco distante gli alberi in fila che  rimandano a giorni dimenticati, quando i frigoriferi ancora non c’erano e la frutta maturava in qualunque stagione, proprio perché doveva servire a sfamare le famiglie in tutti i periodi dell’anno. Com’è andata la raccolta quest’ anno – chiedo  – “Ogni anno ci rimettiamo al volere Dio” …. così inizia il racconto del mio interlocutore che trovo vicino, quasi a guardia di quella deliziosa e succulenta distesa. Sta tutta in queste parole il destino  di un prodotto sul quale non si usano concimi chimici, né tecniche d’irrigazione alternative a quelle che Dio ci ha dato. Devono bastare pioggia, sole, giusto livello di umidità, ricchezza del terreno e sapienza. Ma serve anche tanta pazienza, se qualche volta il raccolto non viene abbondante come ci se lo aspetta.

La produzione di mele in queste zone, è legata alla riscoperta di vecchi rituali e ritmi passati. E’ un percorso ad ostacoli che inizia l’anno precedente, tra imprevisti e lavori obbligati sulla pianta, come la  potatura per eliminare i germogli in eccesso e i rami sterili poco sviluppati o logorati dal tempo. In primavera, poi, geli improvvisi possono mettere in pericolo i meli in fiore. In estate, invece, si provvede all’eliminazione dei frutti in eccesso o poco sviluppati, per permettere agli altri di svilupparsi in maniera rigogliosa. Poi il giorno tanto atteso, i frutti della propria opera iniziano a vedersi. La raccolta delle mele alle pendici del Monte della Stella, è un’arte. Sveglia presto la mattina, per caricare i mezzi con scale, cassette e “panari”; nello zaino un panino farcito e una bottiglia di vino locale che non deve mancare mai, e si comincia. “Le cassette vengono sistemate in fila tra gli alberi”-  mi spiega. La raccolta delle mele è già a buon punto sulle spianate del monte, è evidente dai filari ormai spogli che si susseguono. “Abbiamo cominciato tra fine settembre e inizio ottobre, ci vogliono 10-15 giorni in tutto per portare a termine la raccolta”.

“Afferri la mela con la mano, la fai ruotare dolcemente indietro mentre con l’altra reggi il ramo, fino a quando il frutto si stacca dal picciolo quasi da solo” (bisogna stare attenti a non staccare la lamburda fiorifera, probabilità che si presenta quando cerchi di portare via il frutto non del tutto maturo, danneggiando la pianta per sempre) … “Mela dopo mela, arrampicato sopra a una scala, riempi il secchio nel giro di cinque minuti, sempre se riesci a resistere e a non mangiare più mele di quante ne raccogli, perché il sapore di quelle raccolte direttamente dall’albero, ancora un po’ acerbe,  è irresistibile, specie se è mattina presto e il lavoro mette fame prima del previsto.”
“ La coltivazione di mele ormai non viene tanto dalla necessità di fare reddito, – continua – soprattutto perché non è condotta a livello industriale, non ci sono tecnologie e capacità per farlo”-  aggiunge . La giornata termina con le braccia stanche e  le casse piene di mele che vengono portate e distese su terreni  piani,  sui quali è stato disposto un telo per poterle preservare da “attacchi” esterni di larve o altri animali, allineate e lasciate per alcune settimane, fino a completa maturazione … Eh sì insomma, dopo tutto il lavoro di un anno, tra potatura e raccolto, è giunto il momento di chiudere in bellezza un altro anno di sacrifici e fatiche.

“Ho imparato ad amare la campagna perché quando avevo l’età dei miei figli i nonni mi portavano qui nei campi, che col tempo sono rimasti incolti, poi d’accordo con mio padre abbiamo deciso di rivitalizzare i terreni migliori mettendo a dimora alcune piante di annurca” – conclude.
La “Melannurca Campana” IGP è presente in Campania da almeno due millenni. La sua raffigurazione nei dipinti rinvenuti negli scavi di Ercolano e in particolare nella Casa dei Cervi, testimonia l’antichissima legame dell’Annurca con il mondo romano e la Campania felix in particolare. Luogo di origine sarebbe l’agro puteolano, come si desume dal Naturalis Historia di Plinio il Vecchio. Proprio per la provenienza da Pozzuoli, dove è presente il lago di Averno, sede degli Inferi, Plinio la chiama “Mala Orcula” in quanto prodotta intorno all’Orco (gli Inferi). Anche Gian Battista della Porta, nel 1583, nel suo “Pomarium”, nel descrivere le mele che si producono a Pozzuoli cita testualmente: (… le mele che da Varrone, Columella e Macrobio sono dette orbiculate, provenienti da Pozzuoli, hanno la buccia rossa, da sembrare macchiate nel sangue e sono dolci di sapore, volgarmente sono chiamate Orcole…). Da qui i nomi di “anorcola” e poi “annorcola” utilizzati nei secoli successivi fino a giungere al 1876 quando il nome “Annurca” compare ufficialmente nel Manuale di Arboricoltura di G. A. Pasquale.

Tradizionalmente coltivata nell’area flegrea e vesuviana, spesso in aziende di piccola dimensione e talora in promiscuità con ortaggi ed altri fruttiferi, la “Melannurca CampanaIGP si è andata diffondendo nel secolo scorso prima nelle aree aversana, maddalonese e beneventana, poi via via nel nocerino, nell’irno, i picentini e infine in tutta l’area dell’alto casertano. Proprio qui, già da alcuni decenni, con la regressione delle superfici agricole dell’area napoletana a causa della conurbazione delle zone costiere, ha trovato il territorio ove essa è più intensamente coltivata.

Valori nutrizionali e proprietà

Le proprietà organolettiche e nutritive che contraddistinguono la mela annurca sono legate alla presenza di polifenoli, all’alto contenuto di acqua (circa l’84%), di vitamine e minerali (potassio, calcio, magnesio, manganese, ferro e fosforo), anche la quantità di fibre è abbondante. La mela annurca, inoltre, ha un apporto calorico ridotto ed è povera di sodio. Entriamo nel dettaglio dei benefici riconosciuti alla mela annurca.

È efficace contro il colesterolo e ne contrasta i livelli alti (riduce di circa il 30% il colesterolo totale e, al tempo stesso, incrementa i livelli di quello buono (HDL). Tale contributo è dovuto ai polifenoli e, in particolare, alle procianidine presenti in quantità superiore rispetto ad altri tipi di mela.
La mela annurca ha un elevato potere antiossidante. I polifenoli, infatti, aiutano a mantenere in salute organi e tessuti contrastando efficacemente l’invecchiamento cellulare e proteggendo l’apparato cardiovascolare.
Questo tipo di mela ha anche benefici sull’intestino: l’elevato contenuto di fibra è utile al transito intestinale; anche la buccia, che contiene una buona quantità di cellulosa, è vantaggiosa per la digestione. Chi soffre di eccessiva acidità gastrica o problemi di reflusso gastroesofageo può fare ricorso alla mela annurca. La funzionalità renale è un altro punto: la mela annurca è consigliata in caso di calcoli renali poiché favorisce la diuresi. Non bisogna trascurare il contenuto di vitamine e minerali: l’abbondante presenza di vitamina A contribuisce alla salute degli occhi; la vitamina C, anch’essa abbondante, potenzia le difese immunitarie, proteggendo l’organismo dalle infezioni, in primis influenza e raffreddore.

Fonti storiche: Regione Campania IGP
Valori nutrizionali e  proprietà a cura della dott.ssa Francesca Antonucci (nutrizionista)

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