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18, Febbraio, 2026
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La lampara: memoria viva di una tradizione dei pescatori cilentani

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Questa è la storia di  gente  che vissero nei borghi marinari e nei piccoli villaggi a ridosso della nostra costa, intimamente legata al mare. Tra l’altro,  un mare che è sempre stato (sicuramente fino ad un trentennio fa)  molto pescoso perché i fondali, ricchi di vita, hanno sempre attirato una gran quantità di pesci. La pesca con la lampara é sempre stata un’attività  tradizionale dei Cilentani  che  ha avuto fine, solo in anni recenti , quando sono cambiate le condizioni economiche e climatiche

La prima volta che sono andato a pescare (ero piccolo, partecipavo come  spettatore)  è stato con una lampara, non di pescatori di professione, ma di un mio zio, la sua famiglia ha sempre avuto una barca in legno con remi e senza motore, con la quale si usciva, nelle sere profumate d’estate (erano gli anni ’70), soprattutto a caccia di polpi.
La pesca con la lampara é sempre stata un’attività  tradizionale dei Cilentani  che  ha avuto fine, solo in anni recenti , quando sono cambiate le condizioni generali in cui si e’ sempre svolta , come la minor redditività  legata alla diminuzione del pescato . La Lampara era un disegno preciso e ordinato, i pescatori , dei semplici artisti che ricamavano la loro arte,  quella nobile arte che ha nutrito il territorio per tanti anni portando sana competizione e lavoro.  

Semplice ma allo stesso tempo complicata, la lampara richiedeva l’aiuto da diverse generazioni, dai nonni ai nipoti.
Ed era lui, papà, nonno, zio, il timoniere,  era il più saggio, sapeva bene dove andare come se i pesci lo stessero già aspettando, questo mi narrava un ormai anziano pescatore del luogo.  Mi dice:  “ Si calavano le reti e si accendeva l’enorme faro.  L’attesa era snervante ma pian piano l’acqua iniziava a ribollire. Migliaia di sagome scure iniziavano a girare intorno al cono di luce,  pesci  grandi, piccoli.  La trappola riusciva sempre, li si accerchiava con altre reti e con un lavoro di squadra si tiravano su.”

“Era finita la prima parte del lavoro” – continua –  “e  si faceva  rotta verso il porto, ma la nottata  non era finita ”, –  sul molo del piccolo, allora, porticciolo trovavano le mogli o i figli più piccoli che ritiravano la prima pesca;  uno sguardo e un po’ di cibo, poi via di nuovo in mare e  le lampade si riaccendevano. Qualcuno, nei periodi più freschi, tendeva le mani sotto di esse per riscaldarsi. Qualcuno riempiva lo stomaco con del pane vecchio e duro, qualcuno sonnecchiava coprendosi con vecchie stoffe.  Ed era a notte fonda che si incrociavano le prime imbarcazioni di ritorno. “C’ era tanto di quel pesce da poterne regalarne qualcuno ad amici e parenti.”  Nelle loro facce stanche e segnate dal sonno si leggeva la soddisfazione e l’orgoglio di così tanta pesca.

Un lavoro di squadra che riusciva a tener uniti i pescatori.  Il viso dei più anziani si intristisce,  quando si parla della Lampara – “Bei Tempi” quando il mare era un mondo innocente, nessun motoscafo sfrecciante e pochi pescatori d’occasione. E poi,  la legge, a volte troppo fiscale, che ha “smantellato” le Lampare,  per dar privilegio a moto d’acqua e ai criminali del mare.
Qualcuno vede qualche lampara oggi?  Si qualche lucina nella notte buia dei mari Cilentani, ancora si vede, ma mi dicono: “ appartengono a persone senza ritegno che fanno incetta di qualsiasi cosa che il mare gli offre senza tener conto dei periodi e delle indicazione che la natura detta o son diventate delle attrazioni per i turisti che vogliono vivere l’ebbrezza della pescata notturna”.   Il nostro mare,  è  affidato  al consumismo, fra yacht, gommoni e puzza di nafta. Le nostre tradizioni calpestate per un po’ di denaro.  Era bello vedere da lontano quelle  stelle luminose  che solcavano le acque scure , sembravano raggomitolarsi ben strette  pur di non sentire la gelida brezza notturna.

Ormai, sono pochi e sfiancati dalle tante restrizioni i pescatori che seguitano nello svolgere questo millenario mestiere ,  il pesce c’è, anche di ottima qualità vista la limpidezza del nostro mare, ma ormai,  in Italia,  viene importato da tutto il mondo, in particolare dai paesi del Nord Africa: Marocco, Libia, Tunisia, dove si può pescare senza restrizioni grandi quantitativi che poi vengono piazzati con facilità nelle pescherie italiane, a prezzi più bassi rispetto a quelli chiesti dal pescatore locale. Per rimanere sul mercato quest’ultimo è quindi costretto ad abbassare il prezzo. In questo modo,  vivere di pesca diventa un’odissea.  Mi vengono in mente i volti dei pescatori che ho conosciuto. Ho come l’impressione di aver parlato con dei preziosissimi custodi di un mestiere millenario, un  mestiere, quello della pesca tradizionale, che funziona l’estate e che presto potrebbe ridursi solo a quel periodo come mera  attrazione turistica. Forse converrebbe a tutti;  i “forestieri” restano affascinati e i pescatori ricevono una boccata di ossigeno. Ma quando l’estate finisce  e si presenta l’inverno, a  i nostri pescatori non resta che stringere i denti e portare avanti il loro antico lavoro, o quel che ne rimane.

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