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Il Cilento oltre l’oceano: l’olio di Ceraso, Matarazzo e le storie partite per l’America

Con l’arrivo di ottobre nel Cilento torna il tempo della raccolta delle olive. Ma dietro quelle piante secolari si nasconde una storia sorprendente: da Ceraso, già nell’Ottocento, l’olio partiva verso il Sud America

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Ottobre nel Cilento ha un profumo particolare, è quello delle olive appena raccolte, dell’erba umida sotto gli ulivi, delle reti stese ai piedi degli alberi e del rumore dei primi frantoi che tornano a lavorare. È il mese nel quale una delle storie più antiche del territorio ricomincia ogni anno: quella dell’olio. Ma c’è un’altra storia, meno conosciuta, che merita di essere raccontata proprio mentre la nuova campagna olearia sta iniziando, è la storia del Cilento che attraversava l’oceano.

Perché molto prima che si parlasse di globalizzazione, di esportazioni agroalimentari e di mercati internazionali, alcuni prodotti e alcune persone partivano dai borghi cilentani per raggiungere luoghi lontanissimi. E tra questi luoghi c’era il Sud America. A Ceraso esiste una testimonianza particolarmente suggestiva. La famiglia Iannicelli, da generazioni legata alla produzione dell’olio, conserva nella propria memoria e nel proprio archivio le tracce di un’attività commerciale che risale a circa due secoli fa. Secondo la documentazione pubblicata dalla famiglia, già nell’Ottocento l’olio prodotto a Ceraso veniva imbarcato verso il Sud America, con Montevideo tra le destinazioni. Le antiche latte utilizzate per quelle spedizioni sono ancora conservate e rappresentano la testimonianza materiale di quel commercio, è difficile oggi immaginare cosa significasse, nell’Ottocento, spedire un prodotto da un piccolo paese dell’entroterra cilentano fino al Río de la Plata.

Non c’erano autostrade, container, sistemi logistici moderni o comunicazioni istantanee, prima ancora di affrontare l’oceano, l’olio doveva lasciare le campagne, raggiungere gli scali commerciali e inserirsi nelle rotte marittime che collegavano il Mezzogiorno con il resto del Mediterraneo e con le Americhe e dall’altra parte dell’oceano c’era Montevideo, uno dei grandi punti di riferimento del traffico commerciale sudamericano. La vicenda di Ceraso non appare quindi come un episodio isolato se la si inserisce nel più ampio contesto storico del Cilento. Il territorio, pur caratterizzato da montagne, vallate e collegamenti difficili, aveva nel mare una delle proprie grandi vie di comunicazione.

Un rapporto evidente anche a Pisciotta, dove terra e mare hanno convissuto per secoli. Nel borgo marinaro, i cosiddetti malazzeni erano utilizzati come ricoveri per le imbarcazioni e come depositi per attrezzature, reti, mercanzie e prodotti alimentari. In almeno due di queste antiche strutture erano presenti anche frantoi destinati alla molitura delle olive, le fonti locali ricordano inoltre che l’economia di Pisciotta si fondava tradizionalmente su tre grandi risorse: pesca, vino e olio, è un’immagine che racconta molto bene il Cilento di allora: gli ulivi alle spalle, il mare davanti e, in mezzo, il lavoro degli uomini. L’olio non era soltanto un alimento, era una delle principali risorse economiche delle comunità rurali. La Regione Campania ricorda che l’olivicoltura ha radici antichissime nel Cilento e che la coltivazione dell’olivo ha rappresentato per secoli una delle principali, talvolta uniche, risorse delle popolazioni locali. Le ricerche archeobotaniche hanno documentato la presenza dell’olivo nel territorio già nel IV secolo avanti Cristo. La varietà che più di ogni altra identifica questo paesaggio è la Pisciottana.

