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15, Gennaio, 2026
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Quando nel Cilento l’usualità era la “spara”

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Anni or sono, su strade sterrate o sulle scalinate, le donne portavano sulla testa i loro pesanti fardelli di fatica, camminando con la lentezza necessaria a mantenere l’equilibrio per giungere a destinazione incolumi e con il carico integro, figure di grande attrazione pur nell’usualità del costume. Lo chiamavano “spara“, il cuscinetto di stracci, di forma rotondeggiante, che faceva da appoggio, sulla testa, ad ogni tipo di oggetto pesante da trasportare, solitamente, dalle campagne, dalle macchie, dalle botteghe o dai lavatoi.

Oggetto e itinerario si identificavano sempre , quando, ad esempio il trasporto di una fascina di legna non poteva che provenire dal bosco o se una pezzuola  avvolgeva cartocci e scatolame, usciva unicamente da una bottega di alimentari o se sentivi l’odore di pane appena sfornato , era il carico pesante delle “matre” (contenitore in legno di forma allungata che serviva per il trasporto del pane al o dal forno) che si addentravano faticosamente tra gli stretti vicoli dei borghi, fumanti come treni a vapore o  una balla di erba che arrivava dai campi e dalla campagna; come pure una bagnarola di latta piena di “capi” da lavare o lavati non poteva che andare o venire dai pubblici lavatoi; o quando, una qualsiasi Maria, Carmela, Assunta apparivano da dietro un angolo della viuzza con una brocca piena d’acqua sulla testa, una bagnarola sotto il braccio e sotto l’altro una “conca” smaltata con i panni arrotolati per essere stesi alle finestre. Ricordarlo oggi, quel “mondo” scomparso ormai da decenni, mette certamente nostalgia, non perché fosse migliore; era l’epoca della fatica quotidiana e permanente, in cui la sopravvivenza faceva pagare il suo alto prezzo di sopportazione per il raggiungimento dell’essenziale.

E’ nostalgia di immagini, come quella che suscitano le scene di un film di Chaplin, comiche e drammatiche insieme, nella figura del personaggio che traballa. Oggi qualcosa di analogo, ma tra sfarzi di drappeggi e sgargianti colori, lo si può vedere nel circo, con gli equilibristi che si esibiscono sulle piste. Quando una di loro scendeva dal monte con sulla testa un fascio di legni rinsecchiti cinque volte più grande della sua persona, vista dalla piazza del paese sembrava un qualcosa di simile ad un mostro semovente a mezz’aria perché il grosso volume trasportato in testa rendeva, per contrasto, appena visibile la parte inferiore del corpo mobile e nobile della donna.
Ed è il post del  Prof. Catello Nastro  con la sua narrazione “La spara o tortano re pezze”,  sulla pagina i racconti di “Nonno Catello” che  ha suscitato in me il lontano quanto ai più sconosciuto ricordo.

Egli racconta che: “La “spara”, in dialetto cilentano, o almeno  nel dialetto dei paesi del Cilento, che poteva variare da un paese distante anche pochi chilometri, proprio perché le vie di comunicazione, nell’800 e nel 900 non erano come quelle di oggi e nemmeno come quelle dei paesi napoletani che erano facilmente raggiungibili per le strade più agevoli, per la presenza di ponti, anche se rudimentali e per via mare. Tralasciamo la linea ferroviaria Napoli – Portici – Castellammare di Stabia, dove nacqui nel 1941, in tempo di guerra che permetteva più facili collegamenti tra un paese e l’altro. Fatta questa premessa, annotiamo il fatto reale. L’altra sera, nel mio studio di Via Filippo Patella ad Agropoli, nel centro storico della cittadina capoluogo del Cilento, si è presentato un vecchio conoscente scolastico per notificarmi che “lu’ tortano re pezze”, usato in un mio articolo, in cilentano si chiamava “spara”.

E’ d’uopo  spiegare che quando le donne della vecchia civiltà contadina del Cilento  dovevano trasportare un carico pesante magari per diecine di metri, si mettevano una “spara” in testa per equilibrare il peso e per proteggere la scatola cranica. La spara era, quindi, una specie di ciambella fatta con stracci che permetteva alla massaia di trasportare in bilico sulla testa il peso  di una cesta di frutta raccolta in campagna, la legna per il camino, prodotti alimentare e, nel caso specifico il mobilio della sposa perché allora l’IKEA non era stata ancora inventata.

In dialetto cilentano la “spara” è una “ciambella di stracci” per facilitare, quindi, un peso sulla testa senza danneggiare il contenuto cranico.
Premesso quanto sopra, i miei articoli non sono diretti solo al popolo cilentano ma anche a quei trentamila lettori, di ogni parte del mondo che attingono notizie – anche se personali ed approssimate sul Cilento negli anni passati. Parlare di purismo della lingua non si può, proprio la difformità tra una paese all’altro, magari distante pochi chilometri è evidente. Perciò, caro lettore, ringraziandoti della rettifica, ti annoto un episodio che capitò a Fidia, il grande scultore greco. 
Un ciabattino vedendo una sua scultura gli fece notare che i calzari non erano appropriati. Lo scultore gli diede ragione ed il ciabattino, orgoglioso della scoperta gli fece notare che anche la proporzione delle gambe era sbagliata. Il grande scultore greco gli rispose:” Tu fai il ciabattino e limitati a giudicare i calzari. Alla proporzione del corpo baderà qualcun altro.“

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