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Cilento: una Pasqua di tanti anni fa

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Il Cilento, è un territorio ricchissimo di storia, cultura e tradizioni, straordinario dal punto di vista ambientale e naturalistico. Non desta dunque meraviglia che la bibliografia che lo riguarda sia assai vasta, quasi senza sosta, così come l’alimentazione quotidiana che consisteva prevalentemente in un piatto unico, proposto sia a pranzo che a cena  e che variava in base alla stagione, ai lavori agricoli più o meno faticosi o alle celebrazioni quali nascite, matrimoni, domeniche, Natale, Pasqua. Il cibo dei giorni di festa veniva elaborato maggiormente, in quanto rappresentava una formula religiosa di ringraziamento e un auspicio di benessere e salute. Ma era un’epoca diversa, tempi in cui,  anche durante i giorni di festa non si preparavano pietanze a base di carne bovina o suina, bensì a base di gnocchi di patate, ravioli ripieni di ricotta e verdura, e soprattutto dolci. La presenza dei dolci era il vero segno della festa. Per chi come me, era ragazzino negli anni settanta, le festività Pasquali erano importanti, quasi come quelle Natalizie, certamente non per il contesto religioso, ne tanto meno per quello consumistico, bensì  essenzialmente pratico; si avvicinava la Primavera e con essa si poteva tornare a vivere per strada.

Infatti, questa è forse una delle poche festività Cristiane che non ha una data fissa, potendo essere “alta” o “ bassa,” distinzione che per noi bambini (anche oggi per me) non era semplice da decifrare, perciò eravamo attentissimi a riconoscere quei segnali che ci rivelavano il suo approssimarsi. Uno dei tanti segnali che la festa stava per approssimarsi era il veder arrivare, il sabato prima della domenica delle Palme i nostri genitori con in mano un ramo di ulivo. Ai più grandicelli veniva concesso di procurarselo da soli ed io ricordo che arrivato intorno ai 10 anni, insieme ai miei “compagni d’avventura”  del rione,  si partiva armati di “segacci”, per ulivi, però sotto la ferrea vigilanza dei padroni degli appezzamenti che temevano danni irreversibili. Nella nostra beata ingenuità, si faceva a gara a chi portasse a casa il ramo più grosso, senza pensare che eravamo noi poi, a doverne sopportare il peso nelle due ore di funzione religiosa.

Le mamme intanto acquistavano o preparavano dolciumi, questi  sarebbero serviti ad adornare quel ramo. Mia mamma mi raccontava che nella sua infanzia, molto diversa dalla mia, al ramoscello d’ulivo si usavano appendere, per chi poteva, uova sode, fichi essiccati (e fico m’baccate) o dei nastrini colorati e più la famiglia era benestante, più nastrini vi erano sull’ulivo. Impareggiabile fu quella volta che esagerai nella grandezza del ramo che dopo più di un’ora di sforzi inauditi da parte mia nel tenerlo saldo in mano, cedette di schianto, regalando all’uomo che mi stava davanti in Chiesa, una ramata sulla schiena  che a stento, visto il luogo dove ci trovavamo, non gli strappò una sonora bestemmia, ma che fruttò a me una rimproverevole occhiata del parroco.

L’altro segnale era: nei giorni precedenti la festa, a casa mia si notava un continuo andirivieni di donne affaccendate, sporche di farina, questo perché  la mia famiglia aveva fatto costruire un forno in pietra dalla capienza di oltre 40kg che spesso veniva usato anche dai nuclei familiari del vicinato per la cottura del pane e non solo. Certo penserete, l’accensione del forno,  quell’andare avanti e indietro poteva essere ricondotto ad una giornata come tante altre, invece no, l’aria più tiepida gli odori diversi anche nel bruciare le stoppie per riscaldare il forno erano  insoliti. Il lavorio delle massaie, iniziava un po’ prima dell’alba, il loro vociare era un dolce allarme che qualcosa di interessante stava per accadere, oltre ad essere il preludio per una grande festa rionale. Il piccolo quartiere in quei giorni si animava come non mai, canestre vuote uscivano dalle singole porte per poi farne rientro, dopo qualche ora inspiegabilmente coperte da una “pezza” fumante, dalle quali spuntavano forme tondeggianti dorate.

