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Chi sono e cosa resta delle Confraternite del Cilento antico

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Da piccolo e fino all’età adolescenziale, ho avuto il privilegio di vestire la tonaca della Confraternita del SS. Rosario del mio paese, poi i tempi sono cambiati e la voglia di partecipare a questo Sacro rito della settimana Santa si è affievolito, per svariate ragioni che non vado a raccontare, il discorso è un po’ lungo ed in alcuni passaggi tedioso…ma tant’è, quindi non voglio annoiarvi. Ma chi sono oggi le Confraternite Laico-Religiose, ma soprattutto cosa sono state e ciò che resta? Quelle attuali ebbero, origine nel Medioevo in risposta al bisogno di pace e misericordia, in un’epoca di grande instabilità. La carità e l’assistenza sono sempre stati un obbligo per i cattolici e nelle Confraternite  dove, il precetto, veniva e viene adempiuto in modo associativo. Essi pregavano per i vivi e per i morti ed esercitavano opere buone per la salvezza delle anime proprie e di quelle dei confratelli, onde ottenere presso Dio, la remissione dei peccati. Nel corso del XIII secolo si diffusero rapidamente nella penisola, con il favore della chiesa. Tra queste associazioni laicali ve ne erano alcune, dette dei Disciplinati (presenti in Cilento), Flagellanti o Battuti, che praticavano l’autoflagellazione.

Le prime apparizioni in pubblico dei Disciplinati di Gesù Cristo si fanno risalire all’incirca al 1260, allorché il perugino Raniero Fasani, vestito di sacco e cinto di fune, scuoteva le coscienze con l’esempio e la predicazione. Il suo esempio venne imitato e si estese dal contado perugino alla valle di Spoleto, e da Genova dilagò in Provenza, quindi in Germania, e dal Friuli in Austria. Invece, non è certa la causa che spinse i confratelli del Cilento Antico ad uniformarsi ed a svolgere questa cerimonia unica, in scala territoriale.

Gli anni napoleonici,  portarono poi a una sorta di incameramento alle funzioni statali di tutte le confraternite che gestivano assistenza ed elemosine con redditi propri e la conservazione delle sole funzioni di preghiera. Numerose norme di origine ecclesiastiche, ma anche statali, ne hanno regolato e uniformato negli anni le forme organizzative e le scopo. Anche le stesse mutate sensibilità religiose succedute nei secoli, come l’esaurimento della pratica della penitenza e della flagellazione, portarono dopo il Concilio di Trento (1545-1563) ad un atteggiamento più religioso e spirituale.

Oggi, il rituale delle Confraternite laicali, ormai conformatosi al solo periodo della Settimana Santa, offre allo spettatore un’alchimia di misticismo cristiano e preghiera contemplativa, oltre all’ incontro tra due o più comunità che raramente in altre occasioni potrebbero convenire così numerose. Ma come sono, oggi, organizzate le Confraternite.

Ognuna di esse presenta, un titolo preciso, con dedica a un Santo o a un Mistero di fede; – uno scopo definito da perseguire; – uno statuto proprio che regola i rapporti interni tra i suoi iscritti; – un particolare abito, detto, a seconda delle regioni, “sacco”, “cappa”, “veste”, ecc., di forgia e colore ben definiti, spesso diversi per i confratelli e consorelle; – una regolare organizzazione. Essa viene eretta con apposito decreto dell’autorità ecclesiastica competente (Pontefice, Conferenza Episcopale o Vescovo). La sede di una Confraternita è di norma un oratorio proprio, oppure un altare della chiesa parrocchiale o di altra chiesa (santuario, convento, ecc.) della località dove la Confraternita opera.

La cosa che più colpisce nelle manifestazioni pubbliche della Confraternita è il vestito che indossa il confratello, spesso una larga tunica o tonaca che ricorda lo spirito di mortificazione e di riparazione delle prime forme di associazionismo confraternale che manifestavano pubblicamente l’espiazione per i peccati del mondo e la pacificazione sociale e che usavano indossare rozze tuniche di lino o di juta o spesso di un vero e proprio sacco forato calato sulla testa e legato ai fianchi.
Con l’istituzionalizzazione della struttura, l’abito confraternale divenne un elemento distintivo della Confraternita. I richiami simbolici sono molto evidenti: l’abito indossato dai Confratelli, detto anche càmice, come quello del Cilento Antico,  richiama la tunica indossata da Gesù nella Sua Passione Redentrice; la cappa delle Consorelle richiama invece la veste della Madre di Gesù nel giorno della flagellazione del figlio. Altro elemento decorativo è,  il cingolo di corda per cingere i fianchi, una sorta di richiamo alle funi con cui fu legato nostro Signore, corda con dei nodi, in genere di numero dispari, che ricordano i momenti della Passione.

