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La vendemmia nel Cilento, il fascino e le storie

-Pubblictà-

Amo poco  il vino, ma ne apprezzo le qualità perché sento in esso la fatica dell’uomo mescolata ai miracoli della terra. Nel descrivere questi particolari momenti, ho la sensazione che, raccontandolo, quelle mani che l’hanno lavorato e quel sole che l’ha baciato possano rivivere non una ma mille volte. Mi piace scriverne e condividere, parlarne, portare, virtualmente, in giro questa tradizione ancora in auge, con metodi diversi, si, ma sempre “frutto” di sapienze antiche anche se con il passar del tempo qualcuno non la raccoglierà perché ormai il suo valore è talmente basso da non permettergli nemmeno di pagare i braccianti durante questo lungo percorso di sudore.
In passato, le giornate della vendemmia erano attese con molta ansia tra le famiglie che si organizzavano in base all’andamento mutevole della natura; i lavori cominciavano alle prime luci dell’alba e la partecipazione era aperta a tutti: genitori, figli, cugini, zii e vicini di casa che si riunivano per lavorare tutti insieme. Si raccoglieva l’uva manualmente, aiutandosi con delle forbici o con la lama di un coltello. Quando i recipienti erano colmi, il più forte trasportava questi nella zona in cui era stata sistemata la tinozza, così fino all’ora del pranzo, banchetto considerato un vero e proprio rito; un momento conviviale in cui si preparavano pietanze casarecce con ingredienti di stagione per condividere insieme la soddisfazione di un’altra giornata di vendemmia andata.

Era un giorno di festa, la “stringitura” dell’uva”, di solito avveniva nel primo pomeriggio, ore in cui noi bambini eravamo già usciti da scuola ed impazienti  di entrare in quella enorme tinozza pronti ad inondarci fino alla cintola di quel dolce e prezioso liquido. Prima di entrare nelle botti era assolutamente naturale lavarci i piedi e le gambe perché chicchi e raspi potevano arrivarci fino a metà coscia, almeno. Anche le braccia erano lavate accuratamente perché, finita la pressione, dovevamo spostare e ammucchiare i raspi verso la parte posteriore della botte per evitare che intasassero il foro di uscita. La cosa strabiliante per noi piccoli era che, cosa rarissima, i bei lavori, una volta tanto venivano assegnati a noi. Sotto i nostri piedi sentivamo spaccarsi l’uva che schizzava contro le pareti e  sguazzavamo all’infinito, senza che nessuno ci sgridasse.

A portata di mano, le mamme che ci ruotavamo intorno, avevano, degli stracci puliti con i quali ci asciugavano il sudore che dopo un po’ poteva gocciolare dalla fronte. L’ultima immagine che al momento mi viene alla mente sono io che, rosso di vino, in calzoncini corti e grattandomi, mi dirigevo verso la fontana dove venivo innaffiato d’acqua. Mio padre per molto tempo si rifiutò di usare semplici mezzi meccanici, al posto dei piedi, perché diceva che i piedi sfregavano meglio e con dolcezza le bucce dei chicchi con maggiori benefici per il vino. Al giorno d’oggi, l’utilizzo di nuove tecnologie non esclude il ricordo della tradizione. Come in passato, vengono rispettate alcune regole fondamentali, che i grandi contadini vendemmiatori hanno insegnato ai loro figli e così via. I grappoli continuano ad essere raccolti rigorosamente a mano ed è molto importante che non siano umidi o bagnati, perché l’acqua potrebbe modificare la qualità del mosto. Si evita di raccogliere durante le ore più calde e i recipienti non devono essere troppo capienti; in questo modo si preserva l’integrità della buccia, uno degli elementi più importanti per un ottenere un ottimo vino che era ed è un bene prezioso del nostro territorio; per secoli, oltre all’olio di oliva , è stato merce di scambio e di sostentamento economico per molti.

