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Olio del Cilento, il mercato si restringe? Dalla tradizione alla sfida di vendere davvero il territorio

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C’è una domanda che il Cilento dovrebbe tornare a porsi, senza nostalgia e senza nascondersi dietro la retorica delle eccellenze: che fine ha fatto il mercato dell’olio d’oliva prodotto nelle nostre campagne? Fino a dieci o vent’anni fa, per molte famiglie, la vendita dell’olio rappresentava una consuetudine consolidata, un rapporto diretto tra produttore e consumatore, un’economia fatta di frantoi, piccoli commercianti, clienti abituali e persone che tornavano ogni anno a cercare lo stesso prodotto. Oggi quel mondo esiste ancora, ma è legittimo chiedersi se abbia conservato la stessa forza commerciale e se sia riuscito a trasformarsi per affrontare un mercato profondamente cambiato.

Non sarebbe corretto affermare, senza dati locali confrontabili, che tutto il mercato cilentano dell’olio sia crollato. Sarebbe però altrettanto superficiale ignorare i segnali che emergono dai numeri nazionali e, soprattutto, dai dati relativi all’olio Cilento DOP. La questione non riguarda soltanto quanto olio produciamo, ma quanto riusciamo a venderne, a quale prezzo, con quale riconoscibilità e con quale capacità di lasciare valore economico nelle comunità che lo producono.

Già il 26 gennaio 2016, su CilentoReporter.it, avevamo affrontato il tema con l’articolo Olio del Cilento, senza truffa e senza inganno, dedicato alla tutela del consumatore, all’autenticità del prodotto e al valore del lavoro degli olivicoltori, a distanza di oltre dieci anni, quelle questioni conservano la loro attualità, ma il problema si è ampliato: non basta proteggere l’olio autentico, bisogna creare le condizioni perché possa raggiungere nuovi consumatori e garantire un reddito adeguato a chi lo produce. Allora il centro della riflessione era la trasparenza; oggi, accanto alla trasparenza, dobbiamo porre la capacità commerciale del territorio. Perché un prodotto può essere genuino, legato a una storia secolare e apprezzato da chi lo conosce, ma incontrare comunque difficoltà nel conquistare nuovi mercati. È questa la sfida che il Cilento deve affrontare.

I dati nazionali aiutano a comprendere il contesto. Secondo ISMEA, nella campagna 2025-2026 la produzione italiana di olio d’oliva ha raggiunto circa 325 mila tonnellate, con un incremento del 31% rispetto alla campagna precedente, un recupero importante, dopo anni segnati da siccità, oscillazioni produttive e tensioni sui prezzi. Nello stesso tempo, l’istituto rileva che l’olio italiano continua a mantenere quotazioni superiori rispetto a quelle dei principali Paesi concorrenti, nonostante la flessione registrata nel 2026. Il mercato, dunque, non è scomparso: è diventato più complesso, più esposto alla concorrenza internazionale e più difficile da affrontare per chi opera su piccola scala.

Il quadro nazionale offre anche un’altra indicazione significativa, i dati ISTAT sulle produzioni agricole mostrano una diminuzione della produzione italiana di olio d’oliva nel lungo periodo: dai 603,3 milioni di litri del 2006 ai 378,6 milioni del 2025, con una contrazione del 37,6%. Nel 2025, secondo la stessa rilevazione, le importazioni hanno raggiunto 565 milioni di litri, mentre la produzione nazionale destinata al mercato interno è stata stimata in 81 milioni di litri. Sono grandezze che descrivono un sistema nel quale la disponibilità di olio straniero svolge un ruolo determinante. Non dimostrano, da sole, che i produttori del Cilento vendano meno, ma chiariscono quanto sia difficile per l’olio italiano competere in un mercato alimentato anche da consistenti flussi d’importazione. Il problema del Cilento, tuttavia, potrebbe essere ancora più specifico: una grande identità agricola che non riesce sempre a diventare una forza commerciale proporzionata alla propria storia.

