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Andar per sagre! Alla scoperta di sapori ed architetture nel territorio alle pendici del Monte della Stella

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Bene….zaino in spalla, si parte per questo breve tour tra i borghi del Cilento antico alla scoperta delle bellezze nascoste e di antichi sapori tradizionali che sono presenti nel mio territorio, alle pendici del Monte della Stella. Da sempre appuntamento molto atteso dai turisti e paesani più legati alle tradizioni popolari, negli ultimi anni le sagre o le feste di paese sono divenute sempre più fonte di attrazione oltre che la riscoperta di tipicità artistiche ed architettoniche di un luogo; qui è possibile intrattenersi con tante iniziative di natura culturale, a partire da alcune manifestazioni nei luoghi più significativi del paese o del borgo.  L’estate  ma in prevalenza il mese di Agosto, periodo per antonomasia festaiolo, nel Cilento non c’è che l’imbarazzo della scelta,  manifestazioni culturali ma soprattutto sagre culinarie si accavallano in un susseguirsi di fritture miste, pasta casereccia e ragù “pippiato” annaffiato da fiumi di buon vino da far invidia al compianto Bacco.

Le sagre, croce del nativo, delizia del viandante; esse, sono state ideate in tempi piuttosto recenti dalle pro loco  o associazioni di persone, per promuovere il territorio ed in alcuni casi, come quelle che andrò a raccontarvi, per finanziare progetti di restauro o conservativi di un edificio, un monumento, una Chiesa. Ma, da dove deriva la parola “sagra”?  Sagra è il sostantivo femminile di “sagro”, antica variante di sacro. Questo ci fa capire come in origine queste feste fossero legate a ricorrenze solenni o a feste popolari connesse al culto religioso, e in seguito anche ai cicli dell’agricoltura per fare onore ad un nuovo raccolto. Quindi, tornando a noi,  si può girovagare per il Cilento senza immergersi nella sua ricca tradizione culinaria? Assolutamente no! Stiamo parlando di una delle arti culinarie più gustose d’Italia fonte della “Dieta Mediterranea” descritta dallo studioso Ancel Keys! La tradizione di cucina povera, radicata nel territorio si basa su prodotti freschi e locali, per questo i piatti tipici sono assolutamente deliziosi.

La cucina del Cilento si caratterizza per i sapori semplici della tradizione contadina, che si esprime attraverso antiche ricette tramandate nel tempo e conservatesi per il loro gusto unico e autentico; insomma può essere considerata un po’ come la lingua – tutto il Paese conosce e parla l’Italiano, ma ogni regione, luogo ha il suo proprio e distintivo dialetto, di uso molto più comune e frequente. Per il cibo accade un po’ la stessa cosa. Se vi capita di viaggiare attraverso le varie regioni d’Italia, noterete che ognuna ha i propri piatti tradizionali ed ingredienti tipici, fermo restando che tutte usano gli ingredienti base quali la pasta, il formaggio e l’olio d’oliva.  Nonostante la semplicità dei piatti, la cucina Cilentana, si distingue per la sua ricchezza e varietà di gusti e per le portate abbondanti, dopo le quali difficilmente vi alzerete dal tavolino ancora affamati! Come tradizione vuole, molti nostri piatti tipici, derivano dal principio del “non buttare via niente”, come lo sfriunzolo – soffritto con parti del maiale – o “l’acqua-sale”, una sorta di zuppa, ma molto meno liquida, fatta con pane duro (biscottato) o raffermo, polpa e succo di pomodoro.

Ma….fidatevi…., il tour, al momento solo virtuale che  vi accingerete a fare non sarà solo gastronomico, nei dintorni, se avrete la pazienza di anticipare di qualche ora il vostro appuntamento culinario, c’è molto da scoprire!

Partiamo il 4 o il 5 oppure il 6 Agosto, per recarci a Santa Lucia, qui,  arrivata alla Ventesima Edizione, troverete la sagra della braciola e strangolaprievati oltre che alla degustazione di dolci tipici Cilentani come i cannoli alle due creme. Ma, come scrivevo, anticipare il vostro viaggio, vi permetterà di conoscere questo borgo che, come descrive Angelina Mastrangelo , sembra adagiato su una sella alle pendici del Monte della Stella, esso ha la forma di una gondola la cui parte centrale è costituita dalla piazza principale del paese mentre le case si snodano lungo un crinale stretto fra due corsi d’acqua. Questi, in passato, hanno favorito l’attività della concia delle pelli per la quale gli abitanti erano noti in tutto il circondario.

Le prime notizie dell’abitato risalgono al 1100 e sono contenute in una bolla del papa Pasquale II che parla di alcune celle abitate da pochi eremiti nel “Casale di Santa Lucia”. Per vari secoli il borgo appartenne alla Badia di Cava per passare poi a numerose famiglie nobili fino all’eversione della feudalità. Attualmente il nucleo storico presenta l’architettura tipica di molti paesi cilentani, con case in pietra, a volte intonacate, e, nel caso di abitazioni gentilizie, ornate da portali intagliati. Oltre a questo, la frazione comprende le contrade Felittopiano, Offoli, Ogliastro e Pantano, sorte più tardi nelle campagne circostanti.

