La ricerca contro il tumore al pancreas registra un primo passo avanti in quella che resta una delle sfide più difficili dell’oncologia moderna. Un vaccino terapeutico personalizzato basato su RNA messaggero (mRNA) sta mostrando risultati incoraggianti in uno studio clinico di fase 1 condotto dal Memorial Sloan Kettering Cancer Center negli Stati Uniti. Secondo i dati di follow-up, quasi il 90% dei pazienti che hanno sviluppato una risposta immunitaria al trattamento era ancora in vita fino a sei anni dopo l’ultima somministrazione.
Si tratta di un risultato rilevante, soprattutto alla luce delle attuali statistiche. Il report Cancer Statistics 2026 della American Cancer Society indica infatti che la sopravvivenza a cinque anni per questo tipo di tumore si attesta intorno al 13%. Proprio per questo, la prospettiva di un vaccino terapeutico ha suscitato grande interesse anche al di fuori della comunità scientifica. Vinod Balachandran, coordinatore dello studio e direttore dell’Olayan Center for Cancer Vaccines, ha spiegato che questo approccio immunoterapico potrebbe rappresentare un cambiamento significativo nella lotta contro uno dei tumori più aggressivi. I risultati, presentati al congresso dell’American Association for Cancer Research, suggeriscono inoltre che il vaccino è in grado di attivare in modo duraturo il sistema immunitario in alcuni pazienti.
Il trattamento sperimentale, chiamato cevumeran autogeno (BNT122), è stato sviluppato da BioNTech e Genentech ed è progettato su misura per ogni paziente. Il vaccino viene infatti costruito partendo dalle specifiche mutazioni genetiche del tumore. L’obiettivo è “insegnare” al sistema immunitario a riconoscere e attaccare le cellule cancerose. Un elemento chiave della ricerca è stato il monitoraggio delle cellule T attivate dal trattamento, fondamentali per la risposta immunitaria.
Nello studio sono stati coinvolti 16 pazienti sottoposti a intervento chirurgico per la rimozione del tumore, seguita da vaccinazione, chemioterapia e immunoterapia con inibitori dei checkpoint. In metà dei partecipanti il vaccino ha attivato una risposta immunitaria efficace. In questi pazienti si è osservata la produzione di linfociti T in grado di colpire le cellule tumorali. Tra coloro che hanno risposto al trattamento, 7 su 8 erano ancora vivi a distanza di 4-6 anni dall’intervento. Al contrario, tra i pazienti che non hanno mostrato risposta immunitaria, solo 2 su 8 risultavano ancora in vita. La sopravvivenza mediana era di circa 3,4 anni.
Alla luce di questi risultati preliminari, è stato avviato uno studio clinico di fase 2 su scala globale, promosso da Genentech in collaborazione con BioNTech. Lo studio servirà a valutare l’efficacia del vaccino su un numero più ampio di pazienti. Inoltre approfondirà il potenziale di questa strategia anche in altri tipi di tumore.
Tra i casi che hanno attirato maggiore attenzione c’è quello di Donna Gustafson, la prima paziente a partecipare alla sperimentazione nel 2019. La diagnosi era arrivata all’età di 66 anni, durante un viaggio in Australia, e inizialmente era stata accolta con incredulità e preoccupazione. Dopo il viaggio e il rientro negli Stati Uniti, Donna ha scelto di affidarsi al Memorial Sloan Kettering Cancer Center. Qui ha intrapreso il percorso sperimentale che prevedeva intervento chirurgico, immunoterapia, vaccinazione personalizzata e chemioterapia.
Nonostante la durezza delle cure, la paziente ha riferito effetti collaterali limitati legati al vaccino. Oggi, a oltre sei anni dalla diagnosi, conduce una vita piena e attiva: ha festeggiato il 50° anniversario di matrimonio in Sicilia e continua a viaggiare insieme al marito. Inoltre si dedica alla famiglia e ai suoi sei nipoti. La sua esperienza rappresenta un segnale di speranza, anche se saranno necessari ulteriori studi per confermare l’efficacia del vaccino su larga scala. Solo così si potranno trasformare questi risultati preliminari in una reale opzione terapeutica consolidata.