Il nostro territorio possiede uliveti secolari, varietà locali, paesaggi riconoscibili e una tradizione legata alla Dieta mediterranea, la Regione Campania ricorda che l’area dell’olio Cilento DOP comprende 62 comuni e che la cultivar Pisciottana rappresenta una delle varietà storiche del comprensorio. Non parliamo, quindi, di un prodotto privo di una storia da raccontare o di caratteristiche territoriali da valorizzare. Parliamo di una ricchezza che avrebbe bisogno di una strategia commerciale capace di accompagnare il lavoro agricolo dal campo fino al consumatore e qui arriviamo al dato forse più interessante per il nostro territorio.

Secondo la banca dati Qualidò di ISMEA, la quantità certificata di olio Cilento DOP è stata pari a 70,34 tonnellate nel 2022, è scesa a 54,14 tonnellate nel 2023 ed è risalita a 55,58 tonnellate nel 2024. Nell’arco dei due anni, il volume certificato è diminuito di circa il 21%. Il fatturato alla produzione, tuttavia, è cresciuto dai 454.725 euro del 2022 ai 555.767 euro del 2024. Anche il fatturato al consumo nazionale è aumentato tra il 2023 e il 2024, passando da circa 733.600 a 908.400 euro.

Questi numeri vanno letti con attenzione, la diminuzione dei volumi certificati non equivale necessariamente a un calo di tutte le vendite di olio prodotto nel Cilento: una parte consistente della produzione locale può essere commercializzata come extravergine non DOP, attraverso vendita diretta, rapporti privati, frantoi o altri canali. La certificazione, inoltre, riguarda soltanto il prodotto che entra nel sistema della denominazione. Non disponiamo, in questi dati, di una serie storica completa che permetta di confrontare il mercato complessivo del Cilento di vent’anni fa con quello attuale. Eppure il segnale rimane. Un territorio che possiede una denominazione riconosciuta e una forte identità agricola certifica poco più di 55 tonnellate annue di olio DOP. È un dato che dovrebbe interrogare produttori, istituzioni, operatori turistici e organizzazioni di categoria. Non perché la qualità dell’olio cilentano sia in discussione, ma perché la capacità di trasformare quella qualità in volumi certificati, riconoscibilità e valore economico sembra avere margini di crescita evidenti.

Perché tanti produttori possono preferire vendere il proprio olio senza certificazione? Le ragioni possono essere diverse: costi e adempimenti, dimensioni aziendali, disponibilità di prodotto, organizzazione commerciale, abitudini di vendita e domanda dei consumatori. Non possiamo attribuire un peso preciso a ciascun fattore senza un’indagine sul territorio. Ma è proprio questa mancanza di informazioni aggregate a indicare una delle debolezze del settore: conosciamo il valore del nostro olio, mentre sappiamo ancora troppo poco su come si distribuisca il mercato tra vendita diretta, intermediari, ristorazione, commercio al dettaglio e canali digitali. Per molti piccoli produttori la vendita diretta rimane una risorsa preziosa, il cliente conosce l’agricoltore, acquista un prodotto legato a una famiglia e spesso torna ogni anno. È un rapporto fondato sulla fiducia, che può garantire un prezzo migliore rispetto alla vendita all’ingrosso. Ma è anche un modello che rischia di restare confinato in una rete personale: se il produttore vende soltanto a conoscenti, parenti e clienti storici, la sua capacità di crescere dipende dalla dimensione di quella cerchia. Quando i clienti invecchiano, cambiano abitudini o non tornano più, il mercato può restringersi senza che nessuno disponga di numeri sufficienti per accorgersene in tempo.

