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Accademia della Vrenna - 9 Maggio 2019

“Aventà” nel dialetto del Cilento

Nell'uso parlato indica proprio l'azione di chi programmi, silenziosamente e in modo più o meno clandestino, un assedio verso una preda o un bottino o verso qualsiasi utilità o vantaggio perlopiù materiale.




“Aventà”- Verbo del dialetto cilentano nella forma dell’infinito presente. Il termine in lingua italiana che più s’avvicina al suo significato potrebbe essere “adocchiare”, “prendere di mira”, “subodorare”, ma prediligendo la definizione di “guardare cosa o persona con desiderio” (come si legge nel Vocabolario Treccani alla voce “adocchiare”: “un ladro …, aocchiando quelle gioie, disegnò rubarmele (Cellini)”.

Nell’uso parlato indica proprio l’azione di chi programmi, silenziosamente e in modo più o meno clandestino, un assedio verso una preda o un bottino o verso qualsiasi utilità o vantaggio perlopiù materiale. Nella sfumatura del significato – oltre al desiderio – vi è anche una componente di furbizia da parte di un soggetto agente che vede e scorge come propizia una preda o un bottino che si prospettano facili o a portata di mano.

Colui che “avènta” qualcosa, non dice, non confida, persegue in perfetta solitudine il suo obiettivo, coltiva una situazione favorevole, resta furbamente in una zona di prossimità con l’obiettivo, capace anche di attendere anni prima di sferrare l’atto finale. La persona che ha “aventàto” molte volte è consapevole che l’obiettivo preso di mira non avrebbe nemmeno bisogno di una complessa o intricata azione positiva di manovra perché la manovra potrebbe essere l’attesa stessa, di per sé omissiva, oppure essere contenuta in quella pazienza nel rimanere in una condizione di prossimità con l’obiettivo adocchiato.

L’azione dell’ “aventà” è quella data dall’occhio del gatto che dalla sedia si affacci all’orlo del tavolo e miri silente un boccone di carne macinata lasciato improvvidamente incustodito. Parimenti “u petuòso (faina) avènta le gaddìne”. Nella descrizione di situazioni e contesti umani la parola ricorre in espressioni del tipo: “Me lu vuò mparà a mè à ‘u nepòte re zi Nicola: facìa squàsi sùlo pecchè avìa aventàto a pensione r’u nonno ca re mullàva cient’euro ogni bbòta ca se ìa a pavà a’ la posta”.

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Può essere utilizzato anche per descrivere un contesto di rapporti in cui un soggetto abbia scoperto o comunque scorto una falla o un lato debole nell’indole di un vicino, parente, amico o comunque persona prossima, e da questa debolezza si sia determinato a ricavare un beneficio di qualsiasi tipo, magari perseguito con artifici adulatori o profittando di una attitudine dell’altro ad essere plagiato: “L’avìa aventàto ca èra nu puparuòlo ra capo ‘mpère e chiàno chiàno re futtètte tutto ra sotta, puro la casa se facètte ‘ntestà”.

Per quanto riguarda l’etimo della parola si può azzardare una derivazione dal greco antico “augàzo” (αυγάζω) che significa proprio “adocchio”, “miro”, “scorgo” (dovremmo, però, ritenere che la “u” diventi “v” e la “γ” ceda per elisione). Altrettanto percorribile è una derivazione dallo spagnolo “aventar” che sta per “dirigere aria verso una cosa”, definizione – questa – che si sposa con il “mirare inespresso” evidenziabile nella parola dialettale.

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