Con l’arrivo della stagione estiva e l’aumento esponenziale delle presenze sulle spiagge italiane, il tema della sicurezza sanitaria torna al centro del dibattito. Migliaia di persone affollano quotidianamente arenili, lungomari e località turistiche. Tuttavia, in molti casi la presenza di defibrillatori semiautomatici (DAE) è insufficiente, poco visibile o addirittura inesistente. Una situazione che, secondo numerosi esperti, rischia di trasformare un arresto cardiaco improvviso in una tragedia evitabile.
A riportare l’attenzione sul problema è il dottor Giuseppe Colangelo, cardiologo calabrese che vive e opera professionalmente in Campania, istruttore certificato di Primo Soccorso e presidente onorario dell’Associazione Calabria Cardioprotetta. Da anni impegnato nella promozione della cultura della cardioprotezione, Colangelo rilancia un appello rivolto alle istituzioni affinché la prevenzione diventi una priorità concreta e non solo un principio condiviso. «Quando si verifica un arresto cardiaco improvviso, il tempo non è un dettaglio: è il fattore che può decidere tra la vita e la morte. Non possiamo pensare che la risposta sia semplicemente aspettare l’arrivo dell’ambulanza», sottolinea il cardiologo.
Secondo le linee guida internazionali, infatti, ogni minuto che trascorre senza rianimazione cardiopolmonare e senza l’utilizzo di un defibrillatore riduce sensibilmente le probabilità di sopravvivenza della vittima. Per questo motivo la rapidità dell’intervento rappresenta il vero elemento determinante nella cosiddetta “catena della sopravvivenza”. La diffusione dei DAE nei luoghi pubblici è stata rafforzata in Italia dalla legge n. 116 del 2021 e dai successivi decreti attuativi. Questi decreti puntano a favorire una rete sempre più capillare di dispositivi salvavita, collegati anche al sistema dell’emergenza sanitaria.
Per Colangelo, tuttavia, installare un defibrillatore non basta. Qualche mese fa il cardiologo è intervenuto personalmente, sostenendo anche le spese necessarie, per ripristinare una postazione pubblica di defibrillazione sul Lungomare Falcone Borsellino di Lamezia Terme. Un gesto che, nelle sue intenzioni, voleva dimostrare quanto spesso questi dispositivi vengano lasciati senza manutenzione o senza un’adeguata gestione.
«Un defibrillatore pubblico non può essere abbandonato a se stesso. Deve essere accessibile, funzionante, segnalato, controllato e inserito in una rete conosciuta dai cittadini e dal sistema dell’emergenza. La sicurezza delle persone non può dipendere dalla buona volontà del singolo cittadino», afferma. Nei giorni scorsi Colangelo ha inoltre inviato una lettera aperta al presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto. In questa lettera ha chiesto l’avvio di una strategia regionale capace di trasformare la semplice presenza dei defibrillatori in una vera rete della cardioprotezione.
Il cardiologo evidenzia come sia necessario conoscere con precisione dove siano collocati i DAE, verificarne costantemente il funzionamento e garantire che siano realmente raggiungibili in pochi minuti. Una visione che va oltre la semplice installazione dei dispositivi.
«Installare defibrillatori senza costruire una rete non basta. Dobbiamo sapere dove sono i DAE, se sono funzionanti, se sono realmente accessibili e quanto tempo occorre per raggiungerli. Ma soprattutto dobbiamo formare le persone che potrebbero trovarsi, per prime, davanti a un arresto cardiaco.»
L’attenzione si concentra in particolare sulle spiagge e sui luoghi ad alta concentrazione di persone. Durante i mesi estivi gli arenili ospitano migliaia di cittadini e turisti. Tuttavia, non sempre esiste una distribuzione programmata dei defibrillatori che consenta un intervento realmente tempestivo. In molte realtà italiane l’obbligo di dotazione deriva da specifiche ordinanze regionali o locali. D’altra parte manca ancora una disciplina uniforme valida per tutte le spiagge del Paese.
«Una spiaggia frequentata da migliaia di persone deve essere considerata un luogo nel quale la sicurezza sanitaria va programmata. Dobbiamo chiederci quanti minuti servono per recuperare un defibrillatore e portarlo accanto alla vittima. Perché nell’arresto cardiaco ogni minuto perso può ridurre le possibilità di sopravvivenza.»
L’appello del cardiologo è rivolto direttamente alle istituzioni nazionali, regionali e locali. Le priorità indicate sono chiare: realizzare una mappatura pubblica e costantemente aggiornata dei defibrillatori presenti sul territorio. Inoltre, occorre individuare le aree prive di copertura, garantire manutenzione e controlli periodici, assicurare l’accessibilità continua dei dispositivi e investire nella formazione degli assistenti bagnanti, degli operatori turistici e dei cittadini.
Ma il cambiamento, secondo Colangelo, deve essere soprattutto culturale.
«La cardioprotezione non è acquistare un defibrillatore e appenderlo a una parete. È creare una rete della sicurezza: dispositivi funzionanti, cittadini preparati, tecnologia, formazione e coordinamento con il sistema dell’emergenza sanitaria.»
Un altro punto centrale riguarda l’educazione al primo soccorso. Il cardiologo propone che la formazione sulle manovre salvavita e sull’utilizzo del DAE diventi parte integrante dei percorsi scolastici. In questo modo ogni cittadino possa intervenire nei primi, decisivi minuti che precedono l’arrivo dei soccorsi.
«Dobbiamo costruire comunità capaci di reagire. Nei primi minuti di un arresto cardiaco, accanto alla vittima non c’è quasi mai un medico. C’è un cittadino, un bagnino, un collega, un familiare. Quella persona deve sapere cosa fare e deve poter raggiungere rapidamente un defibrillatore.»
L’intervento di Giuseppe Colangelo riaccende così il dibattito sulla sicurezza delle località balneari italiane, proprio mentre l’estate entra nel vivo. Per il cardiologo, investire nella cardioprotezione significa prevenire tragedie che, in molti casi, potrebbero essere evitate grazie a una rete efficiente. Questo vale anche per la formazione diffusa e la disponibilità immediata dei defibrillatori.
Il suo messaggio finale è un invito alla responsabilità collettiva: «Non aspettiamo la prossima morte improvvisa per indignarci e scoprire che mancava un defibrillatore o che nessuno sapeva dove trovarlo. La prevenzione si costruisce prima delle tragedie. Rendere cardioprotetti i nostri territori significa assumersi oggi la responsabilità di salvare le vite di domani».