Un tempo, in molte realtà rurali, il passaparola e la reputazione personale erano strumenti commerciali sufficienti, oggi possono ancora funzionare, ma non bastano necessariamente a raggiungere nuovi consumatori, mercati urbani, ristoranti, negozi specializzati e famiglie che cercano online prodotti di origine certa. Il problema non è abbandonare la vendita tradizionale: è evitare che resti l’unico canale disponibile. Anche il prezzo è diventato un terreno delicato. Il consumatore vede bottiglie di extravergine con prezzi molto differenti e non sempre possiede le informazioni necessarie per comprendere perché un olio artigianale, prodotto in piccole quantità e venduto direttamente dall’agricoltore, abbia un costo superiore a quello di una miscela industriale, dall’altra parte, il produttore deve sostenere spese per potatura, raccolta, trasporto, molitura, conservazione, confezionamento e distribuzione. Se il prezzo riconosciuto non copre adeguatamente questi costi, la coltivazione rischia di diventare economicamente poco conveniente, soprattutto negli oliveti difficili da meccanizzare.

Non è una contraddizione: il consumatore cerca convenienza, il produttore ha bisogno di reddito e il territorio ha interesse a mantenere attivi gli oliveti. Ma tra queste esigenze occorre costruire un equilibrio, non si può chiedere a un piccolo olivicoltore di sostenere da solo i costi della tutela del paesaggio, della manutenzione dei terrazzamenti e della conservazione di varietà tradizionali, per poi costringerlo a competere esclusivamente sul prezzo con prodotti provenienti da sistemi produttivi di dimensioni e costi differenti. Il mercato, del resto, non si divide semplicemente tra olio buono e olio cattivo, né tra olio italiano e olio straniero, esistono prodotti di qualità diversa in ogni area produttiva. Un olio non DOP può essere eccellente e autenticamente cilentano; un olio DOP offre invece una garanzia aggiuntiva di origine e conformità al disciplinare, con controlli e requisiti specifici. La denominazione non sostituisce il lavoro agronomico, la cura della raccolta o la corretta conservazione, ma può offrire uno strumento di riconoscibilità commerciale che un marchio generico non possiede.

È proprio su questo punto che il Cilento dovrebbe interrogarsi. Se il prodotto possiede una denominazione tutelata, perché la quantità certificata rimane così contenuta? Se esistono aziende capaci di produrre extravergine di qualità, perché non costruire una rete che permetta loro di raggiungere mercati più ampi senza rinunciare alla propria identità? E se il turista arriva nel Cilento attratto dal mare, dai borghi, dai siti archeologici e dalla Dieta mediterranea, perché non trasformare l’acquisto dell’olio in una parte stabile dell’esperienza territoriale?

Non si tratta di trasformare ogni frantoio in una grande industria, né di imporre a tutti i produttori la certificazione DOP, si tratta di creare condizioni affinché ciascuno possa scegliere consapevolmente il proprio modello commerciale, alcuni potranno puntare sulla vendita diretta e sulla relazione personale; altri potranno lavorare con ristoranti, botteghe specializzate, gruppi d’acquisto e piattaforme online; altri ancora potrebbero trovare nella certificazione un modo per distinguersi e raggiungere clienti disposti a pagare per un’origine verificabile.

Il primo passo dovrebbe essere una fotografia reale del mercato olivicolo cilentano. Servirebbe un’indagine territoriale, condotta con il coinvolgimento dei comuni, delle organizzazioni agricole, dei frantoi e degli organismi di certificazione, per conoscere la quantità di olio prodotta, quella effettivamente commercializzata, i prezzi riconosciuti ai produttori, i canali di vendita e la quota che rimane sul mercato locale. Sarebbe utile distinguere l’olio venduto sfuso da quello confezionato, la vendita diretta da quella intermediata e il prodotto certificato da quello non certificato. Senza questa base informativa, il dibattito rischia di oscillare tra impressioni personali e racconti isolati, senza individuare le cause effettive delle difficoltà.

