Helia, l’abate che fece sopprimere il monastero della Badia di Pattano

0
7641
Cappella S. Filadelfio - Badia di Pattano

Questi racconti punteggiano la storia del Cilento, un angolo privilegiato per le bellezze naturali e per la semplicità del modo di essere, ma anche per le storie che, anche se sconvolgenti, sono parte della nostre radici.

Conoscere le proprie tradizioni, la propria storia significa conoscere la propria cultura e chi conosce, impara ad amare, apprezzare, rispettare e valorizzare ciò che ha. Noi viviamo in una terra in cui si respira bellezza, arte, colori e buona cucina. Narrare il Cilento, significa lasciar parlare i paesaggi, le geografie, i corpi, le voci, le storie, scoprire i processi di contaminazione che l’hanno prodotto e continuano a produrlo.

La vicenda che oggi voglio raccontarvi è una ricostruzione storica , in alcuni momenti narrativa, descritta in un libro intitolato:  “Mala Fede: 1458 Historia Monasterium” di Arnaldo Delehaye e Carlo Animato, del quale sono venuto a conoscenza dopo essermi stato segnalato da un mio conterraneo, storico di vicende cilentane, in una delle tante serate agostane dedicate agli avvenimenti del cosiddetto “Cilento antico”.

In questo romanzo, poi ho scoperto che così romanzato non era, vi è descritto uno strano e curioso episodio, risalente all’anno 1000 e con protagonista un monaco, di nome Helia,  allora reggente Egumeno della Badia di Pattano, monastero Italo-Greco risalente al 993 d.C. . Una vicenda appassionante,  anche se contornata da eventi e personaggi sinistri che, come scrivevo, risultarono poi essere veritieri poiché facenti parte anche di una ricerca/tesi per l’università di Salerno del dott. Carlo Bellotta.

Nel libro, ma soprattutto nelle ricerche del dott. Bellotta,  si racconta: Era il tempo in cui l’allora Papa Callisto III ed il cardinale  Bessarione , promossero una indagine di quello che era lo stato liturgico e patrimoniale dei monasteri italo-greci dell’Italia meridionale peninsulare. L’adempimento di un compito tanto gravoso fu affidato all’archimandrita Athanasios Chalkéopoulos, che, coadiuvato dall’archimandrita Macario e dal notaio Carlo Feadaci, il 1 ottobre 1457 iniziarono la visita del primo monastero a Reggio, per poi risalire verso nord e terminare il loro compito il 5 aprile 1458. Fu il 30 marzo del 1458 che la commissione Pontificia giunse a Pattano; immediatamente gli “ispettori”, ebbero l’immagine di una realtà in profondo degrado, il cui elemento religioso era quasi del tutto scomparso. L’ente al momento dell’arrivo dei visitatori era retto dall’Egumeno, «Helia», coadiuvato da tre altri confratelli.

Al varcare della soglia del monastero, la commissione noto che all’interno non erano presenti solo ecclesiastici, bensì venivano ospitati anche dei laici, infatti il Chalkéopoulos vi trovò il nipote dell’Egumeno con un manipolo di uomini . Anche l’aspetto di fratello «Helia»,  ai visitatori parve quantomeno anomalo, egli non indossava l’abito monacale e non aveva i capelli corti ma una folta capigliatura all’epoca denominata «zazaram». Il suo cattivo esempio,  veniva seguito anche dai due monaci presenti. Inoltre, a dimostrazione della perdita totale di sacralità, all’interno della struttura erano detenute molte armi, come balestre, spade e svariati ed affilati coltelli. La commissione apostolica interrogò, in segreto e separatamente, i monaci Romano, Nicodemo e Cirillo. Dai verbali delle deposizioni – come riporta il Bellotta – , si può tracciare un profilo sconfortante della condotta del monaco Helia.

Egli non adempiva quasi mai ai suoi compiti liturgici: raramente celebrava messa e non confessava mai i fedeli. Elia fu accusato dai suoi confratelli di sperperare i beni della badia, i quali venivano venduti e fittati ad amici e parenti, applicando canoni molto inferiori al valore reale dei beni o, probabilmente, addirittura gratuitamente. Nel tempo aveva alienato per ventotto anni a tre cittadini di una casale limitrofo, un granaio, un frantoio ed un vasto possedimento di viti ed ulivi ad alcuni dei suoi parenti. L’abate, inoltre, ospitava molte donne, che mangiavano e dormivano e presumibilmente giacevano con egli, nel monastero. Il religioso aveva anche escogitato un metodo ingegnoso per introdurre le sue visitatrici senza dare troppo nell’occhio: le donne si introducevano di nascosto nell’abbazia attraverso un buco che era stato praticato su un muro, attraverso il quale raggiungevano le stanze dell’abate. Una di esse, una certa «Brunecta de cannalonga», fu uccisa dal marito quando costui venne a conoscenza delle relazioni che si tenevano nella badia; altre due donne subirono, per il medesimo motivo, la stessa sorte di «Brunecta» .

Nella relazione della visita – continua il Bellotta  – si fa cenno anche a pratiche abortive a cui furono sottoposte alcune di queste sventurate ospiti; questi infelici e azzardati tentativi a volte condussero alla morte le gestanti che ivi si sottoposero. L’elenco delle nefandezze raggiunse l’apice, quando i monaci rivelarono  ai componenti della commissione che Helia aveva avvelenato un altro monaco, chiamato Pietro, poichè costui si era permesso di denunciare i comportamenti del suo superiore, probabilmente presso la Corte ducale di Novi. Il gravissimo reato, però, rimase impunito grazie alla probabile commistione del Duca ed Helia se la cavò con il pagamento di una multa di 400 ducati.

Tutte le accuse, sia quelle che riguardano la morale sia quelle che sottolineavano le varie mancanze negli aspetti propriamente liturgici, passano in secondo piano di fronte a un fatto di una tale ferocia e crudeltà, specialmente se si pensa che il soggetto autore di un atto tanto deprecabile era addirittura un monaco, un religioso. Il quadro che si evince dai verbali stilati dalla commissione pontificia è altamente negativo e creò non pochi turbamenti all’interno delle gerarchie ecclesiastiche dell’epoca. Così, appena l’anno dopo, il papa decretò la soppressione del monastero.

D’ora in avanti, fino all’inizio del XIX secolo, la badia di Pattano sarà una commenda affidata a vari abati commendatari, i quali amministreranno l’ente in maniera privatistica, delegando ai vicari perpetui la gestione diretta, con lo scopo primario di rimpinguare il proprio reddito personale. Pare che, su decisione del  pontefice Paolo III, il primo abate commendatario fu Giovanni d’Aragona (1456-1485) – già commendatario di importanti badie come quelle di Cava e di Montevergine –, quarto figlio di Ferrante I re di Napoli. Dopo la gestione del d’Aragona la conduzione della struttura basiliana venne affidata a Giovan Battista Petrucci, figlio del primo ministro del re, Antonello, e arcivescovo di Taranto.

 

Fonti: Progetto di ricerca- Storia del monachesimo basiliano in Campania di Carlo Bellotta – Mala Fede: 1458 Historia Monasterium di Arnaldo Delehaye e Carlo Animato

0 0 vote
Article Rating
Subscribe
Notificami
guest
0 Commenti
Inline Feedbacks
View all comments