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Accademia della Vrenna - 21 Novembre 2019

Nel Cilento è anche un modo per liquidare senza mezzi termini

Il suo uso ricorre più di frequente tra persone con le quali intercorra un grado di confidenza e tra le quali sia maturata la reciproca capacità di cogliere le molteplici sfumature di un linguaggio non altrimenti comunicabili se non fidando nell'appartenenza dell'altro alla nostra medesima cerchia culturale e sociale di territorio.

“Jà” – Modo imperativo del verbo “andare” (“ì”, “iè” o “ière”), formalmente traducibile in italiano con “vai” o come contrazione di “jamo” (“andiamo”). Però, nel dialetto cilentano – in alcuni contesti e se usato in modo assoluto, da solo, senza essere accompagnato da altro termine – assume un significato prossimo ad un avverbio avversativo con un misto di esclamazione ed esortazione. Non significa, quindi, solo “su, muòviti”, “spìcciati” o “sbrìgati” come esortazione a un movimento (come in “jammo ja'”).

Con “jà” si usa sinteticamente rispondere, con un tono immediato e a volte anche brusco, ad un interlocutore per esprimergli un dissenso deciso sul quale non si reputa opportuno spendere altre parole. È un modo per liquidare senza mezzi termini un assunto, un’asserzione, un’opinione altrui e per sottolinearne l’assurdità con una implicita esortazione o invito a soprassedere su quanto appena ascoltato (“Me sà ca Ciccio s’è ‘nnammuràto re Rusètta, ca la uàrda sèmbe!”, se l’interlocutore coglie questa affermazione come assurda o improbabile, allora per troncare sul nascere ogni possibile dissertazione sull’argomento, risponde semplicemente “jà!”, come a dire “ma dai, non dire sciocchezze”, oppure “per favore, non dire cavolate tanto pacchiane che non meritano nemmeno una risposta”, oppure come a dire “andiamo avanti nel discorso, non soffermiamoci su questa fesseria, siamo seri!”.

La potenza liquidatoria e resettante di “jà!” è aiutata proprio dalla sua brevità, lampo linguistico capace di sintetizzare un giudizio di avversione col suo semplice suono slegato da una spiegazione etimologica.
Il tono con cui lo si usa conferisce al dittongo “jà” diverse sfumature che spaziano dalla espressione di fastidio diretta a paralizzare il parere altrui, fino alla benevola manifestazione di contrarietà manifestata con simpatia verso una persona amica nell’ambito di uno scambio di battute.
Il suo uso ricorre più di frequente tra persone con le quali intercorra un grado di confidenza e tra le quali sia maturata la reciproca capacità di cogliere le molteplici sfumature di un linguaggio non altrimenti comunicabili se non fidando nell’appartenenza dell’altro alla nostra medesima cerchia culturale e sociale di territorio.

Ovviamente, ciò non esclude che il nostro “jà” sia usato in situazioni che impongano di controbattere con veemenza anche ad un estraneo (“Uè, m’ha tuccàto a machìna ccù specchietto”, al quale si può replicare con un semplice “jà”, che potrebbe anche implicare un ulteriore prosieguo della confutazione esprimibile con “viri re te fà na caminàta!”).
Si usa anche alla fine di un periodo per esprimere il medesimo significato di esortazione o come avversativo o con un significato contrario anche quando il parlante lo pone all’inizio o in appendice ad una domanda retorica a cui per istinto fa seguire una esortazione o esclamazione esplicativa: “Ma tu veramente crìri a chiro vummecùso ? Jà!”, qui con un significato che si avvicina all’italiano “ma dai”.

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