Il secondo passo dovrebbe essere la cooperazione commerciale, ossia piccole aziende che, singolarmente, non possono sostenere i costi di una rete distributiva potrebbero condividere servizi logistici, promozione, partecipazione a fiere, strumenti digitali e attività di comunicazione, mantenendo riconoscibili i singoli produttori e le diverse identità aziendali. Non è necessario cancellare i marchi individuali: occorre rendere più semplice trovare, acquistare e ricevere un olio autenticamente prodotto nel Cilento. Il terzo passo riguarda il turismo. Il Cilento ha la possibilità di collegare la vendita dell’olio a visite nei frantoi, percorsi tra gli uliveti, degustazioni guidate e incontri con i produttori. Non basta esporre una bottiglia in una struttura ricettiva o inserire il prodotto in un menu. Bisogna costruire una filiera nella quale ristoratori, agriturismi, alberghi, guide e operatori culturali abbiano interesse a promuovere l’olio del territorio, raccontandone la provenienza e rendendolo acquistabile anche dopo il soggiorno. Il visitatore dovrebbe poter tornare a casa e ordinare nuovamente lo stesso prodotto, senza dover ricostruire da solo la rete di contatti incontrata durante la vacanza.

Infine, occorre investire nella cultura del prodotto, un consumatore che comprende la differenza tra origine, categoria merceologica, cultivar, raccolta, conservazione e certificazione è più attrezzato per scegliere. Ma l’informazione deve essere rigorosa, senza trasformarsi in una campagna contro l’olio straniero o in un sospetto generalizzato verso il mercato. La trasparenza è un vantaggio per chi produce correttamente, indipendentemente dal Paese di provenienza. La mia riflessione del 2016 partiva dalla necessità di proteggere il consumatore e il lavoro di chi produce olio autentico, oggi la completerei con un’altra considerazione: la tutela dell’origine, da sola, non basta se il territorio non riesce a organizzare la commercializzazione. Possiamo avere un prodotto eccellente, una storia antica e un paesaggio straordinario, ma se il valore economico viene disperso lungo la filiera o se il produttore non raggiunge nuovi clienti, la qualità rischia di non tradursi in sviluppo. Il Cilento non ha bisogno soltanto di celebrare il proprio olio, ha bisogno di venderlo meglio, raccontarlo con maggiore efficacia e assicurare a chi coltiva gli ulivi una prospettiva economica sostenibile. Il rischio non è soltanto che si venda meno olio: è che diminuisca la convenienza a raccogliere le olive, curare gli alberi e tramandare un mestiere che ha modellato il paesaggio e l’economia delle nostre comunità.

La vera domanda, quindi, non è se l’olio cilentano sia ancora buono, è se siamo capaci, come territorio, di costruire attorno a quella qualità un mercato all’altezza del suo valore perché un’eccellenza che resta confinata nella reputazione locale, senza una strategia commerciale e senza dati con cui misurarne la crescita, rischia di diventare un patrimonio celebrato da tutti ma sostenuto economicamente da sempre meno persone. E allora forse è arrivato il momento di tornare a parlare seriamente di olio nel Cilento. Non soltanto quando arriva la raccolta, non soltanto quando il prezzo aumenta e non soltanto nelle manifestazioni dedicate ai prodotti tipici, occorre farlo quando si decidono le politiche agricole, quando si organizzano i servizi turistici e quando si costruiscono le strategie di sviluppo dei nostri comuni. Perché dietro ogni litro venduto c’è un’impresa agricola, una famiglia, un pezzo di paesaggio e una possibilità concreta di mantenere vivo il territorio.

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Alessandro Giordano
Alessandro Giordano
Giornalista pubblicista e appassionato di scrittura, Alessandro Giordano è da sempre profondamente legato al Cilento e alla sua realtà. Nel corso della sua attività ha raccontato il territorio, le sue comunità, le trasformazioni, le criticità e le eccellenze, con particolare attenzione alla cronaca, alla politica locale, alla cultura e alle tematiche sociali. Fondatore e direttore di CilentoReporter.it, ha scelto di mettere la propria passione per la scrittura al servizio di un'informazione attenta al territorio, convinto che raccontare il Cilento significhi soprattutto conoscerlo, viverlo e dare voce alle sue persone e alle sue storie.
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