Ecco, verso metà giornata, meraviglie uscivano da quella “bocca infuocata”; dal  “Viccillo” con le uova sode, alla pastiera di grano, a quella di riso, alla crostata con ricotta e pezzettini di cioccolato,  fino alla mia preferita, una bomba di calorie, un “ammasso” di delizie, un tutt’uno di pasta, salsiccia, uova sode, formaggi vari e chi più ne ha più ne metta, la “pizza chiena”, un tripudio di odori, sapori e visioni uniche al mondo. L’altro segnale dell’approssimarsi della festa, era il germogliare del grano, piantato 40 giorni prima in piccoli vasi di terracotta, questi, poi, sarebbero stati lo sfondo alla creazione del sepolcro nella Chiesa del paese. Ma fra tutti questi piccoli ma ineludibili segni che la Pasqua era vicina, uno, nefasto per me, proveniva dalla Tv. Negli anni 60/70 il  venerdì  Santo, per me che ero ( è sono) un’assiduo cultore del tubo catodico, era un deciso colpo al cuore. All’epoca erano solo due i canali che si riuscivano a vedere e su entrambi, così come lo era stato anche il 2 Novembre, musica classica per l’intera giornata.

Ma quella giornata, sarebbe comunque passata velocemente.  Ero uno dei tanti, piccoli, confratelli della Congrega del mio paese. Da metà mattinata sarebbe iniziata la vestizione, poi la riunione con i confratelli , poi il “viaggio” che ci avrebbe condotto a visitare e ad omaggiare gli Altari di Reposizione allestiti nelle varie Chiese del circondario del Monte della Stella. E poi finalmente la domenica di Pasqua! La mia sveglia era presto, in casa già dalle prime luci dell’alba gli odori delle pastiere si andavano a mescolare a quelle del sugo che “pippiava” non so da quante ore e dallo struscio del ferro di ombrello sul tavolaccio di legno, oggi fusilli. Ore 10e15, si udiva il primo suono delle campane, tutti fuori, uscivano dalle case grandi e piccoli, persino i neonati venivano tolti dalle loro culle. Così tra il vocio delle persone e i colpi che fendevano l’aria sembrava che anche le rondini in volo, con il loro cinguettio,  partecipassero con gioia al suono festoso delle campane. Dopo la funzione religiosa ci aspettava il tradizionale pranzo, composto dalle pietanze più varie che sarebbero state, anche nei giorni seguenti, il leitmotiv delle mie abbuffate oltre ad essere la base da cui iniziare il picnic, nelle campagne vicine,  il giorno di Pasquetta.

La festa, poi, aveva come sua degna conclusione una sorta di “chiamata alle armi”. Nei giorni successivi al periodo Pasquale,  il nostro caro ed indimenticabile parroco don Franco, dava a tutti noi bambini un appuntamento in Sacrestia per scegliere, a rotazione, quelli che lo avrebbero accompagnato nella visita ai parrocchiani per la benedizioni delle case, intento da parte nostra non dettato da spirito Cristiano che ci avrebbe spinto ad anelare quell’incarico, ma uno molto più terreno:  l’incetta di caramelle e dolciumi vari. Il rito della benedizione delle case, era al tempo molto sentito dalla popolazione, che aspettava con devozione questo momento.  In casa entrava il prete con i paramenti sacri, seguito dal codazzo di chierichetti, vestiti di bianco, questi pronunciava la formula di rito e poi spargeva l’acqua benedetta, mentre gli abitanti della casa pregavano in ginocchio. Alla fine della cerimonia, la padrona di casa donava quello che poteva, due uova, qualche biscotto, caramelle… poche. Il frutto di questa questua, veniva diligentemente introdotto in una sacca che poi, alla fine della giornata era allegramente saccheggiata e distribuita fra i chierichetti, che il giorno dopo cambiavano.

La Pasqua era per noi ragazzi un traguardo importante, perché si avvicinava la fine della scuola, ponendo fine a quella che, molti di noi, giudicavano una sorta di reclusione, avendo vissuto, per la maggior parte della nostra giovane vita, nei boschi, e nei campi, magari tra mille privazioni, ma completamente padroni di noi stessi. Festa! Questa parola si notava ovunque ,dall’aia spazzata, pulita, agli uomini che vi sostavano con le camicie bianche di bucato, le scarpe lucide per l’occasione e si scambiavano pareri e cortesie. Persino gli alberi a quel tempo sembravano più felici. I loro fiori erano più splendenti, più vivi non soffrivano certo l’inquinamento di adesso . Ed ora? Cos’è la Pasqua ora? Si, andiamo ancora in chiesa (quest’anno non potremmo farlo causa restrizione dovute all’emergenza coronavirus), non ci manca certo il pane, ma ci manca quello spirito di solidarietà, di comprensione e di rispetto verso le cose e le persone. Abbiamo trasformato il mondo. Ci obbligano a vivere come una corsa all’oro. E’ importante, per noi tutti, ritrovare e risentire profumi e usanze  che vanno sempre più perdendosi nel tempo, chi come me ha vissuto quel tempo certamente capirà.

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