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Il fico bianco del Cilento ha oltre 1000 anni, ma non li dimostra

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Il Cilento, terra dove nacquero tutti i segreti e gli ingredienti della dieta mediterranea. Qui la terra, ha spazi in pianura ma anche e, soprattutto, tantissimi spazi su pendii che lavorarli richiede una fatica immane. Il fico è arrivato nel Cilento grazie ai greci nel VI secolo a. C. In epoche successive, in molti documenti si parla dei fichi essiccati e Catone, poi Varriale, raccontano che i contadini li consumavano quando lavoravano nei campi.

Nel “Quaterno doganale delle marine del Cilento”, del 1486, è documentata, invece, l’esistenza di una fiorente attività di produzione e commercializzazione di fichi secchi come alimento di pregio. Invece, ne, “La Statistica del Regno di Napoli del 1811: “ si riporta che: I bravi fichi secchi del Cilento colà formano una specolazione (…) se ne fa grande spaccio nella Capitale e in tutti i luoghi della provincia…” ed ancora nelle “Memorie statistiche dei Circondari di Castellabate, Pollica e Torchiara in Principato Citeriore – di V. Gatti” del 1814 si parla proprio del commercio dei fichi secchi: Questi si seccano in moltissime quantità. Il sistema è di sospendersi al sole su tale spase fatte di ginestra. Se il tempo è piovoso si ricorre a forni fatti per tale uso;…si seccano anche divisi a metà, e si chiamano fichi pacche. Si seccano dopo averli mondati, e si chiamano fichi mondi. Questo è il commercio principale…”.
Il Fico Bianco del Cilento da cibo dei poveri si è, così, trasformato in alimento pregiato, da consumare soprattutto nel periodo natalizio. Ma il fico soprattutto quello essiccato meglio se “m’baccato”(ripieno) con le noci, ricordano i nonni, veniva usato anche come paga per chi, qualche secolo fa, aiutava le famiglie più benestanti nelle fatiche quotidiane o agricole.

A casa mia le faceva mia mamma, ancora la ricordo quando con cura raccoglieva i primi fichi dal nostro orto e li faceva essiccare al sole di fine agosto sulle grate, rigorosamente sulla nostra terrazza luogo asciutto e lontano da condizioni igieniche inadeguate, onde evitare lo svilupparsi sui frutti di muffe da Aspergillus flavus, producenti aflatossine, note per essere uno dei più potenti cancerogeni conosciuti, oltre che notevolmente tossiche; e quante volte mi sgridava perchè io, bambino, di nascosto andavo a rubarli per mangiarli. Come ricordo la sua forza instancabile davanti al forno a legna, armata di pazienza, dopo aver preparato e sfornato pane e pizza, sfornava fichi secchi (e fico à o’ furno) a chili per poterli conservare ed essere poi consumate a Natale o regalarle ai vicini di casa, ai parenti. Mio padre e mio zio ne erano ghiotti, li usavano come “digestivo” ed io insieme a loro, quasi ogni sera mi appropinquavo a questo “rito”…. Anzi, per me il rito era sacro soprattutto quando a tavola sedeva mio zio; Egli usava “m’baccare”(imbottire) il fico essiccato con la cioccolata, rigorosamente fondente e conservata, fino al giorno della sua visita, segretamente, affinché io non ne avessi capacità predatorie, in un non meglio identificato cassetto di casa mia…. non l’ho mai scoperto. Poi i tempi sono cambiati, questo frutto della natura è stato “tradotto” in molti modi, dalla marmellata a ricoprirli con glassa di cioccolato, alle torte e finanche il gelato. L’epoca è giustamente avanzata verso un processo degustativo leggermente diverso da quello che poteva essere il piccolo “furto” dall’albero del vicino o dalla grata di essiccazione. La storia del fico è millenaria.

Testimonianze della sua coltivazione si hanno già nelle prime civiltà agricole di Mesopotamia, Palestina ed Egitto, da cui si diffuse successivamente in tutto il bacino del Mar Mediterraneo. Nell’antica Grecia era considerato un frutto altamente erotico al quale sono legati molti miti. Platone, soprannominato “mangiatore di fichi”, raccomandava agli amici di mangiarne in quantità perché, a suo dire, rinvigoriva l’intelligenza.
L’albero dell’Eden, proibito da Dio all’uomo nel Vecchio Testamento, non sarebbe un melo, ma un fico: infatti Adamo ed Eva, dopo averne mangiato il frutto, quando si accorgono di essere nudi, si coprono intrecciando foglie di fico. I Romani ne erano particolarmente ghiotti. All’epoca, era abitudine mangiare i fichi come antipasto, insaporiti con sale, aceto, garum (specie di salsa di pesce).

I Romani pensavano che mangiare i fichi “aumentasse la forza dei giovani, migliorasse la salute dei vecchi e che addirittura avesse l’effetto di ridurre le rughe! “Veneremque vocat, sed cuilibet obstat”(provoca lo stimolo venereo anche a chi vi si oppone): la convinzione che il fico avesse delle proprietà erotiche venne ribadita anche dalla Scuola Medica Salernitana e, secondo la medicina popolare, due giovani sterili potevano ricorrere allo stratagemma di staccare due foglie di fico dall’albero, metterle sotto il cuscino, convinti che questo metodo potesse influenzare benevolmente la procreazione. Ma anche il lattice di foglie e rametti di fico che in alcuni casi possono essere irritanti e corrosivi per la pelle umana, sono stati usati in passato, fin dai tempi di Omero, per far cagliare il latte nella produzione di formaggi artigianali.

I frutti del fico hanno anche buone proprietà salutari, così raccontate dal georgofilo Antonio Targioni Tozzetti nel suo Corso di Botanica medico-farmaceutica (Firenze, 1847): “… seccati che siano i fichi, oltre il servir di cibo, il popolo gli adopra per farne un decotto con giuggiole ed altri frutti secchi, come medicamento espettorante nelle bronchiti, nelle tossi … Riescono lassativi, ed entrano in certe composizioni purgative dei vecchi ricettarj. Usavansi in cataplasma per applicarsi sulle ulceri e piaghe di vario genere, e ciò fin da antico tempo … il latte di fico posto subito sulle punture dei ragni ne impedisce i cattivi effetti. … I rami e le foglie dei fichi, se si incidono, gemono un sugo latteo caustico e di sapore piccante, il quale è impiegato a corrodere le verruche e le escrescenze della pelle.”
In parole povere, i fichi del Cilento sono un valore aggiunto alle già tante meraviglie di questo territorio.

Alcune notizie sono tratte da: rsa.storiaagricoltura.it 

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