Prima PaginaEconomiaSpopolamento nel Cilento, dai piccoli borghi ai centri maggiori: così...

Spopolamento nel Cilento, dai piccoli borghi ai centri maggiori: così si può fermare il declino demografico

I dati ISTAT aggiornati al 2026 e la Strategia d'Area del Cilento Interno delineano un'emergenza che riguarda l'intero territorio, seppure con intensità differenti. Da Sessa Cilento a Vallo della Lucania, passando per i comuni più piccoli, la sfida è creare lavoro stabile, garantire i servizi e riportare le famiglie a vivere nei paesi. Una proposta concreta per trasformare le risorse disponibili in un piano territoriale contro lo spopolamento.

Iscriviti al canale WhatsApp

Segui le notizie su GoogleNews

Lo spopolamento del Cilento non è più soltanto una questione che riguarda i paesi più piccoli e distanti dalla costa, è un fenomeno che investe un’area molto più ampia, con caratteristiche differenti tra i comuni dell’entroterra, i centri di riferimento per i servizi e le località costiere. La diminuzione delle nascite, l’invecchiamento della popolazione e la partenza di giovani in cerca di lavoro stanno modificando progressivamente l’equilibrio delle comunità. E il rischio è che, senza interventi coordinati, la perdita di residenti finisca per rendere ancora più difficile mantenere proprio quei servizi che permetterebbero alle persone di restare.

I dati più recenti dell’ISTAT consentono di aggiornare il quadro, il bilancio demografico provvisorio del 2025 e le stime della popolazione al 1° gennaio 2026 rappresentano oggi il riferimento più aggiornato per studiare la dinamica demografica comunale, anche se i dati provvisori devono essere distinti da quelli consolidati del censimento. A livello nazionale, l’Italia conta circa 58,94 milioni di residenti al 1° gennaio 2026, una popolazione sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente, il Mezzogiorno, tuttavia, continua a perdere abitanti, con una flessione di circa 3,1 residenti ogni mille. La stabilità nazionale, quindi, nasconde una differenza territoriale rilevante: mentre alcune aree del Paese crescono, il Sud continua ad affrontare un ricambio naturale fortemente negativo.

Il Cilento Interno rappresenta uno degli esempi più significativi di questa fragilità. La Strategia d’Area 2021-2027, nella versione aggiornata nel 2025 e pubblicata sul portale della Regione Campania nel 2026, comprende 30 comuni della provincia di Salerno, distribuiti su 948,75 chilometri quadrati, la popolazione complessiva supera di poco i 45.000 abitanti e la densità media è di 53,2 abitanti per chilometro quadrato, tra le più basse delle aree interne campane. Circa il 40% dei comuni ha meno di mille residenti e 13 sono classificati come ultraperiferici nella mappatura delle aree interne 2021-2027.

I numeri mostrano quanto sia articolata la situazione. Vallo della Lucania, con circa 8.000 abitanti, e Roccadaspide, con quasi 7.000, svolgono una funzione di riferimento per una parte importante dell’entroterra. Sono centri nei quali si concentrano servizi, attività economiche e collegamenti con gli altri comuni. La loro tenuta è importante non soltanto per i residenti, ma anche per chi vive nei paesi più piccoli e deve raggiungerli per curarsi, studiare, lavorare o sbrigare pratiche amministrative. All’estremo opposto si trovano realtà come Valle dell’Angelo e Campora, che nella fotografia demografica utilizzata dalla Strategia d’Area contavano rispettivamente 219 e 311 abitanti. Sono numeri riferiti alla base statistica riportata nel documento regionale, non una certificazione delle consistenze aggiornate al 2026. Per questi centri, anche la partenza di poche famiglie può modificare sensibilmente la struttura della popolazione, ridurre la domanda di servizi e rendere più difficile sostenere le attività economiche di prossimità. Il caso di Sessa Cilento offre un altro indicatore significativo, nella serie storica basata sui dati ISTAT, il comune è passato da 1.358 residenti alla fine del 2014 a 1.131 alla fine del 2024, perdendo 227 abitanti, pari a circa il 16,7% in dieci anni. Un dato che va letto insieme all’età dei residenti, alle nascite e ai trasferimenti di residenza, ma che segnala una contrazione consistente della comunità.