È un ulivo diverso da quello che siamo abituati a vedere in molte altre zone d’Italia: alberi giganteschi, con chiome che possono superare i dodici metri di diametro e raggiungere anche i diciotto metri di altezza. Nel territorio del Parco del Cilento, Vallo di Diano e Alburni la Pisciottana rappresenta una delle cultivar storiche più caratteristiche, soprattutto nell’area del Gelbison e del Bulgheria, sono alberi che spiegano anche perché la raccolta, in alcune aree del Cilento, abbia conservato tecniche antiche. Per raggiungere i rami più alti ancora oggi possono essere necessarie le scale, mentre sotto le chiome vengono sistemate le reti per raccogliere le olive. E proprio in ottobre questo paesaggio torna a vivere. La DOP Cilento prevede che le olive vengano raccolte entro il 31 dicembre e che siano molite entro 48 ore dalla raccolta. La rapidità della lavorazione è fondamentale per preservare le caratteristiche del frutto. Ma mentre oggi una bottiglia di olio può essere acquistata a Londra, New York o Tokyo con un semplice clic, nell’Ottocento la distanza era una sfida completamente diversa.

Il viaggio di una partita di olio poteva significare settimane di navigazione eppure, da Ceraso, quel viaggio veniva affrontato. La storia dell’olio non è però l’unica storia cilentana ad aver attraversato l’Atlantico, pochi anni dopo, sempre nel territorio di Castellabate, un giovane destinato a diventare celebre avrebbe preso la strada del Brasile, si chiamava Francesco Matarazzo. Nato a Castellabate il 9 marzo 1854, Matarazzo apparteneva a una famiglia di antica origine e, dopo la morte prematura del padre, si trovò molto giovane a dover affrontare le difficoltà economiche della famiglia, secondo la biografia pubblicata dal Dizionario Biografico degli Italiani della Treccani, le difficoltà economiche lo spinsero a considerare la possibilità di partire per le Americhe, in un periodo nel quale il fenomeno migratorio italiano stava crescendo rapidamente. Nel 1881 arrivò in Brasile. Non partì da imprenditore affermato, partì con la moglie e i primi due figli, portando con sé un carico di generi alimentari e strutto destinato al commercio. La traversata e lo sbarco a Santos non furono affatto semplici: parte del carico andò perduta durante le operazioni portuali. Ma Matarazzo proseguì comunque il viaggio verso Sorocaba. Nel 1882 aprì un piccolo negozio, da quel negozio sarebbe partita una delle più impressionanti storie imprenditoriali dell’emigrazione italiana in Sud America.

Matarazzo comprese le potenzialità del mercato brasiliano, iniziò a produrre strutto e sviluppò progressivamente attività industriali e commerciali. La sua vicenda è documentata dalla Treccani e dalla storiografia brasiliana e italiana, quello che colpisce, guardando oggi questa storia, è la distanza tra il punto di partenza e quello di arrivo. Da Castellabate a Santos, da un paese del Cilento a una delle grandi aree economiche del Brasile e non si tratta soltanto della storia di un uomo diventato ricco e potente, è la storia di un’intera epoca nella quale l’America rappresentava per molti meridionali una possibilità di riscatto.

Il Cilento avrebbe conosciuto questo fenomeno in maniera particolarmente intensa, Treccani ricorda che l’evoluzione demografica del territorio fu fortemente condizionata dall’emigrazione: nei primi anni dell’Ottocento il Cilento contava circa 90 mila abitanti; nel 1901, nonostante la crescita rispetto all’epoca precedente, ben 47 mila persone risultavano emigrate nel ventennio precedente.

Dietro questi numeri c’erano migliaia di storie individuali. Contadini, Artigiani, Pescatori, Commercianti, Intere famiglie, uomini che partivano prima e donne e bambini che spesso li raggiungevano successivamente e soprattutto c’era un rapporto con la terra d’origine che non si interrompeva con la partenza. Uno studio pubblicato sulla rivista accademica EtnoAntropologia, a cura di Domenico Ienna della Sapienza Università di Roma, ha analizzato proprio gli scambi di beni tra i paesi del Cilento e le comunità emigrate nelle Americhe e in Australia dalla fine dell’Ottocento. Il titolo dello studio è particolarmente evocativo: “Il pacco-dono in ambito migratorio. Scambio di beni tra Cilento e fuori continente”.