Su ogni cappa c’è, sul lato del cuore un distintivo, detto “impronta“, con l’effigie o lo stemma del Santo o Mistero titolare della Confraternita, a volte sostituito da un’effige portata su un collare o un medaglione al petto, il mantello (ridotto a mantellina, la mozzetta) richiamo a quello delle tonache (ma, per altro verso, anche alla “cappa magna” di un dignitario non religioso); lo stemma (il “signum”, ossia il sigillo) o un lungo bastone che un tempo, insieme al cingolo, era simbolo di umiltà e penitenza; in alcune, lo portano solo il priore, i confratelli che ricoprono cariche e i più anziani.

Ma i colori sono l’elemento più distintivo in assoluto, ricordando che:

– il bianco richiama il colore delle prime cappe indossate dai Flagellanti medievali, così furono e sono confezionate le cappe della maggior parte delle Confraternite;

– il rosso  indica l’effusione dello Spirito Santo ed il fuoco della carità che deve infiammare il cuore di chi é iscritto a questa associazione nell’esercitarne lo scopo: la glorificazione della Trinità attraverso l’azione di liberazione del prossimo dalle emarginazioni e dalle schiavitù. Il rosso è il simbolo assoluto della la divinità;

– il marrone ed il giallognolo richiamano rispettivamente la tonaca o il mantello dei religiosi dell’Ordine Carmelitano e indica una Confraternita della Madonna del Carmine;

– l’azzurro é il colore mariano per eccellenza: é il colore del cielo, prefigura la Gloria Eterna in cui é già stata assunta la Madonna.
–  il nero, il colore simbolico della terra, da cui ha principio la vita, alla quale poi si torna con la morte, é adottato, per questi motivi, dalle Confraternite dette della Buona Morte,  come quelle di Valle e di Ostigliano che, oltre al gonfalone nero, recano anche una croce nuda, cui sono inchiodati i simboli della Passione: la lancia con la spugna, la scala, il gallo, il sudario, il sole e la luna; simboli che sono anche magnificamente scolpiti in stucchi policromi a sommità dell’altare della confraternita di Valle nella chiesa di Santa Maria delle Valletelle.
Ma oltre al momento di alta sacralità rappresentato dal “viaggio” delle Confraternite nei giorni della flagellazione di nostro Signore cosa resta?

Diciamo che il suo uso resta ed è strettamente legato alla religiosità di fondo della comunità. La presenza di un forte spirito di devozione, permette ad alcune Confraternite di avvicinare agli scopi associativi, ragazzi e giovanissimi, mentre in alcune comunità tale condizione avviene sulla base di un più banale conformismo. Molte confraternite vanno esaurendo gli iscritti per l’affievolirsi del sentimento religioso nelle nuove generazioni, proprio perché l’esternazione dell’associazione è spesso di sola preghiera o di cura dei luoghi di culto. Una forza maggiore conservano le Confraternite che preservano anche un piccolo scopo utilitaristico come la costruzione di loculi cimiteriali o l’assorbimento delle spese del funerale dei propri iscritti.

Nell’arco di pochi decenni si è passati da una condizione in cui il membro della comunità doveva giustificare la mancata iscrizione alla Confraternita locale, ai giorni d’oggi, dove un ragazzo che accetta la vestizione, appare agli occhi dei coetanei un non emancipato da una tradizione religiosa.

Non posso, infine, citare l’uso e l’abuso della Confraternita, anche per la promozione turistica negli eventi rituali della settimana Santa, promossi da molti, per valorizzare le tradizioni locali solo a fini turistici, diciamo per trasformare la giornata in una scampagnata fuori porta,  millantando un finto senso di compartecipazione religiosa, ovvero la negazione stessa dei valori di semplicità e umiltà alla base della Confraternita di qualunque appartenenza.

Alcune notizie sono tratte da: “Cronache Cilentane” anno 1989, Centro di Promozione Culturale per il Cilento – Prof. Amedeo La Greca e  Dino Baldi.

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