Per completare il confronto fra i comuni cilentani occorre ora considerare anche Castellabate, Agropoli, Ascea, Casal Velino, Pollica, Montecorice, Omignano, Serramezzana, San Mauro Cilento, Laurino e altri centri, distinguendo i comuni costieri da quelli interni. Non sarebbe corretto assegnare a ciascuno una percentuale di perdita senza estrarre la medesima serie temporale dal database ISTAT. Il dato di un singolo anno, infatti, non basta a stabilire se un comune sia entrato in una fase di declino strutturale oppure stia attraversando una variazione temporanea, la differenza tra costa ed entroterra è comunque essenziale per comprendere il fenomeno. Le località turistiche possono beneficiare di una maggiore attività economica durante la stagione estiva, ma questo non significa necessariamente che aumentino i residenti. Un territorio può registrare molte presenze turistiche, seconde case occupate per poche settimane e attività stagionali, continuando contemporaneamente a perdere giovani e famiglie. L’obiettivo non deve essere soltanto attirare visitatori, ma trasformare una parte della ricchezza generata dal turismo in lavoro annuale, servizi e nuove opportunità abitative.

La prima causa da affrontare è il lavoro, un giovane che termina gli studi difficilmente sceglierà di restare in un paese se per trovare un impiego deve spostarsi ogni giorno per decine di chilometri oppure trasferirsi definitivamente altrove, l’agricoltura di qualità, la trasformazione dei prodotti locali, la filiera della Dieta mediterranea, l’assistenza alla persona, i servizi digitali, la manutenzione del patrimonio edilizio, il turismo naturalistico e culturale possono offrire opportunità, ma soltanto se sostenuti da imprese capaci di garantire redditi e continuità occupazionale. Il secondo nodo riguarda i servizi, la stessa Strategia d’Area segnala la diminuzione della popolazione tra zero e sedici anni, con ripercussioni sulle scuole, e le difficoltà nell’accesso alle cure. La distanza dai presidi sanitari, la carenza di personale e la debolezza dei collegamenti possono pesare sulla scelta di una famiglia di restare o trasferirsi. Non è realistico immaginare che ogni comune possa avere tutti i servizi nello stesso edificio, ma è possibile organizzare una rete intercomunale che li renda accessibili anche ai residenti dei centri più piccoli.

La proposta: un Patto intercomunale per restare e tornare nel Cilento. La soluzione più fattibile non è creare un nuovo ente o moltiplicare le iniziative isolate, ma utilizzare l’Unione di competenze, la programmazione del Cilento Interno e gli strumenti già disponibili per costruire un piano operativo con obiettivi misurabili. Il patto dovrebbe coinvolgere i comuni, la Regione Campania, la Provincia, le imprese, le associazioni, le scuole e gli operatori sociali, il primo intervento potrebbe essere uno sportello unico territoriale per lavoro, impresa e abitazione. Non necessariamente un nuovo ufficio fisico in ogni paese: una struttura coordinata a livello comprensoriale, con referenti locali e servizi online, capace di aiutare chi vuole avviare un’attività, trasferire la residenza, recuperare una casa inutilizzata o partecipare a un bando. Il servizio dovrebbe mettere in contatto proprietari di immobili vuoti, famiglie interessate a stabilirsi nel territorio e imprese che cercano lavoratori.

Il secondo intervento dovrebbe riguardare il lavoro. I comuni potrebbero promuovere un programma di insediamento di microimprese, cooperative e attività professionali, concentrando gli incentivi su progetti che producano occupazione effettiva e non soltanto presenze temporanee. Priorità potrebbero essere assegnate alla trasformazione agroalimentare, ai servizi per gli anziani, alla manutenzione del territorio, alle attività artigianali e digitali e alle imprese turistiche capaci di operare per più mesi all’anno. Il sostegno dovrebbe essere subordinato a risultati verificabili: posti di lavoro creati, durata dei contratti, investimenti privati e continuità dell’attività.

Il terzo intervento sarebbe un piano per le abitazioni inutilizzate. In molti borghi esistono immobili chiusi o sottoutilizzati, ma non sempre sono disponibili sul mercato con condizioni adatte a chi vorrebbe trasferirsi. Un censimento comunale, svolto nel rispetto della privacy e della volontà dei proprietari, potrebbe individuare le abitazioni recuperabili e quelle da destinare ad affitti di medio-lungo periodo. Un fondo di garanzia, piccoli contributi per adeguamenti essenziali e accordi con i proprietari potrebbero facilitare l’incontro fra offerta e domanda. Gli incentivi dovrebbero premiare l’effettivo utilizzo residenziale, evitando di finanziare semplicemente ristrutturazioni che non producono nuovi residenti.