È una prospettiva che aggiunge un elemento umano alla grande storia dell’emigrazione, l’oceano non riusciva a cancellare il rapporto con il paese, partivano lettere e fotografie, ma partivano anche pacchi. Dal Cilento venivano spediti prodotti, alimenti e oggetti che avevano il sapore della casa. Dall’altra parte del mondo arrivavano denaro, fotografie, lettere e notizie, era un filo invisibile che continuava a legare i piccoli paesi cilentani alle grandi città dell’America, forse è proprio questo il punto che accomuna la storia dell’olio di Ceraso e quella di Francesco Matarazzo. In entrambi i casi tutto comincia in un piccolo borgo, un prodotto. Una famiglia, una decisione, poi il mare. C’è una differenza fondamentale, naturalmente, l’olio partiva come merce commerciale; Matarazzo partì come emigrante. Ma entrambi raccontano un Cilento capace di entrare in relazione con un mondo molto più grande. Un Cilento che oggi immaginiamo spesso come terra isolata e che, invece, già nell’Ottocento era collegato a reti commerciali e migratorie internazionali.

La storia di Ceraso lo dimostra attraverso quelle antiche latte destinate a Montevideo, la storia di Castellabate lo dimostra attraverso Matarazzo, Pisciotta racconta invece il rapporto fisico tra la produzione agricola e il mare, con i suoi frantoi e i suoi magazzini affacciati sulla marina e la ricerca antropologica sull’emigrazione mostra come quei legami siano continuati per generazioni anche attraverso gli scambi tra le famiglie rimaste nel Cilento e quelle partite oltreoceano, è una storia che assume un significato particolare proprio in questi giorni di ottobre. Mentre nei paesi del Cilento ricomincia la raccolta delle olive, mentre le scale tornano appoggiate ai tronchi della Pisciottana e i primi raccolti raggiungono i frantoi, vale la pena ricordare che quei prodotti non sono sempre rimasti qui.

Alcuni hanno preso la strada del mare, hanno attraversato il Mediterraneo, hanno raggiunto i porti e poi hanno attraversato l’Atlantico, sono arrivati a Montevideo, a Santos e in altre città nelle quali nel frattempo si formavano comunità di italiani e di cilentani e dietro ogni spedizione, dietro ogni viaggio e dietro ogni partenza c’era un pezzo di territorio, un territorio fatto di ulivi, vigne, piccoli commerci, famiglie e lavoro. Oggi le condizioni sono completamente diverse. Una bottiglia di olio può partire dal Cilento e raggiungere l’altra parte del mondo in pochi giorni. Le distanze si sono accorciate e il commercio internazionale è diventato quotidiano.

Ma l’origine rimane la stessa un albero, una collina, un paese, una famiglia, forse è proprio questo il significato più bello della storia del Cilento oltre l’oceano: scoprire che la vocazione internazionale del territorio non è nata con il turismo moderno né con il commercio digitale, era già presente quando attraversare l’Atlantico richiedeva settimane, quando una cassa di olio portava scritto a mano il nome di un porto lontano e quando un giovane di Castellabate poteva salire su una nave con la moglie, due bambini e un carico di merci, senza sapere che quella traversata avrebbe cambiato per sempre la sua vita. Oggi, all’inizio di ottobre, mentre ricomincia la raccolta delle olive, quelle storie tornano a parlare e raccontano un Cilento che non è mai stato soltanto una terra da cui partire, è stato anche, sorprendentemente, un luogo da cui il mondo partiva.

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Alessandro Giordano
Alessandro Giordano
Giornalista pubblicista e appassionato di scrittura, Alessandro Giordano è da sempre profondamente legato al Cilento e alla sua realtà. Nel corso della sua attività ha raccontato il territorio, le sue comunità, le trasformazioni, le criticità e le eccellenze, con particolare attenzione alla cronaca, alla politica locale, alla cultura e alle tematiche sociali. Fondatore e direttore di CilentoReporter.it, ha scelto di mettere la propria passione per la scrittura al servizio di un'informazione attenta al territorio, convinto che raccontare il Cilento significhi soprattutto conoscerlo, viverlo e dare voce alle sue persone e alle sue storie.
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