All’epoca bere il vino per noi bambini non era una concessione che si faceva a cuor leggero, l’unica volta che a noi piccoli veniva data la possibilità di assaggiarlo, era nei periodi invernali, con la prima neve. “A surbetta”, il “gelato” invernale del secolo scorso, innaffiato rigorosamente dal vino cotto, un infuso legato alla tradizione contadina seguendo la ricetta tramandata dalle famiglie contadine che preparavano questa bevanda per i lavori più faticosi, come quelli della mietitura, per recuperare forza ed energia o per occasioni particolari come la nascita di un figlio, per il quale se ne metteva da parte una piccola botte da consumare non prima del raggiungimento della maggiore età o il giorno delle nozze. Inoltre il vino cotto rappresentava per ogni famiglia il segno dell’ospitalità, da versare nelle migliori occasioni; la tradizione racconta che persino le braccia e le gambe dei bambini venivano bagnate dal vino cotto per irrobustirli, veniva usato frequentemente come rimedio nella cura di molti malanni come ad esempio il raffreddore, per risanare gli eritemi dei bambini, per la lucentezza della pelle e gli effluvi degli aliti, ma soprattutto per riscaldare l’animo nelle lunghe serate invernali accanto al camino.

Ma il vino, nella nostra tradizione è stato un vanto anche a livello mondiale come ci ricorda una descrizione, tratta da una documentazione enologica del Museo della Civiltà Contadina – di Giuseppe Stifano che ne ripercorre i valori.
All’indomani dell’unità d’Italia il nostro prodotto fu fatto conoscere anche oltre i confini nazionali. Così l’indimenticabile segretario comunale, Giovanni Alario, proprietario di vasti vigneti, che con competenza e passione aveva creato, partecipò all’Esposizione Mondiale di Parigi con il suo vino tipico del luogo, ottenendo una medaglia d’oro di prima classe.
Dopo tale eclatante successo gli sbocchi commerciali si allargarono, conquistando i mercati d’oltre Oceano: Argentina e Brasile. L’esportazione verso il Nuovo Continente fu favorita, oltretutto, dalle qualità organolettiche del prodotto, in quanto era l’unico vino a resistere alle temperature equatoriali, nell’attraversare l’Oceano Atlantico.
A curare tale esportazione commerciale fu il sig. Pasquale Ruggiero di Moio della Civitella  col titolo di Commissario In Vini, il quale, a sua volta, si serviva di altri collaboratori, vedi il sig. Mario Bustelli, abitante a Calle de Fenza, 152, Buenos Aires (Argentina) e il sig. Antonio Criscuolo, Rue de Mosca, 638, San Paolo (Brasile).
L’economia di Moio e Pellare, man mano che cresceva la commercializzazione, che sul finire del secolo aveva già toccato i seimila ettolitri, migliorava intensamente, rendendo la popolazione del luogo una delle più benestanti del territorio.
Nel primo decennio dell’attuale secolo, il commissario in vini, sig. Pasquale Ruggiero, allargò la sua area commerciale anche al Nord America, scegliendo come suoi collaboratori i fratelli Grisanti di Luzzara (Reggio Emilia), Alfredo D’Orsi di Napoli e Francesco Rotoli di New York, i quali consentirono l’esportazione della quasi totalità della produzione.
Alla fine del Primo Conflitto Mondiale, 1914-18, il commercio si estese ai mercati del Nord Italia, Lombardia e Piemonte. In quest’area d’importazione, il vino di Moio e Pellare trovò facile collocazione perché servì a correggere i vini locali, scarsi di colore e di gradazione.

Quest’apertura commerciale indusse i viticoltori di Moio e Pellare ad ampliare l’area di coltivazione della vite. Furono, così, messe a coltura altre estensioni di terra, coprendo una vastissima area del Comune, compresa tra il fiume Badolato e il ruscello Li Varchi, affluente del torrente La Fiumarella.
In pochi anni la produzione salì vertiginosamente, raggiungendo sul finire degli anni ’20 i trentamila ettolitri per poi toccare alla fine degli anni ’30 i quarantacinquemila ettolitri.

(Le notizie sulla documentazione enologica sono tratte da: LUIGI ROSSI, Il vino nel Cilento dai Greci al D.O.C., Centro di Promozione Culturale per il Cilento,1994, pp. 233-244)

© Riproduzione Riservata

Alessandro Giordano
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