“Recettà”: un verbo cilentano

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Assume più significati che, per quanto in apparenza diversi, tuttavia sembrano ricondursi ad una radice comune. Può significare: dare sistemazione ad una stanza, una casa, un ambiente, e quindi traducibile con “rassettare” (“àggio arrecettàto ‘u vàscio”) , contiguo, questo, all’altro significato di “ripulire” che può indicare anche il “rubare”. Indica anche un’azione coordinata di raccolta e riposizione di cose, oggetti, arnesi in una custodia, e traducibile con “raccogliere e riporre” (“Nè Fò, mò c’a finìto re pittà, arrecètta pennièlli e cuònzi e mìttili inda ‘u còfano r’a màchina”). Indica pure un acquietarsi, un calmarsi (quando il genitore sgrida il figlio irrequieto: “e arrecètta, chi puòzzi …!”).

Il pescatore usa dire di chi non si plachi: “è come l’onna re lu màri, nunn’arrecètta mai”.
Il significato, però, che desta più interesse è il “morire”, “cedere la vita”, “far defluire l’anima dal corpo”. La sentii anni fa al bordo del campo sportivo di Omignano Scalo, la signora assisteva alla partita in cui giocava anche il figlio il quale in un’azione di gioco cadde per terra e vi rimase per qualche minuto, ma era chiaramente una simulazione, e la signora, continuando a fumare e stando seduta, richiamò un altro giocatore che si era approssimato al compagno di squadra per sincerarsi delle sue condizioni: “Ne Riccà, a’ recettàto!”.

Rimembrando quel contesto per quanto scherzoso, ora quella parola pare rivelare la descrizione inconsapevole di una concezione della morte come un deflusso d’anima che dal corpo cola d’improvviso in un altro luogo, come a restituire la vita che trova ospizio, “ricetto” appunto, in un oltretomba o aldilà immateriale. Questo “passaggio” o “sversamento”, del resto, si scorge anche in quel verso dei Sepolcri del Foscolo (“A egregie cose il forte animo accendono L’urne de’ forti, o Pindemonte; e bella. E santa fanno al peregrin la terra Che le ricetta”).

Col termine “recettà” si conserva, quindi, un concetto di morte come un “trasmigrare”, un “passare”, un “ricevere”, un “farsi accogliere” o trovare una “nuova casa” (e nel concetto di “nuova casa” si potrebbe anche cogliere il senso della parola quando lo si utilizza col significato materiale di “rassettare” un ambiente, laddove il “pulire” reca con sé anche una rigenerazione).

Il significato di “recettà” si associa anche ad un passaggio che si verifichi in modo brusco, immediato, che potrebbe essere ben reso da un “recidere”, parola anche questa che, almeno per assonanza, richiama proprio il “recettàre” come un “caedere”, troncare d’un sol colpo. tagliare di netto, senza nulla concedere ad una soluzione di continuità, come ad indicare la repentinità del rantolo.

Il nostro “recettà”, con quel significato di “tabula rasa” che attende o spera in una rinascita per quanto al momento non ci si possa accontentare che di un’accoglienza nella nuda terra, pare celarsi anche in vocaboli del linguaggio tecnico come in “reset”, parola inglese che si traduce con “«azzeramento, annullamento», o «riportare allo stato iniziale, azzerare», e che indica, appunto, quella “operazione con la quale si azzera il contenuto della memoria principale di un elaboratore, interrompendo le funzioni e i programmi attivi in quel momento per riportare il sistema alle condizioni di funzionamento iniziali” (cit. Vocabolario Treccani).

Ciò che accomuna i diversi significati può essere, in conclusione, un cambiamento veloce che conduca ad un nuovo ordine, materiale o immateriale, un trasmodare che è anche pacificazione.

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