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Riscoprire i frutti dimenticati del Cilento: la Pera Lardara

-Pubblictà-

Ai giorni nostri la grande variabilità si riscontra facilmente con uno sguardo ai limoneti della Penisola Sorrentina-Amalfitana, ai castagneti dei monti cilentani, irpini e casertani, ai noccioleti delle province di Avellino e Salerno, agli albicoccheti dell’Area Vesuviana, ai pescheti della Terra di Lavoro e della Piana del Sele, ai frutteti di Fico Bianco del nostro Cilento, a quelli di Annurca, pregiata varietà di melo coltivata in tutte le province della Campania. “Se ti piace la frutta, mangiatela tutta” recitava un famoso spot pubblicitario che, a ragione, sosteneva una cosa importantissima. La frutta, di ogni tipo, fa bene alla salute e determina sull’organismo diversi e straordinari effetti positivi. Ma si conoscono davvero tutti i frutti? Magari si, magari no, ma ciò che è certo è che sono tanti quelli dimenticati. In che senso?” verrebbe da chiedersi e la risposta è rintracciabile nel mondo attuale, in cui l’industria alimentare ha esigenza di produrre in grandi quantità al fine di abbattere i prezzi dei prodotti. Per l’appunto, parlare di “frutti dimenticati” significa parlare di tutti quei prodotti della terra che fanno parte solo dei ricordi, in quanto considerati superati da alberi maggiormente produttivi oppure poco utili alla produzione industriale. Ma parlare di “frutti dimenticati” implica che essi vengano ricordati e, quindi, ciò permette di procedere alla loro riscoperta, in un’ottica diversa rispetto a quella relativa alle antiche tradizioni in merito all’impiego di questi eccezionali alimenti, che popolavano ed arricchivano gli orti, coloravano la tavola e regalavano genuinità.

Riscoprire i frutti dimenticati significa anche riportarli nella fruttiera, consapevoli della loro bontà e delle loro proprietà benefiche. In questo caso, innovativo sarà senza dubbio il ritorno alle origini. L’industria agricola, nel tempo, ha subito ed interpretato grandissimi cambiamenti adattando al settore innovazioni e tecnologie responsabili di un aumento impressionante della capacità produttiva, chiaramente basato sull’impiego di grosse quantità di frutta e verdura. Da questo, ben si comprende il perché si sia dovuta fare una scelta, nella quale hanno avuto la meglio i frutti più comuni e che la natura regala in quantità abbondanti, sfruttabili quasi per intero. La deduzione è altrettanto ovvia: è chiaro, quindi, che molti frutti siano stati poco considerati e, purtroppo, anche dimenticati.

Anche la conservabilità è un’altra prerogativa determinante, per questo alcuni frutti sono stati dimenticati a favore di quelli che si mantengono meglio e che non si rovinano facilmente. Anche il sapore ha portato ad effettuare una precisa selezione a livello di industria frutticola, che preferisce lavorare i frutti più dolci che meglio rispondo alle esigenze dei consumatori e del mercato. Chiaramente, vengono privilegiate anche tipologie più resistenti di frutta, le cui coltivazioni sono facili da gestire ed altamente produttive. La concomitanza di tutte queste caratteristiche ha determinato, in modo naturale, un’evoluzione tale da portare a scegliere determinati frutti e scartarne altri non adatti all’industria. La conseguenza diretta di queste selezioni è stata la penalizzazione della biodiversità ed un impoverimento trasferito anche in tavola dovuto all’assenza dei frutti dimenticati.

“Ma quali sono i frutti dimenticati? Che caratteristiche hanno? Quale è il loro sapore?”: sono queste le prime domande che ci si pone in merito e che, in passato, sono stati indiscussi protagonisti dell’orto cilentano. Usati in ogni variante, crudi o cotti, essi hanno sempre trovato grande spazio a tavola ed hanno fatto parte, a pieno titolo, della sana alimentazione.  Oggi, meritano di essere riscoperti, apprezzati ed essere mangiati in un solo boccone. Ogni frutto dimenticato ha un sapore ben definito e riconoscibile, arricchito da note di sapori genuini e che rimandano alla tradizione. Ed allora non resta che puntare i riflettori su uno dei frutti, per eccellenza: la  Pera Lardara . Lo  spiegano Nicola, Diego e Riccardo Di Novella, in documento di “ISPRA Ambiente” quale osservatorio importante per i frutti antichi nel Parco Nazionale del Cilento e Vallo di Diano ove è stato istituito il Museo Vivente della Valle delle 39Orchidee e delle Antiche Coltivazioni di Sassano (http://orchidee.comune.sassano.sa.it).

Qui, è stato portato a termine un censimento delle antiche piante cerealicole, orticole e frutticole; per quest’ultime: 139 varietà di pero, 134 di mele, 65 di fichi, 42 vitigni, 27 di ciliegie e 23 di pruni. Tra tanta diversità si è scelta la Pera Lardara: si tratta di un ecotipo diffuso nei territori di Sassano e Monte San Giacomo. E’ un frutto antichissimo, sporadicamente ancora coltivato, studiato da Di Novella, direttore del museo sopracitato, al quale si deve la maggior parte delle informazioni. La pera si raccoglie ancora acerba a ottobre prima della celebrazione di Ognissanti, viene fatta maturare in cantina, sott’acqua, in un’anfora di terracotta caratteristica chiamata pirànna cioè contenitore di pere. Tale contenitore ha la stessa forma dei vasi arcaici lucani (X sec. a.C.). Il frutto può essere consumato fresco o conservato per tutto l’inverno. In passato questo frutto, veniva utilizzato nelle insalata con peperoni sottaceto: la pera, con il suo caratteristico sapore dolce, copriva l’acido dei peperoni ed unita alle acciughe ne copriva il salato, invece mescolata alle olive verdi ne toglieva l’acre.

Era la pietanza con la quale si apriva la cena della vigilia del Natale nei comuni in questi Comuni, dove ancora si coltiva e si consuma in questo modo. Fiorisce dalla seconda decade di marzo alla terza decade di aprile, il colore di fondo del frutto è verde, pesa dagli 80 ai 150 g; la polpa ha una tessitura grossolana, è resistente alle manipolazioni e soprattutto non rivela alcuna suscettibilità alle malattie più comuni del pero. Oggi l’argomento agrobiodiversità recuperata non può voler dire una semplice classificazione tassonomica di piante non più coltivate, così come recupero non può voler dire mero salvataggio di tipo archivistico circoscritto in «campi catalogo» o in musei della memoria. Biodiversità è storia di coltivazioni, storia di uomini e popoli, usi, costumi, strategie di sopravvivenza nelle campagne, mentre recupero oggi non può che significare reintroduzione nel territorio stesso di quelle piante, riacquisizione di quei modi di coltivazione e di quelle tecniche dimenticate.


Video YouTube: Documentario Pera Lardara

fonte: “Frutti dimenticati e biodiversità recuperata” Quaderni ISPRA2010

© Riproduzione Riservata

Alessandro Giordano
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