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Olio del Cilento, milioni per i frantoi ma quanto arriva agli olivicoltori? La filiera non finisce al mulino

Gli investimenti per modernizzare i frantoi sono importanti, ma la vera sfida è garantire redditività a chi coltiva gli uliveti: tra fondi pubblici, costi di produzione e futuro dell’olivicoltura cilentana, servono risultati concreti per l’intera filiera.

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L’ammodernamento dei frantoi oleari è una buona notizia. Investire in impianti più efficienti, tecnologie innovative, sostenibilità ambientale e tracciabilità dell’olio extravergine significa rafforzare un comparto fondamentale per l’agricoltura campana. Su questo non ci sono dubbi. Ma mentre la Regione Campania annuncia di aver liquidato circa 4,84 milioni di euro a 24 aziende titolari di frantoi, nell’ambito del PNRR, una domanda merita di essere posta: quale sostegno concreto stanno ricevendo gli olivicoltori che ogni giorno curano gli alberi, affrontano i costi della coltivazione e producono le olive da cui nasce il nostro olio?

Non è una domanda polemica nei confronti dei frantoiani, né una contestazione pregiudiziale dell’operato della Regione, è, piuttosto, una riflessione sulla necessità di valutare l’equilibrio delle politiche agricole e la loro capacità di sostenere l’intera filiera, dal campo alla bottiglia, perché il successo dell’olivicoltura non si misura soltanto attraverso il numero di impianti ammodernati o i milioni di euro investiti nella trasformazione. Si misura anche dalla possibilità, per chi coltiva la terra, di continuare a farlo senza essere schiacciato dai costi e dall’incertezza dei ricavi.

Frantoi più moderni, ma l’olivicoltura parte dalla terra

Secondo quanto comunicato dall’assessorato regionale all’Agricoltura, sommando le risorse del PNRR a quelle della programmazione del PSR 2014-2022, sono stati finanziati complessivamente 55 frantoi oleari per 16,1 milioni di euro, a queste risorse si aggiungono i 30 milioni destinati ai progetti complessi di filiera previsti dal CSR 2023-2027, nell’ambito di un percorso finalizzato a rafforzare competitività, sostenibilità e organizzazione del settore, si tratta di interventi importanti. Un frantoio moderno può migliorare l’efficienza produttiva, ridurre gli sprechi, favorire la tracciabilità e contribuire alla valorizzazione dell’olio extravergine di oliva.

Tuttavia, bisogna guardare oltre le cifre e considerare l’intero processo produttivo. Le olive non nascono nei macchinari, nei serbatoi di stoccaggio o nelle linee di confezionamento. Nascono dalla terra, da alberi che devono essere potati, curati e protetti, da terreni che richiedono manutenzione e da un lavoro agricolo che prosegue durante tutto l’anno, dietro una bottiglia di olio di qualità c’è anche il lavoro di chi sostiene le spese per la manodopera, le potature, le attrezzature, la raccolta, il carburante e gli altri interventi necessari alla coltivazione, quando i costi aumentano, le condizioni climatiche compromettono la produzione o la resa delle olive non garantisce un reddito adeguato, il problema non si risolve semplicemente acquistando un macchinario più moderno. L’innovazione della trasformazione è fondamentale, ma deve accompagnarsi alla sostenibilità economica della produzione agricola.

Gli aiuti agli olivicoltori esistono, ma sono sufficienti?

Sarebbe sbagliato sostenere che le aziende agricole siano completamente escluse dai finanziamenti pubblici. Anche gli olivicoltori possono accedere, in presenza dei requisiti previsti, a strumenti di sostegno agli investimenti agricoli e a determinate misure della Politica agricola comune, esistono inoltre interventi rivolti a specifiche tipologie di oliveti e progetti di filiera che possono coinvolgere le aziende produttrici. La questione, dunque, non è negare l’esistenza di questi strumenti, ma capire quanto siano efficaci e accessibili per chi coltiva direttamente gli uliveti. Quante aziende olivicole del Cilento hanno beneficiato concretamente dei contributi? Quante sono riuscite ad accedere ai bandi e quante sono rimaste escluse? Quali risorse sono arrivate alle piccole imprese? E quali risultati hanno prodotto in termini di redditività, mantenimento delle coltivazioni e ricambio generazionale?

Sono domande legittime, alle quali sarebbe opportuno rispondere attraverso dati verificabili, un finanziamento destinato agli investimenti agricoli, infatti, non è necessariamente un contributo specifico per l’olivicoltura. Un pagamento della PAC subordinato a determinati requisiti non è automaticamente accessibile a ogni proprietario di uliveti. E uno stanziamento per progetti di filiera non significa che tutte le aziende agricole abbiano ricevuto risorse. Occorre distinguere tra fondi programmati, domande ammesse, contributi effettivamente liquidati e risultati raggiunti.

È proprio questa distinzione che può aiutare a comprendere se le politiche pubbliche stiano rispondendo in modo adeguato alle esigenze delle diverse categorie di operatori.

Il rischio economico che pesa su chi coltiva

Il problema non è contrapporre i frantoiani agli olivicoltori. Sarebbe una lettura sbagliata e ingiusta, i frantoi sono imprese che devono sostenere investimenti, costi energetici, manutenzione e obblighi normativi. La loro efficienza può migliorare la qualità del prodotto e creare valore per l’intero comparto, ma una filiera funziona davvero quando ciascun anello dispone delle condizioni necessarie per operare e ottenere una remunerazione adeguata. Un olivicoltore può produrre olive eccellenti, ma se i costi di coltivazione e raccolta diventano insostenibili, se il prezzo riconosciuto non copre le spese e se mancano prospettive economiche, il rischio è quello di ridurre gli interventi di manutenzione o abbandonare progressivamente i terreni meno redditizi, non si tratta di un esito inevitabile, ma di un rischio concreto che merita attenzione.

