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Accademia della Vrenna - 21 febbraio 2018

Dal dialetto del Cilento: Vavùso

Nel dialetto cilentano "u vavùso" è un soggetto puerile che presenta un evidente contrasto tra ciò che pensa di essere e quello che manifesta all'esterno, tra la stima per sé stesso e il poco credito che invece raccoglie

Sostantivo ed aggettivo maschile singolare del dialetto cilentano, in uso anche nel napoletano, letteralmente traducibile con “bavòso”.

Nel vocabolario della lingua italiana, come aggettivo, indica il “pieno di bava”, o la “persona decrepita”, e – in senso dispregiativo – colui che è “incline alla libidine e alla depravazione”.

Nell’uso del parlato cilentano, però, il termine reca peculiarità e sfumature che ne evidenziano un significato diverso da quello ordinario riportato nel vocabolario della lingua italiana.

Nel dialetto cilentano “u vavùso” è un soggetto puerile che presenta un evidente contrasto tra ciò che pensa di essere e quello che manifesta all’esterno, tra la stima per sé stesso e il poco credito che invece raccoglie, tanto da non meritare nemmeno una seria disamina di credibilità dei suoi atteggiamenti.

Questo contrasto tra il voler apparire e l’essere, il “vavùso” lo palesa specie nelle occasioni in cui assume atteggiamenti preordinati ad una improbabile seduzione, sia nell’ingaggio con la persona desiderata, sia in altri contesti che richiedano un contatto tra individui che per qualsiasi ragione siano tenuti ad un dialogo o ad un confronto dal quale aspirare ad un accredito sociale.

Il “vavùso” è colui che “si atteggia”, che ostenta, che emula e lo fa con modalità marcatamente leziose, artificiose, melliflue, mielose, tanto da suscitare nell’interlocutore o (più spesso) nella interlocutrice, una contraria reazione di inappropriatezza e di grottesco, se non proprio di disgusto e di antipatia.

Non di rado, il “vavùso” – al culmine della sua strategia seduttiva – atteggia uno sguardo in tralice o con occhi socchiusi tenuti fissi sull’oggetto con labbra tenute verso un accenno di sbaciucchio (“oh è bbi a cchiro, come face u vavùso!”).

In altri contesti sociali, diversi da quelli più propriamente amorosi, ugualmente il “vavùso” si manifesta con uso di linguaggio forbito, o con tono di voce altezzoso e manierato, adoperato per accreditarsi oltre la soglia sostenibile dalla materia cerebrale (“oh, ma a’ visto au nepote re Catarina come parlava taliano? t’aggia rice ‘a verità, me parìa cchiù nu vavùso ca ‘ato!”).

Una particolare figura di “vavùso”, come tipo antropologico, è quella di chi assuma volutamente e consapevolmente un atteggiamento di emulazione nel tentativo di accreditarsi come “originale”, “interessante” o “anticonformista” e con questa strategia ambire ad una seduzione, ad una stima o ammirazione, ma senza che ciò lo esima dall’essere ugualmente “vavùso” al pari del “vavùso classico”. Infatti, se costui assume di essere “vavùso” solo per un quarto, non è consapevole di esserlo invece anche per gli altri tre quarti che inconsapevolmente gli sfuggono al controllo.

Questa emulazione ridicola e grottesca può assumere dimensioni tali da ingenerare nell’interlocutore una virtuale trasfigurazione in cui il “vavùso” di turno pare assumere davvero le sembianze di un moccioso al quale stia colando la bava dalla bocca senza che lo stesso se ne renda conto.

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