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17, Febbraio, 2026
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Nella tradizione del Cilento, non è Natale senza le zeppole con le alici

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Il  Natale con le sue tradizioni e i suoi valori, resta uno dei momenti più magici ed affascinanti dell’anno, crea suggestioni, ricordi e rinnova tradizioni culturali che ovunque si ripetono, sono l’espressione del senso di appartenenza a un luogo, a una terra e alla sua antica e grande civiltà.

Nel Cilento, questa festa ha il sapore dell’antica civiltà contadina, dei suoi valori, delle sue usanze e perché no anche della sua miseria, ricco di gesti, a volte anche di ritualità e di forme, nel tempo diventate sostanza. Tante erano le tradizioni, soprattutto culinarie, collegate al periodo natalizio, spesso si diversificavano per alcuni dettagli di borgo in borgo, ma nella sostanza erano uguali e ancor di più lo erano i valori a cui esse facevano riferimento.
Il Natale si avvertiva nei paesi e nei casolari, anche da piccoli odori che provenivano dalle tante cucine in fermento per la preparazione di uno dei ricordi più golosi che ho dei Natali della mia infanzia: le zeppole con le alici che faceva mia nonna.

Certo ancora oggi c’è qualcuno che le prepara, non sono ormai un rituale del Santo Natale, ma credo che in ogni famiglia del Cilento dove ancora è presente qualche Nonna siano la norma.

Questi gli ingredienti

  • 1Kg di farina
  • 1 lievito di birra (una volta si usava il lievito madre “U’Lovato)
  • 300gr di alici salate assolutamente cilentane
  • due pizzichi di sale
  • circa 400 ml di acqua
  • olio DOP Cilento per la frittura

La preparazione

Mia nonna, preparava l’impasto in una pentola di coccio, lei la chiamava “scafarea”,  stemperando il lievito, nel Cilento antico si chiamava “U’luvato”,  in acqua portata ad ebollizione con qualche rametto di rosmarino. Univa la farina, due pizzichi di sale e mescolava, usando una forchetta, con tanta energia, aggiungendo man mano acqua tiepida al sapor di rosmarino, in modo da ottenere un impasto piuttosto morbido.

Copriva, poi la “scafarea”,  con uno strofinaccio e lasciava riposare per un’ora e mezza in un luogo temperato e riparato. Ma non era finita qui, dopo questa prima lievitazione, l’amalgama veniva di nuovo lavorata sempre e solo con la forza di mani e polsi.
Poi toccava alle alici, alle quali venivano tolte le lische, a quei tempi i vasetti già pronti non esistevano, esse arrotolate in questa morbida pastella , venivano “annegate” nell’olio bollente. Qui restavano, a fuoco vivo, fino a che non risultavano dorate. Bollenti e con un invitante profumo, usava adagiarle, poi,  su di un letto di altri rametti di rosmarino, in un cesto “cuofino”, coprendole con un panno affinché restassero belle calde fino al momento in cui sarebbero state consumate.

Credits: Video tratto da YouTube realizzato da Maurizio Musto

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