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Nel dialetto cilentano, il “mòccio”

Mòccio: sostantivo maschile singolare del dialetto cilentano. Non si rinviene un vocabolo che in lingua italiana assuma perfettamente lo stesso significato dell’uso dialettale.
Nel dialetto cilentano il “mòccio” è, in via di principio, la riproduzione di sembianze umane nel loro complesso e su qualsiasi scala. A volte, può essere anche la rappresentazione di animali. Il “mòccio” può essere la rappresentazione di un volto umano, una maschera, caratterizzato da una deformità, usato con un significato dispregiativo spesso accompagnato ad ironia e sberleffo.

Quando si usa riferito a persone esprime, quindi, una caratterizzazione estetica di “bruttezza”. Tuttavia, non esclude una celata simpatia (come esempio si può riportare una frase di questo tipo “A Carmenèlla a vulìamo fa ‘nsura’ ccu’ Fulìppo, ma chèra nu’ lu vulètte, e dicètte: “ah, è bello ‘u mòccio!”; ma in questo giudizio estetico non si potrebbe escludere affatto che Carmenélla e Fulìppo non si sposino. Anzi, in vero, la parola “mòccio”, rivolto da una donna a un uomo, può ricorrere in contesti in cui serpeggi tra i due un gioco di schermaglie scherzose che preludano ad una esplicita dichiarazione amorosa).

Nella utilizzazione del termine “mòccio” come persona esteticamente brutta, penso che abbiano influito le raffigurazioni di mostri, fauni, gnomi, leoni ruggenti, streghe, come visibili sui portoni dei palazzi o sull’imbocco delle fontane. Infatti, in quella operazione che usa oggetti e cose materiali di forte impatto visivo per conferire corposità e significato ad una parola, si riscontra come la parola “mòccio” – nel significato di epiteto estetico – ricorra con forme più colorite, come nelle espressioni “mòccio re portòne”, “mòccio re funtàna” e “mòccio re batterìa” (ma quest’ultima – “batterìa” – mi sfugge a cosa possa riferirsi).
“Mòcci”, e “mocciarièddi”, sono anche giocattoli, come i soldatini, le bambole, purché rappresentanti un essere umano o qualcosa di animato.

Frequente è anche il termine al femminile “mòccia” (in questo caso, indicherebbe una donna con volto percepito come simile a bambolotte paffute e gaie).
In complesso, nel suo contenuto il vocabolo esprime sia l’abbozzo o tentativo mal riuscito di ricostruire una figura umana, sia l’eccesso caricaturale di un volto condotto agli estremi del grottesco. Ciò che rileva, in entrambi i casi, è la distanza da un modello estetico ordinario.
Per quanto riguarda l’etimo, è probabile che derivi dal latino “mucus”, muco, per la sua frequenza ad imbrattare e deformare un volto, specie quello dei bambini nell’atto del pianto o del lamento, come parrebbe plausibile dall’accostamento – ad esempio – dei termini “mòccio” – “mocciòso”.

©Riproduzione Riservata

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