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L’etimologia “Uagliòne” nella lingua dialettale

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Scopro così che avevo sempre sottolineato quei passi nei quali l’autore prendeva posizione sulle parole in sè, sul significato e sul loro mistero e la loro trasformazione. Quest’attenzione derivava dal sospetto che nelle parole si celassero cunicoli ed ombre straordinarie e che fossero un groviglio, umano solo umano, tale da suscitare la sfida di srotolarlo per scoprirne anfratti reconditi, e tanto anche nei casi in cui la sfida si aprisse dinanzi ad una voce del dialetto.
Questi interrogativi, generatori infiniti di incertezze, li scorsi in un brano di Pontiggia:

“Il dizionario era il libro che leggeva più spesso. L’origine delle parole lo affascinava, soprattutto il mistero delle radici legate ai primi passi dell’uomo, così lontani, ma anche così vicini. Il rammarico per il tempo che non vi aveva dedicato era mitigato dal presentimento che non sarebbe mai stato sufficiente” (da “La grande sera”).
Lo stesso sentimento di vertigine, così come quella insospettabile vicinanza di popoli lontani così vicini a noi, li lessi nella introduzione, presa dall’inserto domenicale del Sole24Ore, all’opera “Le origini della cultura europea. Dizionari etimologici. Basi semitiche delle lingue indoeuropee” di Giovanni Semerano.

Ovviamente ci capivo poco, ma quell’articolo ebbi la pazienza di trascrivermelo per la forza di suggestione che ne traeva anche il profano. A rileggerlo oggi, pare dotato di una straordinaria attualità, capace di stroncare alla radice tutti i confini generati dall’egoismo dei popoli proprio attraverso la radice comune delle parole, quelle che usiamo ancora oggi, con il loro deposito che richiama civiltà sepolte. L’opera si riprometteva di
” … esplorare il segreto di antiche fonti nelle quali sono racchiuse le lontane radici delle nostre origini … L’ansia della ricerca fu confortata dalla visione di un più vasto arco culturale capace di saldare i nostri primi avvii di civiltà alle vicende dei popoli creatori di valori che, dalla Fertile Mezzaluna, qui tornano reintegrati nella creatività delle genti mediterranee. Verso di essi l’Occidente è ingrato debitore di un tesoro inestimabile, quali la scrittura, l’alfabeto e … le origini di gran parte delle sue lingue e quindi dei suoi strumenti enunciativi ..

E poiché il futuro ha un cuore antico, avviare un nuovo rapporto culturale col remoto passato salda una nuova unità spirituale fra noi e i popoli scomparsi che, come astri spenti, continuano a irradiare il lucente messaggio che giunge sino a noi. Ad essi mancò il dovuto riconoscimento di essere stati alle origini operanti sugli avviamenti dei nostri destini.”
Ritrovato in rete il testo (bellissimo, e anche poetico) di Semerano, era come aprirsi ad uno stupore. Per inclinazione vorremmo sempre scorgere nelle parole l’etimologia come se contenessero un cuore segreto che palpiterebbe ancora se solo provassimo a sfoltirle di quanto gli uomini vi hanno fatto confluire nei secoli, o millenni. Di molte parole sappiamo oggi l’etimo e la loro derivazione, dal greco, dal latino, dal germanico, da una radice indoeuropea, eccetera. Ma chi diede le parole a queste civiltà in quella notte dei tempi?

Gli studiosi di filologia sono costretti a fermare spesso l’indagine sull’etimo perchè, ad un certo punto, riesce impossibile individuare il passaggio ulteriore a ritroso nel tempo. Nelle pagine di Semerano emerge così nelle parole, in quelle che tuttora utilizziamo, la persistenza di civiltà e lingue orientali le quali diedero le parole alle altre che si succedettero nel dominio del Mediterraneo. Di certe parole non si conosce l’etimo (“inconnue”), o l’anello mancante che consenta di infilarsi nel canale più a valle.