E così, dopo  qualche giorno di riposo, ripartiamo!  Il 12, il 13 oppure il 14 Agosto per la sagra dello “Sfriuonzolo sotto l’arco”. San Mango di Sessa Cilento offre l’opportunità di assaggiare questa tipicità ormai da Dieci anni. Lo “Sriuonzolo”, soffritto di maiale, opportunamente condito con olio Dop del Cilento e polpa di pomodoro peculiare del territorio è accompagnato dalla immancabile “scamoscia” (pane morbido di forma appiattita – rigorosamente cotto in forno a legna) e dagli insostituibili “Mustacciuoli” di pasta reale o glassa, questa è l’occasione giusta per assaporare un po’ della tradizione povera locale. Ma San Mango non è solo questo, girovagando potrete scoprire che ad aprirvi le porte, dal lato sud, di questo borgo ci sono parte di una costruzione che si ramificava fino a Valle Cilento di “Mulini ad Acqua”. I due mulini, presenti, sono i primi di una serie di 23, ubicati lungo le rive del torrente Sorrentino che va da San Mango alla Fiumara in località Fellitto Piano, descrive il Dott, Andrea Graziano. Essi costituiscono una preziosa testimonianza di una delle attività economiche più antiche del luogo, quella dei mugnai.

Quasi tutti i mulini sono costituiti da una vasca per la raccolta dell’acqua, una torre e una casetta dove le macine trituravano i preziosi chicchi di grano. Spesso l’acqua che lasciava un mulino si incanalava verso la vasca di quello successivo e così anche più volte. In tal modo si costituivano gruppi di mulini che utilizzavano la stessa acqua per poi restituirla di nuovo al torrente. Seguendo l’antico percorso delle acque restituite dai mulini, si arriva  presso  i ruderi dell’antica chiesa di S. Maria degli Eremiti . Citata a partire dal 1329, viene per la prima volta descritta nella visita pastorale dell’abate Michele di Tarsia del 20 ottobre 1505. Scrive il professor Francesco Volpe: l’edificio si presentava già allora imponente, con la sua grande navata centrale e con l’ampio presbiterio.

Oltre all’altare maggiore, vi erano le cappelle di S. Bernardino, di S. Giovanni Battista, del Crocefisso, della Trinità, di S. Caterina, di S. Andrea, di S. Pietro, di S. Leonardo. Nei secoli successivi la fabbrica fu ulteriormente ampliata con corpi laterali aggiunti, come dimostra una lapide che si trova sull’ingresso esterno alla navata di sinistra, sulla quale si legge “A.D. 1725”.

L’appellativo “degli Eremiti” può essere dovuto alla preesistenza sul luogo di un eremo nel quale si ritiravano, secondo il costume del tempo, singoli monaci o semplici fedeli per chiudersi in vita contemplativa. Al campanile adiacente all’edificio non si fa mai cenno nei documenti ecclesiastici, ma una piccola lapide murata nella sua parete esterna orientale, sulla quale figura l’iscrizione “Anno Domini 1543, Die VII Septembris”, fa supporre che quella sia la data di inizio della sua costruzione, mentre da una iscrizione che figura nella parte terminale si rileva che fu ultimato nel 1547.

Sul finire dell’Ottocento la chiesa fu abbandonata perché pericolante e le funzioni religiose temporaneamente tenute nella cappella di S. Donato, nel parte superiore del paese, per essere poi definitivamente trasferite nell’attuale chiesa parrocchiale dedicata a Santa Rosalia. Dopo oltre un secolo di abbandono, recenti lavori di scavo e di restauro hanno ripristinato integralmente il campanile, hanno portato alla luce alcuni altari, tombe ed iscrizioni ed hanno consolidato i residui muri perimetrali.

La nostra “scorpacciata” non solo culinaria, finirà il 15, 16 e 17 Agosto con la “Sagra MonteStella” in quel di Omignano Cilento, Qui, i fusilli caserecci con braciola la fanno da padrone, oltre alle zeppole con alici fritte e gli immancabili dolci cilentani con il naspro. Naturalmente, come le prime passeggiate anche il piccolo borgo di Omignano ha “scrigni e tesori” da visitare, tra un piatto e l’altro. Il nome dato ad Omignano deriva dal latino medioevale dominicanus, ovvero proprietà del signore. Le prime notizie risalgono al 1047, in età longobarda. È quasi certo che alle origini Omignano fosse un castello longobardo, uno dei tanti costruiti per controllo del territorio.

Oggi, purtroppo, del castello non c’è traccia. Successivamente il paese è protagonista di una fitta serie di vicende, scambi e acquisizioni, caratteristiche della storia feudale di questi territori.
Omignano, ricordato fra i centri che con il Processo del 1276 furono restituiti ai Sanseverino, fu da questi dato nel 1332 in suffeudo al nobile salernitano Giovanni Grillo insieme a Sessa, ma poi, verso la fine del XIV sec., questi due villaggi furono trasferiti ai Capano ed Omignano restò in possesso dei Capano di Pollica anche durante il XV sec.

Alcune notizie delle architetture presenti sono tratte da: “Guida all’Odonomastica e ai Beni Culturali “

© Riproduzione riservata
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