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Un anno dopo Diego Armando Maradona è diventato un “instant book”

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Uno nessuno o centomila, poco importa. Tutti uguali. Uno per ogni giornale. Un’enciclopedia di inserti mnemonici per vendere qualche copia in più, evocando l’ultimo spicciolo di lutto che ci resta. Maradona è dipinto sui palazzi, coi murales postumi già sbiaditi da troppa luce riflessa. Ai Quartieri Spagnoli, cappelle votive, pellegrinaggi. A San Giovanni a Teduccio, con la firma di Jorit, a Miano, a Quarto, a Frattamaggiore. È nelle mostre, ce ne sono a Pollena Trocchia, a Carinaro, province di Napoli, Caserta, Buonos Aires, e chissà cos’altro. E poi è al cinema, su Netflix, Amazon Prime, ognuno con un documentario ognuno diverso, in fondo perso dentro i fatti suoi.

Lo hanno smembrato nemmeno troppo metaforicamente: se lo sono venduti, un tanto al chilo. Dai figli, ufficiali e ufficiosi, ai tanti dottori che lo hanno sorvolato come avvoltoi, l’assistenzialismo delle ultime ore, gli amici d’accatto e d’una vita. Lo perpetuano in pensieri, parole, opere e omissioni. Non omettendo nulla, incontinenti. Gli hanno preso il cuore, lo hanno pesato (“mezzo chilo, che faccio lascio?”) per indagine autoptica e voyeurismo indecente, rielaborando persino la documentazione post-mortem in memorabilia. C’era un piano per rubare il cuore di Maradona, dice il medico-giornalista che ci ha scritto un libro (e figurarsi). Fallito, come ultimo colpo di scena. Sarebbe stato coerente con la vivisezione del mito.

Maradona è morto da uomo, altroché. Un uomo cardiopatico, fresco di un’operazione per un ematoma al cervello, dipendente da farmaci e sostanze varie. Disfunzionale il giusto. Un uomo che non voleva essere curato al quale nessuno s’è preso la briga di imporre niente. Un uomo fuori dai panni che lo hanno vestito per tutta la vita. Il 25 novembre 2020 sul mondo piovve una bomba di lacrime e retorica. Un anno dopo la mareggiata è rientrata lasciando evidenti i segni della risacca. Che, come sulle spiagge, è fatta di plastica, immondizie, detriti. Ancora setacciano, ché non si butta via niente. Ognuno quel giorno si prese il suo pezzetto di specchio, rimbalzando nell’esposizione di sè. Maradona era una sponda di tutti. L’hanno usato così tanto che s’è rotto. Poi hanno preso a calpestarne quel che ne restava, fino a farne truciolato da mettere all’asta tra i mercatini online. Maradona è. E che sarebbe sopravvissuto alla sua stessa morte era un destino implicito. Non era una menzogna di melassa, delle tante colate sulla sua fine da reietto. La forma che ha preso, però, la sua persistenza, è tutt’altro che confortante. L’hanno messo in colonna per far di conto tra i debiti e le rendite. Ora è una lapide, uno stadio, mille altarini, milioni di lumini. Un ricordo che si tramanda. Ma anche una ferita aperta. È una faccia riprodotta su due maglie del Napoli, bruttine ma molto vendute. È uno stilema, un canto, una blasfemia. È un feticcio. È l’innesco di troppi interessi che si incrociano tenendolo sullo sfondo, sempre più in disparte fino a farne un’ombra sottile.

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La stessa commemorazione che se ne fa ora è un controsenso: ci appuntiamo una data, l’anniversario, mentre il processo di assoluzione dei suoi peccati non è stato ancora fissato. Perché l’amnistia di cui godono tutti alla fine a lui non l’hanno concessa. Invece di trovare una pace, la sua gente s’è arroccata. Chi nella devozione, chi nell’esercizio rapace del lucro. Come per ridondanza ancora oggi fioccano nuovi figli, ex violentate, amicizie inedite. Reclami d’attenzione, denunce a strascico. Il rispetto che in vita aveva ottenuto solo da chi giocava a pallone con e contro di lui, è rimasto sui campi di fango e erba.

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La riproducibilità tecnica dei suoi gesti ha solo alimentato il marketing della nostalgia. Sotto traccia vive, da un anno, l’intimità degli attimi legati a lui. E questa non ha voce. Non la troverete in edicola, sui social, taggata da qualche parte. Era chiusa in silenzio a piangere il 25 novembre 2020, e s’è tenuta lontana dal rumore dopo. Sono quelli che non l’hanno abbandonato. Tantissimi e invisibili. Il paladino dei deboli più debole di loro. Il calciatore più potente del pianeta che frequentava i potenti della Terra. Non gli scontarono niente, fino a vederlo consumato in una catapecchia. Di quel capopopolo che non bastava a se stesso è rimasto un abito smesso, una sindone. In vendita pure quella, a brandelli. Col primo numero in omaggio il pratico raccoglitore.

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Mario Piccirillo
Mario Piccirillohttp://www.dire.it
Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno, non è pertanto un articolo prodotto dalla nostra redazione ma è a cura di "Agenzia Dire"

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