Il quarto pilastro è la mobilità. Occorre superare una logica basata esclusivamente sulle corse tradizionali, spesso poco adatte a territori con bassa densità abitativa, si potrebbe sperimentare un servizio di trasporto a chiamata, con prenotazione telefonica o digitale, collegato agli orari scolastici, alle visite sanitarie e ai principali servizi. Nei comuni più distanti, piccoli mezzi condivisi potrebbero garantire corse programmate verso Vallo della Lucania, Roccadaspide e gli altri poli di riferimento. Prima di introdurre il servizio, sarebbe necessario misurare la domanda reale e coordinare gli orari con il trasporto pubblico già esistente, il quinto intervento riguarda i servizi essenziali. Una rete di assistenza territoriale potrebbe integrare telemedicina, infermiere di comunità dove previsto, servizi sociali, supporto digitale e assistenza domiciliare. Per la scuola, invece di considerare ogni calo degli iscritti soltanto come un problema amministrativo, sarebbe utile programmare servizi integrati tra comuni, trasporto scolastico efficiente e attività pomeridiane condivise. La finalità non è mantenere artificialmente ogni struttura aperta indipendentemente dai numeri, ma garantire alle famiglie un accesso affidabile ai servizi senza costringerle a lasciare il territorio.

La proposta può partire con un progetto pilota di dodici mesi in un gruppo di comuni che rappresenti situazioni diverse: un centro di riferimento, alcuni paesi interni e realtà particolarmente fragili. Nel primo trimestre andrebbero raccolti i dati demografici, censite le case disponibili, mappate le imprese e rilevati i bisogni di mobilità. Nei sei mesi successivi si potrebbero attivare lo sportello, gli accordi con i proprietari e il primo servizio di trasporto sperimentale. Entro la fine dell’anno andrebbero pubblicati i risultati, per decidere quali interventi estendere agli altri comuni.

Per rendere il piano concretamente finanziabile, si potrebbe partire da un budget indicativo di 500.000 euro per dodici mesi, da considerare come ipotesi progettuale e non come finanziamento già assegnato. Una ripartizione iniziale potrebbe prevedere 100.000 euro per lo sportello territoriale e l’assistenza alle imprese, 150.000 euro per il trasporto a chiamata, 100.000 euro per le misure abitative e 150.000 euro per il coordinamento, la rilevazione dei risultati e le attività pilota sui servizi. La ripartizione definitiva dovrebbe dipendere dai fabbisogni rilevati e dalla possibilità di utilizzare fondi compatibili con ciascuna spesa.

Una base di programmazione esiste già. La Regione Campania ha comunicato nell’aprile 2026 un intervento da 4,2 milioni di euro per la valorizzazione turistica delle sette aree interne regionali, con una quota simulata di 503.812,13 euro per il Cilento Interno, si tratta di risorse destinate alla valorizzazione turistica e alla destagionalizzazione, non di un fondo liberamente utilizzabile per qualsiasi intervento contro lo spopolamento. Il piano proposto dovrebbe quindi distinguere le spese ammissibili a questa misura da quelle da candidare ad altre linee regionali, nazionali o europee. Per evitare che il progetto si trasformi nell’ennesimo documento programmatico, servono indicatori pubblici: numero di imprese avviate, posti di lavoro mantenuti dopo dodici mesi, immobili destinati ad affitto stabile, tempi di accesso ai servizi, utenti del trasporto a chiamata, saldo migratorio e variazione della popolazione giovane. Il risultato non dovrebbe essere misurato soltanto attraverso il numero di visitatori o di eventi organizzati, ma attraverso la capacità di migliorare le condizioni di vita dei residenti.

Lo spopolamento non può essere fermato con una singola misura e nessun progetto può garantire da solo un’inversione demografica. Ma un territorio può ridurre le ragioni che spingono le persone a partire, creare condizioni favorevoli per chi desidera tornare e utilizzare in modo coordinato le risorse disponibili. È questo il passaggio decisivo: considerare la popolazione residente non come un dato statistico da registrare a fine anno, ma come il principale indicatore del futuro del Cilento.

I borghi non hanno bisogno soltanto di essere raccontati, fotografati e visitati. Hanno bisogno di famiglie, lavoratori, servizi, scuole accessibili e attività economiche che possano vivere anche fuori dalla stagione turistica. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questa consapevolezza in decisioni concrete, con responsabilità definite, risorse individuate e risultati verificabili.

© Riproduzione riservata
Fiorenzo Coletti
Fiorenzo Coletti
Laureato in Scienze delle Finanze ed Economia e Commercio, è giornalista e opinionista freelance. Per CilentoReporter si occupa di finanza ed economia, con particolare attenzione ai dati, alle dinamiche economiche e alle realtà del Cilento e della provincia di Salerno.
Da non perdere
Supporta l'Informazione Libera