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Accademia della Vrenna - 2 Ottobre 2019

Un termine del Cilento che ricorreva nella commedia dell’arte Napoletana

"Smòcco" aggettivo e sostantivo singolare maschile del dialetto cilentano.

Lo “smòcco” è termine dispregiativo che indica lo sciocco, lo stupido, l’inetto, colui che con il medesimo effetto chiamiamo ironicamente “lo splendido” o che “fa lo splendido”.
Appare sulla scena nelle situazioni che altrimenti richiederebbero polso, intelligenza, fermezza, uno spessore o personalità, e con le quali, invece, lo “smòcco” vuole, anzi pretende, di confrontarsi pur senza esserne richiesto. Si scorge nella condotta dello “smòcco” un alone di arbitrio come di quei che accettino sfide oltre le loro possibilità oppure oltre le loro sostanze confidando in una impossibile riuscita, sfide affrontate con l’atteggiamento che sottintende “metti che mi vada bene”.
Quando accade, ad esempio, che per una fiammata di fortuna qualcuno si trovi a beneficiare di un gruzzolo o di una ricchezza economica, non di rado quello pretende di appartenere ad una classe superiore emulandone scelte e comportamenti di status, come comprarsi una fuori serie che, poi, dopo qualche poco, viene pignorata per debiti sopravvenuti, cosicché si ritrova nella stessa miseria di sempre. Ecco, quello sfogo di emulazione è tipico di chi abbia voluto fare lo “smòcco” (“oh, se facette nu pòco re sòldi facènno nu pàro re càse ccu’ n’imprèsa, e sùbito facètte ‘u smòcco: iètte a ghiucà a ‘u casinò e perdètte tùtto”).

Ricorre anche nei tentativi di approccio abbinati non ad una situazione sentimentale disperata, ma piuttosto ad una sfida che lo “smòcco” ingaggia quando vorrebbe affascinare riuscendo a mettere in piedi, invece, un personaggio grottesco, patetico, tanto che alla donna sfugge perfino che quel determinato gesto, parola o sorriso melenso, nascondevano un approccio o un tentativo di conquista o di accattivarsi una simpatia, salvo rivelarsi come tale solo all’osservatore che dello “smòcco” conosce limiti e notoria stupidità (“ma viri tu ch’aggia verè, a ziànimo ind’a giurìa ppè la miss ca fàce u smòcco quànno re mètte a fàscia a cchèra c’a bbìnto!”).
È un termine che ricorreva nella commedia dell’arte napoletana dell’ottocento, spesso in rima con “locco” (“si cu mmè faie lo smocco / cca fernesce ca t’ammacco / cu sta faccia ch’aie de locco”) e riferito a Pulcinella che, sentendosi così apostrofato, ha reazione di sdegno e d’ira percependone la carica offensiva.
Il termine non ha una diffusione generalizzata in tutto il Cilento. L’informatore che ne riferisce è di Salento, paese che conserva delle peculiarità linguistiche dialettali (il termine, ad esempio, sembra sconosciuto a Felitto o a Perito, ove, qui, con lo stesso significato si usa il termine “sblòffo”).

Per quanto riguarda l’etimo, il Galiani, nel suo “Vocabolario delle parole del dialetto napoletano che più si scostano dal dialetto toscano” del 1789, accenna ad una definizione di “smocco” quale “scempiato” con derivazione dal greco “mocos” («μωκος») che, per prostesi, diviene “smocos” ( «σμοκος») col significato di “fatuus”.
Un confronto tra il termine del greco antico “mukes” («μΰκης») e quello latino “muccus”, conduce non sono al muco e alle secrezioni nasali, ma anche al fungo dello stoppino o al lucignolo della lucerna o della candela. “Smòcco” potrebbe essere, quindi, una variante del “muccùso” e indicare una persona immatura, un pivello, un soggetto ancora infantile e che, come gli infanti, non è capace di trattenere il muco che gli esce dal naso.

Nello spettro degli etimi possibili, però, può essere d’aiuto proprio il riferimento al termine “mòccolo”, ossia al “fungo del lucignolo”, e al contiguo verbo “smoccolàre” che significa “togliere la parte carbonizzata, moccolaio o fungo, sulla cima del lucignolo”, come riporta il dizionario della Treccani. Il “mòccolo” inteso come il lucignolo di una lampada a olio, indica una sostanza flaccida e molle. Lo “smòcco”, quindi, apre nel suo etimo un significato di persona fatua, inconsistente, al pari del mòccolo della candela che abbia ormai esaurito ogni attitudine o carica a produrre fiamma o energia ed esposto, quindi, ad essere facilmente “smoccolato” per quanto insista in apparenza a rimanere erto sulla cima della candela. Questa derivazione etimologica (di interpretazione del tutto personale) parrebbe compatibile col significato di “smòcco” quale persona che si reputi “brillante” pur non avendo alcuna dote o qualità per esserlo, tanto che un soffio o la prosaica azione di smoccolatura ne determinerebbe la definitiva soppressione.

Sarebbe interessante scandagliare (per chi ne abbia tempo e voglia) se vi è o meno un ermetico collegamento col termine inglese “smoke”, fumo, visto che anche lo “smòcco” nostrano si contraddistingue della stessa inconsistenza da fumo.
Traslato nell’agone politico, lo “smòcco” è colui che, trovandosi a ricoprire per un caso fortuito una carica politica di spessore e vedendosi allo specchio, anche per adulazioni altrui, come grande statista o cullandosi nell’illusione del potere, alla prova dei fatti e al momento delle scelte importanti, rivela di essere della stessa sostanza del “mòccolo” sopravvissuto sulla cima della candela.

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