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Monte della Stella: simbolo di appartenenza ad un territorio

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Una balconata, di fronte allo splendido mare del Cilento, da cui affacciarsi, entrando in un grande laboratorio religioso, geologico e faunistico, un infinito, vertiginoso libro dove leggere le testimonianze affascinanti della preistoria: le incisioni rupestri, lontani segni di un passato ormai al confine della fantasia. Ma sul Monte della Stella si percepiscono “altri” segni: quelli del lavoro di tante genti che hanno trasformato la montagna, lavorandone la pietra con infinite fatiche, l’incanto ed il rigore dell’architettura contadina, il fascino dei  misteriosi “Menhir”, la complessità del reticolo di percorsi rurali che si snoda sulla montagna e la diversità del paesaggio “costruito”, inserito in un ambiente austero e di pregevole bellezza, con una armonia creativa su cui dobbiamo nuovamente riflettere.

Il Monte della Stella vi attende con la segreta speranza che vogliate percorrerlo con curiosità, scoprirlo con spiritualità, saggezza e rispetto, apprezzarlo con giovanile entusiasmo e infine coglierlo, ritrovando il tempo e il ritmo di antichi passi, come esperienza concreta, personale e collettiva, di una nuova conoscenza dell’immenso lavoro della natura e dell’uomo. E non troverete solo le “virtu’” descritte, troverete l’amore di una intera comunità che sa stringersi intorno alla sua Montagna degna casa della venerata effige della Madonna del Monte della Stella. Ed è stata l’occasione del rientro della statua, dopo circa tre mesi di restauro, grazie al proficuo intervento di cittadini di Omignano residenti nel nord Italia,  che ha simboleggiato questo rinnovamento di fede e forse un nuovo vigore a questi antichi borghi che sono patrimonio del Cilento.

Quella di Venerdì 1 Giugno 2018, è stata una  giornata speciale per la collettività che si è stretta  con affetto e devozione attorno alla sua Protettrice. Un amore viscerale che ha radici secolari, una venerazione che si alimenta di anno in anno, di generazione in generazione. Un suggestivo e particolare rito che si conserva intatto e che non viene scalfito dal tempo e dalla modernità. Un appuntamento annuale che ci fa riscoprire che siamo un popolo vero, magari scontroso e vivace, sempre incline al dibattito e alla critica, ma dotato di una forte appartenenza ed è davvero singolare che questa festa, che ci appartiene da secoli, induca ciascuno di noi a percepire la Chiesa come una grande famiglia.

Non si può non ammettere che il Monte della Stella, con la sua posizione elevata, con la sua mole nitida e percepibile da ogni angolo dello sconfinato paesaggio clentano, è divenuto cifra distintiva della nostra identità, di un modo di vivere e prima ancora di un certo modo di essere inconfondibile ed omogeneo,  accanto a declinazioni locali degne di essere conservate e valorizzate. Manca, però, il coraggio di aggregare intorno al monte ed alla nobile icona, altri centri non molto distanti tra loro, abbracciando un territorio molto vasto e realtà socio-culturali variegate. Ed è un po’ triste, assistere, ogni anno, all’assenza di altre comunità diverse da quelle di Sessa Cilento, Omignano e Stella Cilento, le uniche che fisicamente e idealmente, con vicende vicine e lontane, differenti e tuttavia sorelle, restano le uniche capaci di condividere sogni e destini.

E’ pur vero che ognuno è libero di avere una propria convinzione in merito alla vita e alla convivenza, tuttavia quando il problema diventa quello della realizzazione del bene comune si tratta di superare l’estrema frammentazione individuale che caratterizza la società odierna ed ognuno si deve sentire responsabile del bene dell’altro, mettendo in gioco la propria libertà. E’ lavorando alla forza delle relazioni comunitarie che si aiutano le persone a crescere e a dare forma ai loro ambienti, che significa poi capacità di cooperare e responsabilizzarsi reciprocamente per il benessere di tutti. Un lavoro comune, scaturito anche dalle parole degli amministratori locali presenti alla celebrazione di venerdì, potrebbe contribuire a far sì che alcune collettività non vivano come isole, ma siano favorite ad avvicinarsi alle altre e ad aprirsi nella ricerca del bene comune.

E’ chiaro,  si pensa alla comunità non solo come fenomeno amministrativo, ma come luogo di vita e di produzione di legami sociali; come spazio delle persone e dei loro mondi vitali, delle formazioni sociali, del radicamento e dell’identità. In questo senso si tratta certamente di una scommessa e di una sfida, considerato che il panorama cilentano, appare, a volte, frammentato, sradicato. Alcuni momenti vissuti da alcune comunità potrebbero essere un modello possibile di interazione, se riusciamo ad attivare energie sociali orientate a promuovere il  BENE COMUNE, in una mediazione fra la libertà della persona e la responsabilità del collettivo, poiché la partecipazione è indubbiamente fattore indispensabile di crescita civile e democratica. E di ciò oggi abbiamo un grande bisogno.

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