“Acqua”, ad esempio, sappiamo derivare dal latino “aqua”, ma lì il filologo si ferma, come si ferma dinanzi al latino “verum”, e a tante altre parole. Ebbene, nella lingua degli Accadi, il popolo che fiorì in Mesopotamia, il cui re, Sargon, espanse il regno fino a tutto il Mediterraneo intorno al 2350 a.C., si ritrova “aga’u”, “agiù”, agiè”, “agà” come declinabile in quella lingua e che sta per “acqua corrente”.
Del “verum” latino, parola anch’essa senza etimo, si ritrova un antecedente nell’accadico “barum” che sta per “essere certo, provato saldamente”.

Ad esempio, ancora, del latino “manus” non si conosce l’etimo certo, ma si ipotizza una derivazione dall’accadico “manu” che significa “calcolare” (perchè la mano era lo strumento del calcolo per l’uomo), e la stessa parola “uomo” come si dice in tedesco “Mann” “Mensch”, o in inglese “man”, sarebbe una derivazione dall’accadico “manu” ad indicare che nel calcolo si esprime l’essere pensante. L’autore ne propone tante altre, di quelle fondamentali, comprese quelle dell’inglese, lingua che pure ha un debito di riconoscenza verso quei popoli d’Oriente.

Anche la parola “guagliòne” o “uagliòne” è tra quelle dall’etimo incerto e di cui si propone una teoria di ipotesi: da “galio-galionis” (giovane mozzo, servo delle navi), o dal greco “ganeo-ganionis” (crapulone, frequentatore di postriboli), o dal latino “calonis” o dalla voce campana “waglià”, o dal francese “gaillard” (gagliado), o da una voce onomatopeica “gua .. gua” che imita il piagnucolare del bambino. Pare che non se ne venga a capo a ancora ci si accapigli.
Il Semerano, nella sua opera, inserisce “guagliòne” insieme alle altre di etimo non conosciuto (non che ne avesse bisogno per sostenere la sua teoria, ma umilmente avanza la sua ipotesi).
Nell’etrusco conosciamo la parola “clan” nel senso del greco “klon”, ossia “fanciullo, inferiore, servo”, dalla quale deriva poi “cliens” (“cliente”, ossia chi è a un grado inferiore rispetto al “patronus”). Dall’etrusco “clan” si giungerebbe al latino “calone(m)” (cioè “garzone, chi serve come attendente nella milizia”).

Nel greco la parola etrusca “clan” avrebbe il suo corrispondente in κλών ossia “rampollo, ramoscello dell’albero”. A capo di questa catena di derivazioni e di contaminazioni, si rinviene l’accadico “qalum” “qallum” che significa “giovane”, “piccolo”. Da qui si aprono le varie strade verso le altre lingue europee: nell’irlandese “caile” che sta per “fanciulla’’ (col diminutivo cailin), nell’inglese “colleen”, nel tedesco “Klein”(“piccolo”), nell’inglese “clean” (“puro”), tutti termini che nelle rispettive lingue indicano tutto ciò che è giovane. Tra queste possibili strade dall’originario accadico “qalum-quallum” deriverebbe anche il termine “guagliòne”, termine generalmente riferito al napoletano, ma usato anche nel cilentano con “uagliòne” e nel vocativo “uagliò”.

Questa interpretazione dell’etimo di “guagliòne” (che, in verità il Semerano riportava come un inciso appena accennato nel più ampio discorso), ha incontrato critiche da parte dei cultori e interpreti della lingua napoletana. Il Semerano non dice, però, che “guaglione” derivi dall’accadico, ma si limita a sostenere (sempre “en passant”) che le diverse etimologie proposte potrebbero trovare, al pari degli altri termini dall’etimo sconosciuto, una radice comune nelle lingue dalle quali derivarono l’aramaico, l’etrusco, il latino, il greco, e le lingue europee.
P.S. Mi scuso con i linguisti e filologi di professione che, per avventura dovessero trovarsi a leggere questo post, ai quali chiedo di perdonare l’essere andato “ultra crepidam”.

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