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San Giovanni, mito, culto e leggende nella tradizione del Cilento

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Nel delineare il percorso storico di un popolo non si può ignorare lo svilupparsi e il radicarsi della tradizione in tutte le sue forme espressive. Essa è senza dubbio la fonte principale in cui possiamo riscoprire l’indole e le caratteristiche più riposte della comunità di cui la tradizione è parte. La tradizione è fonte viva e perenne di noi e non si può fare a meno di essa per indagare le origini, le peculiarità e l’evoluzione di un popolo. Ciò che rimane del passato è tesoro incomparabile che ci offre i mezzi per conoscere meglio il nostro presente ed essere così testimoni credibili di tutta la nostra storia. Le tradizioni sono la storia più intima dell’umanità. In esse si nasconde l’io collettivo e la passione dell’io presente. Il territorio ha conservato, molte delle sue tradizioni popolari, delle sue canzoni, delle sue leggende. Infatti, pur adattandosi naturalmente al progresso, i cittadini rimangono fedeli alle loro tradizioni. Ai turisti meno frettolosi quindi, si presenta l’opportunità di ammirare, oltre alla bellezza del nostro panorama, stupendi costumi, di prender parte a moltissime feste popolari accompagnate da vivaci sagre, canti, di assistere a numerose manifestazioni religiose e profane.

Ed è il caso  del 24 Giugno, quando si festeggia San Giovanni, ed è in questo giorno ma anche nella notte che precede questa festività che si sviluppano alcune delle leggende o miti raccontate dal prof. Amedeo La Greca sul sito Cilento Cultura.it. Nel Cilento si narra che la notte di San Giovanni, tra il 23 e il 24 giugno, una trave di fuoco attraversi il cielo e su di essa ci siano la madre, Erodiade, una principessa Ebraica di cui si accenna nei Vangeli, e la figlia, Salomè.  La loro relazione scatenò gli strali del profeta Giovanni Battista. Erode Antipa lo fece mettere in prigione, ma non osava ucciderlo, per timore di sollevazioni popolari.

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Secondo quanto riportato nel Vangelo di Marco, fu Erodiade che chiese alla giovane Salomè di pretendere in dono da Erode la testa di Giovanni Battista dopo aver ballato per lo zio la famosa danza dei sette veli. Da quel giorno queste, disperate, vagano nel cielo ripetendo: “Mamma mamma pecché u’ decisti, figlia figlia pecché u’ facisti”. Mentre, la sera a cavallo fra il 23 ed il 24 giugno,  oltre ad accendere i falò che avrebbero tenuto lontani i demoni ed avrebbero  protetto le coltivazioni,  si usava raccogliere  in una bottiglia, l’acqua  da sette fonti diverse e versandone un po’ di ognuna in un bicchiere, aggiungendovi  un bianco d’uovo, si lasciava per l’intera notte sul balcone o sulla finestra alla luce della Luna.

Al mattino, la persona più anziana della famiglia ne avrebbe letto la premonizione dal disegno che vi si formava  grazie all’albume:  in essa poteva apparire una barca che simboleggiava la partenza o  un uovo  che annunciava una prossima maternità. Ancora, si racconta che il 24 giugno la sfera (sole) è più luminosa del solito e sembra quasi che a delimitarne il suo contorno ci sia un cerchio di fuoco che gira instancabilmente ed il fenomeno è visibile per qualche ora.
Ciò è strettamente legato ad antiche credenze che forniscono una lettura del tutto originale dei movimenti astronomici. La corsa delle stagioni diventa protagonista di tutte le leggende sulla base di ciò che accade nel cielo: il 24 giugno il sole ha appena superato il punto del solstizio e comincia, impercettibilmente, a decrescere sull’orizzonte. Questo “cambio di percorso” del sole diventa simbolo del ripartire del ciclo della vita. Inoltre, un’altra leggende narra che,  chi tra le ragazze, riusciva a vedervi la testa di San Giovanni decollato , si sarebbe sposata entro l’anno.

Per prevedere il futuro anche le “erbe di San Giovanni” facevano la loro parte: “Quando la lavanda sente arrivare San Giovanni, vuole fiorire”. È questo un proverbio esemplare, infatti, erbe come la lavanda, l’iperico, la verbena, l’artemisia, venivano legate in mazzetti dal numero di nove e servivano a scacciare ogni malattia. Con alcune erbe era possibile fare “l’acqua di San Giovanni”, si mettevano in un recipiente colmo d’acqua, messo fuori casa dove rimaneva per tutta la notte. La mattina successiva, le donne usavano quest’acqua per lavarsi: oltre a prevenire il malocchio, aumentava le bellezze e preservava dalle malattie. I fiori della lavanda, spighetta di San Giovanni, venivano usati dalle giovani spose per profumare il corredo e preservare la biancheria dal pericolo delle tarme, con un gradevole profumo, ma soprattutto, serviva per scacciare gli spiriti maligni.

Ad integrazione di quanto detto finora, c’è da aggiungere che a questa festa sono particolarmente legati i rapporti fra persone  non di sangue che si stringono nel nome del Santo. Non a caso, nei nostri piccoli paesi, si indicano il padrino o la madrina di battesimo e cresima con l’espressione “San Giuanni”, volendo sottolineare la parentela spirituale tra il compare e la famiglia. E “A lu San Giuanni non si rice mai re no”, quindi non ci si può rifiutare di tenere a battesimo o cresima qualcuno. Trascorrerei ore a documentarmi e scrivere di leggende e tradizioni , ciò nonostante, sono sicuro, non riuscirei lo stesso a raccontarle tutte. Avvincenti, curiosi, a tratti divertenti, questi racconti sono parte integrante del nostro patrimonio culturale e delle nostre comunità. Impossibile non rimanerne conquistati!

(le notizie sono tratte da Amedeo La Greca –  CilentoCultura.it – Centro di Promozione Culturale per il Cilento – Acciaroli 1992)

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