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12, Febbraio, 2026
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Questo è il mio mare, la mia terra

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La mia passione per il mare risale all’infanzia e durerà finche vivo. Il solo guardare questo mio mare, mentre schiumante schiaffeggia una roccia o lambisce delicatamente la sabbia, o si copre di bianche creste durante una burrasca, mi riempie di quieta felicità. Insomma per me è come una madre immortale, immutabile sempre presente.   Forse è per questo che i Francesi lo chiamano “la mer” parola che ha lo stesso suono di “Mère”, la madre. Da piccolo andavo al mare già in maggio; partivamo da Sessa Cilento, paesino collinare nell’entroterra,  e la trepidazione mi teneva incollato al finestrino dell’auto che mi portava sulla costa, vicino al mare.

Appariva d’un tratto, all’uscita di una tortuosa curva. Attraverso gli stretti interstizi, fra le vecchie (allora) case; “Il mare, il mare”, gridavo: ed anche adesso che una punta di grigio e fra i miei capelli ho la stessa emozione di quando ero bambino ed aspetto con la stessa trepidazione la curva della strada dietro la quale avrò il colpo d’occhio della acqua blu increspata dalla brezza. Non c’è mare più bello del mio. Mi è capitato, nei miei brevi spostamenti , quasi sempre verso il nord, di soggiornare in zone di mare e di avere avuto punti di osservazione su lunghe spiagge deserte, un po’ malinconiche. Sono quelle aree che si animano prevalentemente in estate e che nella stagione fredda offrono la visione spettrale dei loro stabilimenti balneari svuotati. Non ci sono colline intorno o isole di fronte a fare da contrappunto alla piattezza di queste distese di sabbia senza vita, restituendomi un senso di scoramento. Su una di queste spiagge mi e capitato di affacciarmi quest’inverno soggiornando in una camera d’albergo.   La camera disponeva di un enorme terrazza con vista sul mare, sicuramente un privilegio per chi vi alloggia nei mesi estivi.

Ma nel mio caso, parlo di Novembre, dovevo accontentarmi di una rigenerante quanto veloce capatina in terrazza, fatta solitamente di buon ora, giusto il tempo per riempirmi gli occhi del grigio uniforme di mare e cielo e di dare uno sguardo alla lunga spiaggia solitaria. Solitaria, ma con l’eccezione di una coppia di ragazzi, un uomo e una donna, che giocavano con un cane tirandogli una palla. La scena si ripeteva uguale ogni giorno nell’ora della mia breve affacciata mattutina, i loro movimenti spezzavano l’immobilità del paesaggio violandone inoltre il silenzio, in virtù delle grida gioiose che accompagnavano il gesto del lancio. Il mio amore per il mare del Cilento non ha nulla di eccezionale, è paragonabile al sentimento che ogni uomo nutre per la sua terra d’origine non importa quanto desolata ed inospitale possa essere, o per il suo mare particolare, diverso. Il mio affetto per il Mare potrebbe dunque semplicisticamente passare per un pregiudizio innato, non fosse per il fatto che da secoli, dai primordi della  storia, uomini non nati sulle sue rive – e sono milioni – restano attratti ed affascinati da esso. Ma anche dal passato arriva parte del suo fascino, se si aggiunge alla storia reale quella  mitologica e leggendaria, allora qualsiasi itinerario diventa un occasione efficace e piacevole d’istruzione.

Agli albori del Cilento, popoli di ogni razza hanno gravitato nel bacino del Mar Tirreno stabilendosi sulle sue sponde, fondando poi sia i paesi costieri che quelli nell’entroterra. Sono venuti anche carichi di armi, come i Saraceni, stabilitisi nell’ 878 ad Agropoli e Punta Licosa,  basi indispensabili ed ottimali per le scorrerie che periodicamente compivano sulle coste Italiane, oppure come i monaci Basiliani  che si portarono dietro, oltre al loro “sapere”, bestiame e nuove colture. Ma è con l’arrivo dell’era moderna che il mare del Cilento è stato“colonizzato” benevolmente da gente proveniente da tutto il mondo. Ciò che hanno trovato è stato un paesaggio mutevole, di rara bellezza, buon cibo, ottimi vini e salutare olio d’oliva, insieme alla cortesia venata di scetticismo degli indigeni del luogo e la loro capacità di trarre il meglio dalla vita e di goderlo.

Il modo migliore di esplorare e gustare questo paradiso blu, è, secondo me, a bordo di una piccola imbarcazione, magari a vela o di un gozzo da pesca con un motore da pochi cavalli che non può andare velocemente e  non puzza. Su simili barche ci si può spostare senza una meta precisa, fermarsi dove si vuole, cambiare itinerario o, perché no, riposarsi in uno dei tanti paesi costieri e trascorrere lì la notte. Ed è qui che il domandarsi:  “dove fermarmi”,  diventa quasi fastidioso, c’è l’imbarazzo della scelta. Da Paestum, passando per Agropoli e Castellabate, poi Acciaroli, Casal Velino, Ascea, Pisciotta fino a Sapri,  quasi – quasi bisognerebbe prendersi un anno sabbatico. Però fra le tante mete che potreste scegliere una tra tutte, la mia personale bomboniera per una sosta tra storia, buona cucina ed acque cristalline resta Pioppi, patria indiscussa della Dieta Mediterranea di Ancel Keys e di meravigliosi profumi  365 giorni l’anno.

O scegliere di  gettare l’ancora vicino all”estrema propaggine del Monte della Stella che si estende fino alla riva del mar Tirreno: Punta Tresino (Castellabate) o in una ansa deserta, dove fare una nuotata e fermarsi fino al tramonto, come baia degli Infreschi a Marina di Camerota.  Questo è solo una piccola parte di quello che si trova in Cilento. Gioielli della natura a disposizione di tutti coloro che senza grossi sforzi e con puro e semplice buon senso cercheranno di non renderli invivibili, rispettandoli preseservandone luoghi, storia e cultura.

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