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Accademia della Vrenna - 19 Nov 2018

“Cagliendà”: un verbo che rievoca il Cilento antico

Nella parola si libra una carica evocativa ed emozionale in cui il suono stesso della parola pare azionare di per sé una suggestione immediata di calore cordiale ed amico, se non proprio domestico di focolare. Con questa sua portata, la parola dialettale "cagliendà" assume un significato cerebrale capace di associarsi d'istinto alla memoria stessa del calore ritrovato.

Cagliendà”, verbo del dialetto cilentano che, nella forma dell’infinito presente, sta per “riscaldare”, usato, però, nella forma riflessiva: “me cagliendo”, “te cagliendi”, “se caglienda”, ecc., qui resi nella forma dell’indicativo presente.

Esiste anche la forma sostantivata “cagliendàta”.

Nella parola si libra una carica evocativa ed emozionale in cui il suono stesso della parola pare azionare di per sé una suggestione immediata di calore cordiale ed amico, se non proprio domestico di focolare. Con questa sua portata, la parola dialettale “cagliendà” assume un significato cerebrale capace di associarsi d’istinto alla memoria stessa del calore ritrovato.




Questa portata, diciamo, calorifica contenuta nella parola dialettale prescinde dal suo etimo o da articolazioni semantiche più o meno erudite. La parola pare restituirci un suo senso profondo ed ancestrale qual è nell’uso diretto e parlato.

Nell’articolazione e modulazione della gamma di significati che, con le varie sfumature, si rinviene nel verbo “cagliendà”, o meglio nel verbo “se cagliendà” (per rimanere fedeli alla forma riflessiva che è quella usata), trapela il richiamo ad un caldo naturale, primitivo, soprattutto a quello generato dal fuoco di legna o dalla “fòcara”.

In questo spettro di significati è possibile scorgere anche una componente di soccorso in un contesto climatico cruento per gelo o per tormenta: “ne truvàmmo nnànti a’ u cunvènto re Sànto Francìsco sotta Rocca, se chiatràva manco li cani, trasèmmo ìnda nu casarièddo ddà bbicìno, ‘na tavèrna, e nnànti lu ffuòco ne cagliendàmmo ngràzia re Dio e re li Santi”.

Questa sfumatura di soccorso, di rimedio, nella parola “cagliendà” si intravede anche nella descrizione che il geologo Cosimo De Giorgi riporta in “Viaggio nel Cilento” (recentemente riedito da Giuseppe Galzerano).


In particolare, nella pagina 198 dedicata alla escursione sul Monte della Stella, il nostro viaggiatore e la sua comitiva, dopo aver saggiato sul volto un vento così violento da costringerli a raggiungere carponi la vetta del monte ed un freddo così intenso che li aveva “stecchiti”, accesero finalmente un gran fuoco nella cappella del Monte dedicata a Santa Maria della Stella: «Poi ci raggiunsero alcuni contadini ai quali non parve vero di trovar lassù un bel fuoco e di “piglià na ncaglientata” siccome dicevano nel loro dialetto».

Il percorso etimologico della parola sembra richiamare, di primo acchitto, lo spagnolo “calentar” che, a sua volta, s’immerge in una origine dal latino “calère” dal quale è derivato anche “calòrem”. In latino “calère” sta per “sentire calore”, “essere riscaldato”, “acceso”. La stessa radice “kal” si ritrova anche nel greco. Ad esempio nel greco antico si riscontrano “kelòo” e nel greco dorico “kalòo” che stanno per “abbrucio”. Nel greco dorico, ancora, vi è “kàleos”, ossia “ardente”, “bruciante”.

Nel greco antico vi è anche il sostantivo “kàlon” che sta per “legno da bruciare”. Il “calère” della lingua italiana (quello che Leopardi usa nel verso “non ti cal d’allegria”), e che pare diretta derivazione del “calère” latino, contiene un significato di “calore” nel senso di “prendere calore per qualcosa”, ossia “aver cura di … “, o “curarsi di qualcosa o di qualcuno”.

Se ne può dedurre, quindi, come il nostro “se caglièndà” richiami ad un riscaldarsi derivante direttamente dal legno e dal fuoco, e come la parola contenga il mistero di una radice comune a più lingue nelle quali si è articolato e modificato.

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