L’abbandono degli uliveti non comporta soltanto una perdita economica per le singole aziende. Può impoverire il paesaggio rurale, compromettere la continuità delle attività agricole e indebolire il tessuto produttivo delle comunità interne, per questo la politica agricola non dovrebbe limitarsi a sostenere la capacità di trasformare e commercializzare il prodotto. Dovrebbe contribuire anche a mantenere economicamente sostenibile la fase in cui quel prodotto viene generato.

Nel Cilento difendere gli uliveti significa difendere il territorio

Nel Cilento l’olivicoltura non è soltanto una voce economica. È una risorsa ambientale, culturale e turistica, gli uliveti caratterizzano il paesaggio, raccontano la storia delle comunità e rappresentano una componente importante dell’identità rurale del territorio. La qualità dell’olio è legata anche alla capacità di conservare questo patrimonio e trasmetterlo alle nuove generazioni. Non possiamo limitarci a celebrare le eccellenze durante la raccolta o quando un prodotto ottiene un riconoscimento. Dobbiamo chiederci se chi lavora quotidianamente nei campi abbia le condizioni per continuare a farlo, un giovane agricoltore può trovare nell’olivicoltura un’attività economicamente sostenibile oppure è costretto a considerarla soltanto un’integrazione al proprio reddito?

E quale futuro attende gli uliveti delle aree interne, dove i terreni possono essere difficili da raggiungere, la meccanizzazione risulta più complicata e i costi di gestione possono diventare particolarmente gravosi? Sono interrogativi che riguardano il futuro del Cilento. Se vogliamo contrastare lo spopolamento e l’abbandono delle campagne, dobbiamo creare condizioni che consentano alle aziende agricole di restare sul mercato e investire nella produzione, la tutela del paesaggio non può essere affidata esclusivamente alla buona volontà di chi coltiva la terra. Deve essere accompagnata da una politica capace di riconoscere il valore economico, ambientale e sociale dell’attività agricola.

La Regione renda pubblici i risultati degli interventi

L’annuncio dell’assessora regionale all’Agricoltura, Maria Carmela Serluca, offre l’occasione per allargare il confronto sulle prospettive del comparto olivicolo-oleario, accanto ai risultati raggiunti con i finanziamenti ai frantoi, sarebbe utile conoscere con maggiore precisione anche gli effetti delle misure destinate alle aziende agricole. Quante imprese olivicole hanno ottenuto contributi per migliorare le proprie strutture e attrezzature? Qual è la quota di risorse effettivamente liquidata? Quante aziende di piccole dimensioni sono riuscite ad accedere ai finanziamenti? Quali strumenti sono disponibili per chi non possiede un frantoio e si dedica esclusivamente alla coltivazione? E, soprattutto, quali interventi sono previsti per sostenere la redditività delle aziende nelle aree interne e nei territori caratterizzati da maggiori difficoltà produttive?

Non si tratta di chiedere necessariamente nuovi finanziamenti indistintamente per tutti, né di ignorare le misure già esistenti. Si tratta di verificare se gli strumenti disponibili siano adeguati alle esigenze reali delle imprese e se raggiungano effettivamente i destinatari ai quali sono rivolti, la trasparenza sui beneficiari, sullo stato dei pagamenti e sui risultati conseguiti consentirebbe di valutare le politiche pubbliche su basi concrete, andando oltre gli annunci e gli importi complessivi. Un investimento può essere considerato un successo quando produce risultati misurabili, migliora la competitività delle imprese e contribuisce a mantenere viva l’attività agricola.

La filiera è una catena: se si indebolisce un anello, si indeboliscono tutti

Non si tratta di chiedere meno investimenti per i frantoi, ma di promuovere una visione più ampia, un frantoio efficiente è utile, un olio tracciabile è una garanzia, una produzione sostenibile è un obiettivo da perseguire, ma nessuno di questi risultati può prescindere da aziende agricole economicamente solide e da produttori messi nelle condizioni di continuare a coltivare. La Regione Campania ha l’opportunità di dimostrare che la propria politica agricola punta a rafforzare l’intera filiera, dalla cura dell’uliveto fino alla commercializzazione della bottiglia.

La questione non è stabilire chi debba ricevere più risorse sulla base di una contrapposizione tra categorie, è capire come distribuire e utilizzare gli strumenti pubblici in modo da sostenere efficacemente tutte le fasi della produzione, valorizzando il lavoro agricolo e salvaguardando il patrimonio rurale, perché prima di parlare soltanto di olio di qualità, dobbiamo anche parlare delle condizioni economiche di chi quell’olio lo rende possibile. Nel Cilento, sostenere l’olivicoltura significa difendere un’economia, un paesaggio e una parte importante della nostra identità. La vera sfida è fare in modo che gli investimenti nella filiera si traducano in opportunità concrete anche per chi lavora ogni giorno negli uliveti.

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Alessandro Giordano
Alessandro Giordano
Giornalista pubblicista e appassionato di scrittura, Alessandro Giordano è da sempre profondamente legato al Cilento e alla sua realtà. Nel corso della sua attività ha raccontato il territorio, le sue comunità, le trasformazioni, le criticità e le eccellenze, con particolare attenzione alla cronaca, alla politica locale, alla cultura e alle tematiche sociali. Fondatore e direttore di CilentoReporter.it, ha scelto di mettere la propria passione per la scrittura al servizio di un'informazione attenta al territorio, convinto che raccontare il Cilento significhi soprattutto conoscerlo, viverlo e dare voce alle sue persone e alle sue storie.
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