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giovedì 18 Agosto 2022
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Il Cilentano “ciufulèia”

Verbo del dialetto cilentano che, letteralmente, si traduce con un semplice “zufolàre”, ossia con “suonare uno zùfolo”. La parola contiene, però, un più esteso significato rispetto a quello che risulta da una formale e letterale traduzione in quanto il termine ha una diffusione slegata dal mondo degli strumenti rustici musicali.

“Ciufulià” esprime, nel dialetto cilentano, un’azione umana consistente in una più o meno abile articolazione di dita su un oggetto, per lo più minuto o di piccole dimensioni o comunque manipolabile, con un intento di indagarne e saggiarne natura, consistenza, interni, magari per scomporlo e ricomporlo. Indica, quindi, un metodo manuale e materiale che può essere anche finalizzato in un tentativo di aggiusto o di riparazione, o rimanere allo stadio di semplice gioco indotto dal mero piacere del tatto: “tenìa la radio rotta, ma tanto ‘nge ciufuliài, ca pùro l’aggiustài”;

“Ronna Trèsa tanto ciufuliàva indo chèra càscia, ca truàva sèmbe chèro ca re servìa, nu spào, nu fìlo, na vìti, nu chiuòvo”.

In senso traslato ed immateriale, “ciufulià” indica un’azione di indagine, per lo più indiscreta ed invasiva, fatta di raccolta di piccoli dati, notizie, elementi utili, che sia pur apparentemente insignificanti singolarmente, nel loro complesso consentono di costruire una ipotesi o anche addivenire ad una concreta scoperta (“Tànto ciufuliào, addimmannànno a destra e sinistra, fino a quànno sapètte chi r’avia arrubbàto u’ portafòglio”).

La similitudine tra l’azione dell’articolazione delle dita su un oggetto, e l’azione immateriale d’indagine, inchiesta e curiosità, evoca proprio la manovra di consultazione di un documento laddove sono proprio le dita della mano lo strumento principale dello sfogliare vorace di pagine o testi, al quale si accompagna la progressiva acquisizione di conoscenze e di dati (“ciufuliànno ‘ngoppa ‘u suppìgno, mièzzo le ccàrti, i reggistri, i quaderni e li libbri viècchi, truvài u strumiènto re la terra ca me vennètte Nicola”). 



Per quanto riguarda l’etimo, dovrebbe rifarsi semplicemente a quello del “ciùfolo” o “zùfolo” (dal latino “sibilus”), ossia dello strumento a fiato rustico, spesso di canna, simile a flauto, che, sulla parte superiore, ha dei fori sui quali il suonatore articola abilmente le dita per modulare il suono. Sarebbe proprio questa articolazione operata dal suonatore di zùfolo sui suoi fori, a fondare ed estendere il più ampio significato di “ciufuliàre”.

Leggi anche:   Il "brontolio" del Cilento

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